Editors @ Mediolanum Forum, Assago – 22 Aprile 2018

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Stefania D’Egidio

Partiamo dalla fine o quasi. Tom Smith è da solo sul palco e imbraccia una chitarra acustica. La sua band ha appena chiuso il set principale con una versione lunga e parecchio ruffiana di “Ocean of Night”, non esattamente una delle loro cose migliori.

Il cantante saluta, ringrazia i presenti di essere venuti “anche se è domenica sera”, dopodiché attacca una meravigliosa “No Sound But the Wind”: il brano, realizzato per la colonna sonora di uno dei film della saga di “Twilight”, pubblicato qualche anno fa nel mastodontico cofanetto di bside e rarità “Unedited” e riproposto in versione differente nella tracklist dell’ultimo “Violence”, è una ballata intensa, struggente, ideale per valorizzare appieno le doti vocali di Smith. L’esecuzione di stasera è magnetica, elettrizzante. Finalmente, dopo quasi un’ora e mezza di concerto, la bellezza, quella vera, si è manifestata apertamente negli spazi ampi del Forum.

Una ventina di minuti più tardi è finito tutto, con una “Marching Orders” ritmata e percussiva, il beat principale scandito ad oltranza, a scatenare il battimani del pubblico.

I bis erano stati energici, potenti ma anche parecchio telefonati: due dei pezzi forti del nuovo disco che ancora mancavano all’appello (“Cold” e l’orrido singolo “Magazine”) e una “Papillon” granitica e incalzante a ricordare che, un tempo, gli Editors erano anche in grado di scrivere belle canzoni.

Potrei finire qui, per quanto mi riguarda. Con un giudizio più o meno impietoso su un concerto che, preso di per sé stesso, non è stato neppure così malvagio. A voler considerare il valore storico e artistico di questa band anche solo cinque o sei anni fa, però, ci sarebbe da piangere. Eppure, nel momento stesso in cui scrivo queste righe, una vocina mi echeggia nella testa: “Perché insistere con queste seghe mentali? Perché continuare a tirare in ballo il passato quando questi hanno riempito (più o meno) il Forum ed è evidente che siano molto più famosi di qualche anno fa? Perché devi sempre fare polemica?”.

Già, bella domanda. Perché? In fin dei conti, questa ora e tre quarti di show, al netto di qualche evidente calo di tensione, non è stata neanche così male. Abbiamo a che fare con un gruppo che è in giro da tredici anni, in possesso di un bel bagaglio di esperienza e con un cantante pazzesco. Se volevate vedere gente che sa suonare e che sa sbranarsi il pubblico, allora eravate nel posto giusto.

E quindi? Direte voi. Non potremmo già accontentarci di questo? Beh, se siete gente che ha Virgin Radio come principale punto di riferimento musicale o se ignorate cosa riuscisse a combinare il gruppo di Birmingham fino a nove anni fa circa, allora questo è il vostro concerto dell’anno. In caso contrario, diciamo che ho visto e sentito di meglio.

Partiamo dal sentire, appunto. Il Forum d’Assago è pietoso, è un’affermazione che ci ripetiamo da sempre. Ho visto il mio primo concerto lì dentro nel 1995 e non mi risulta che le cose siano migliorate. Eppure, ogni tanto, in qualche raro caso, se ci sono dei fonici decenti, si gode anche di una resa sonora accettabile. Questa sera credo si sia toccato il punto più basso da che frequento questo posto. Anzi, il punto più basso di sempre da che vado a vedere concerti. Ovunque. Un impasto degno della peggiore cantina, un volume altissimo, a tratti assordante, che rendeva il mix generale un pastone inudibile, se appena appena c’erano più di due strumenti impegnati insieme (quindi praticamente sempre). Nella seconda parte è migliorato qualcosa ma siamo sempre rimasti su livelli inaccettabili.

Il secondo punto riguarda le canzoni: ora, chi mi conosce bene sa che ho scoperto una certa scena e certi artisti molto tardi e che quindi i loro anni d’oro non li ho vissuti di persona. Quando gli Editors incantavano pubblico e critica con “The Back Room” io non c’ero ma basta mettere su il disco e toglierlo dopo tre tracce per capire che siamo su un altro pianeta. La verità è quella che nessuno, tranne pochi, ha mai avuto il coraggio di dire: la dipartita di Chris Urbanowicz ha spostato gli equilibri interni e ha portato all’esaurirsi della principale fonte di idee all’interno del gruppo. Tralasciando il mediocre “The Weight of Your Love”, che evidentemente inseguiva una gratificazione commerciale ed era quindi costruito per suonare in un certo modo, anche il successivo “In Dream”, che pure provava a recuperare qualcosa dell’antica cupezza e non a caso aveva anche dei buoni momenti, si era rivelato inferiore alle attese. Tralasciamo poi il recente “Violence”, probabilmente il punto più basso mai raggiunto dai nostri, nel suo volere osare molto ma nell’essere privo di un baricentro e di una direzione precisa.

Il concerto, a questo punto, non poteva che rappresentare lo svolgimento di queste premesse. L’approdo a venue più capienti dà sicuramente ragione a loro, perché vuol dire che quella crescita che Smith soprattutto sembrava inseguire, si sta poco a poco concretizzando (vero che sugli spalti del Forum c’erano parecchi buchi e che in parterre si stava belli larghi, però c’era indubbiamente molta più gente che in tutti i precedenti passaggi nostrani del gruppo). Detto questo, bisogna giudicare dal risultato e io, francamente, non sono mai riuscito a connettermi del tutto con questo spettacolo.

Una scenografia semplice ma molto efficace, con anelli di ferro intrecciati che pendevano dal soffitto, a riprodurre vagamente la scultura che campeggia sulla copertina di “Violence” e un gioco di luci sobrio ma altamente suggestivo, hanno fatto da sfondo a una setlist pesantemente incentrata sul presente, almeno nella sua prima parte. L’inizio con “Hallelujah (So Low)” e “A Ton of Love”, al di là della resa sonora di cui sopra, è stato carico al punto giusto ma anche ricco di mestiere, privo di vera cattiveria. Meglio su “Darkness at The Door” e “Violence”, due brani nuovi che hanno dei bei momenti, soprattutto quest’ultima, dove la voce viene particolarmente valorizzata.

Per quanto mi riguarda, c’è un sussulto solo quando i cinque si lanciano in “Blood” e “Munich”, suonate col piglio giusto anche se è evidente che il nuovo corso maggiormente elettronico e calcolato ha impedito che si lanciassero a briglie sciolte nei brani. È stato poi molto gradito il ripescaggio di “An End Has a Start” e di “In This Light and On This Evening, che ha visto Tom alla tastiera e ha inaugurato una piccola sezione composta anche da “Eat Raw Meat = Blood Drool” dove tutto il gruppo è andato dietro ai sintetizzatori per una rapida incursione nell’electro Dark.

In generale l’atmosfera è calda al punto giusto: il pubblico partecipa, canta e salta su tutti i pezzi, vecchi e nuovi, senza fare distinzioni. Quelli sugli spalti non sembrano addormentati come accade spesso e, meraviglia delle meraviglie, si sono visti pochissimi telefonini e pochissime persone intente a chiacchierare. Bisogna essere onesti e dirlo chiaramente: la serata, vista da fuori, è stata un successo.

Il problema dunque è mio, che questo nuovo corso degli Editors proprio non riesco a digerirlo. Tanto che neppure “The Racing Rats”, probabilmente il brano che amo di più, è riuscito a scuotermi dal torpore nel quale stavo sprofondando. Sarà che l’hanno fatta un po’ più lenta, sarà che venivano da “Sugar”, che non è proprio un capolavoro, ma ho recuperato la voglia di essere lì solo durante i bis, con quella “No Sound But the Wind” di cui parlavo all’inizio.

Mentre uscivo, cominciavo a realizzare perché molte delle persone che conosco, che seguono il gruppo sin dalla prima ora, non hanno voluto esserci. Il meglio se lo sono goduti anni fa e adesso è troppo tardi. Questo tour sarà un indubbio successo ed è probabile che tra pochi anni saluteremo i britannici come uno dei più grandi gruppi rock in attività. Non credo proprio che mi accoderò: per me gli Editors rimarranno sempre il più grande rimpianto rock dei Duemila.

 

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