Intervista curata da Luca Franceschini

Lugano non è in Italia ma ci si arriva in poco tempo, almeno per chi abita in zona Milano-Varese. Da qualche anno, all’interno della già popolare LongLake, rassegna musicale gratuita, che per due mesi abbondanti propone concerti di tutti i tipi in una location magnifica, è nato Roam, una serie di giornate dove ad essere messo a tema è il presente della musica, con tutto quello che sta accadendo di interessante all’interno del Pop e del Rock, sia nella sia declinazione elettronica che in quella comunemente detta “World”.

Il programma si preannuncia particolarmente ricco: accanto a realtà consolidate come Slowdive e Mogwai, che per la prima volta arrivano a suonare in Ticino, compaiono nomi di punta della scena maliana, come BKO e Bassekou Kouyaté e stelle nascenti del Folk e della musica elettronica come Novo Amor, Amber Run ed Ed Prosek.
Per saperne di più di tutto questo abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Filippo Corbella, direttore artistico di Roam e da diversi anni uno dei responsabili della programmazione musicale del Foce, locale della città dove passano sempre tanti dei nomi che contano, all’interno della scena indipendente.

Direi di partire presentandoti, raccontando un po’ cosa fai e come è nata l’idea del Roam…
Sono Filippo, lavoro per la Divisione Eventi e Congressi della Città di Lugano e mi occupo di programmazione musicale. Per ROAM nello specifico curo la Direzione Artistica. ROAM rientra in un “contenitore” più ampio che si chiama LongLake Festival. I primi anni di LongLake, 2011 e 2012, c’era una rassegna chiamata “international music” che racchiudeva le proposte musicali internazionali, poi questa rassegna si è chiamata Rock’n’More per cercare di uscire da una genericità e poi, nel tempo, si è avvertita la profonda necessità di delinearsi ulteriormente, sia come programmazione, sia come immagine del festival.
Ora ROAM è un team di persone che fanno capo alla Divisione. Lo sguardo è su tutta la scena avant-gard pop, pop elettronico e alternativa, e il conseguente obiettivo è quello di delinearsi proprio come punto di riferimento in questo ambito, coscienti del contesto in cui siamo, del territorio, della vicinanza di altri festival enormi, ma la nostra forza credo sia anche nelle condizioni che abbiamo. Mi spiego. Un festival urbano, in una regione a forte vocazione turistica, che deve fare scelte estremamente oculate e le declina in un’atmosfera intima, aggregativa, per pubblico e artisti, i quali da noi possono concedersi il tempo di una gita a due passi al lago, un bagno prima di cena e poi il palco. La nostra direzione artistica è quindi molto specifica e studiata. Sul territorio non ci sono mai concerti di questo tipo, di questo genere, con questi nomi, e questo è molto importante perché sono artisti che fanno volgere lo sguardo “esterno” verso il Ticino, e quando si guarda qua si vedono tantissime realtà artistiche, organizzative, vivaci e ricchissime. Il Ticino in questo è incredibile, tantissimi organizzatori, spazi meravigliosi di proposte culturali e subculturali. Una cosa importante da sottolineare è il desiderio di fare una proposta chiara, di un “mondo musicale” importante, attuale, un “mainstream alternativo”.

L’edizione di quest’anno è particolarmente ricca di proposte, anche molto varie tra loro. Vi va di presentare brevemente gli artisti che si esibiranno, spendendo anche due parole sulle ragioni che vi hanno portato a sceglierli?
Slowdive e Mogwai non hanno bisogno di presentazioni, sono tra gli artisti più importanti al mondo per quanto riguarda shoegaze i primi e post rock i secondi.
Un occhio di riguardo l’ho sempre avuto per la musica world, per passione prima di tutto e per il valore che ha nel contesto musicale moderno. In Mali (sono tre anni che ospitiamo artisti di origine maliana o comunque influenzati dal Mali) c’è una “scintilla divina” oserei dire, il Mali è una realtà tanto straziata socialmente e politicamente quanto fertile artisticamente, da sempre.
Ed Prosek, Amber Run, Novo Amor portano una serata “new folk”, magari si discosta come genere ma non come mood e atmosfere. In realtà, a ben vedere, si scopre che ci sono molti elementi che accomunano tutti gli artisti di ROAM, “grandi spazialità, profondi ambienti, respiri musicali ampi, ma anche ritmi e armonie intense”, tutti elementi propri di una musica di ricerca, un pop d’avanguardia, poi sono tutti artisti tra i migliori del loro genere…

Se doveste individuare il principale fattore di identità del vostro festival, cosa direste?
Quello che ho detto prima, elementi scuri, profondi, “nordici” come sonorità, ROAM descrive un vagabondaggio, una ricerca, una curiosità. Sì, direi la curiosità… d’altra parte per “vagabondare” bisogna essere curiosi.

Da due anni il festival è a pagamento, dopo che nelle precedenti edizioni era a ingresso gratuito: a cosa è stata dovuta questa decisione?
Si è trattato di un passo che è stato indispensabile compiere. Da un lato c’è il voler rendere giustizia a qualcosa che ha un grande valore; dall’altro il fatto che si vuole mantenere un livello artistico alto a fronte di costi importanti.

Com’è la situazione musicale in Ticino? Osservando da fuori la Svizzera, si ha l’impressione che il livello di attenzione alle varie proposte, anche di nicchia, sia molto maggiore: molti nomi che snobbano l’Italia suonano invece spesso tra Zurigo, Basilea e Ginevra. A Lugano forse è diverso: pesa la vicinanza col nostro paese?
Il Ticino musicalmente è molto “a sé” anche rispetto al resto della Svizzera. Qui si avverte una sorta di spaccato generazionale fra chi fa musica. Ci sono band e musicisti della mia generazione molto importanti, con tour europei e mondiali, ma non saprei dirti quante band tra i giovani e giovanissimi ci siano al momento. C’è invece un fiorire di realtà dove gli eventi si fanno, e di realtà artistiche in senso lato; c’è un fiorire di proposte culturali e subculturali fuori dal comune.
In Svizzera interna c’è una situazione pazzesca: tanti club, locali, centri culturali, tantissime band, tantissimi festival che sono diventati istituzioni, ed è pazzesco pensare a tutta questa ricchezza in un contesto geografico molto contenuto come popolazione se ci si confronta con altre città nel mondo. Penso a Montreux Jazz Festival, Paléo, Blue Balls, Zurich Openair, San Gallo Openair, Frauenfeld, Gampel, Zermatt Unplugged, Estival Jazz, Blues to Bop, Ascona Jazz…

Come funziona, al momento, il mercato musicale? Il fatto che oggi i dischi si vendano meno, sta effettivamente pesando sulle richieste economiche degli artisti? Mi è capitato di parlare con promoter che lamentano il costo eccessivo di certi nomi, anche di medio livello…
Tra tutte le persone che conosco saremo forse una trentina a comprare dischi. Questo è un segno dei tempi. Spotify non paga come pagavano i dischi 25 anni fa per cui sì, gli artisti e le aziende che ruotano intorno a certi artisti guadagnano soprattutto con visualizzazioni, pubblicità e live quindi i prezzi sono lievitati rispetto a qualche anno fa, ma non solo a causa della modalità con la quale la gente fruisce della musica ma anche perché i grandi festival hanno abituato ad ingaggi fuori di testa. Poi ci sono le dinamiche booking + management = festival…

C’è qualche artista che sognate di portare a suonare da voi e che sperate prima o poi di raggiungere?
Si certamente, ma sono sogni…

Da ultimo, una domanda forse un po’ scomoda: so che in Svizzera lo stato finanzia molto sia chi vuole suonare, sia chi, come voi, organizza concerti. La musica, anche quella Pop, è considerata cultura, alla pari del cinema, della pittura e della letteratura. Qui da noi la situazione è piuttosto complessa: i locali chiudono, i soldi sono pochi e guadagnarsi da vivere con la musica, a tutti i livelli, è considerato quasi impossibile, assurdo a volte. Voi come la vedete? Quali sono le ragioni di una certa mentalità più aperta, in questo campo?
Probabilmente è il riconoscere che la cultura è indispensabile per l’intelligenza e quindi la civiltà, e che la musica “popular”, e i concerti non hanno solo un valore aggregativo, ma culturale appunto. Poi ci sono le derive da tutte le parti, ma sicuramente in Svizzera si può fare arte, e la si fa.

Immagini da Roam 2017 di Salvatore Vitale