Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Cristiano Carenzi

Raccontare o non raccontare di sé in musica è un dilemma spesso dibattuto. Utilizzare o non utilizzare le proprie canzoni come specchio del proprio vissuto interiore, aprendo agli ascoltatori la propria soggettività, con il rischio che trapeli un’immagine di fragilità normalmente non associata a quella di un cantante di successo, è una scelta possibile ma anche terribilmente rischiosa.


Se n’è discusso molto, in passato e proprio questi ultimi anni sembrano essere quelli in cui il “privato”, per utilizzare categorie obsolete da Post ’68, ha definitivamente vinto sul “politico” e non solo nell’ambiente musicale.
Lasciando però da parte complesse indagini sociologiche che non ho certo la capacità di fare, occorre dire che Ghemon la sua decisione l’ha presa e la scommessa l’ha vinta. Il suo “Mezzanotte”, che a breve festeggerà il primo compleanno, è non solo un disco pazzesco, vertice per ora inarrivabile della sua produzione musicale e punta di diamante dell’intera discografia indipendente italiana almeno degli ultimi dieci anni; ma è anche una complessa e drammatica narrazione del suo ultimo anno, segnato dalla rottura di una relazione amorosa e dalla depressione, un male da cui non si esce da soli e che lui ha avuto il coraggio di affrontare e poi di raccontare, finendo indirettamente per divenire un testimone del fatto che sì, da una cosa del genere si può anche uscire bene.


E oggi che il tour iniziato quasi un anno fa sta per volgere al termine, che i numeri lo hanno confermato come un artista importante, potenzialmente in grado di allargare la propria sfera d’influenza in modo esponenziale, è il momento di tirare i remi in barca e di prendersi una lunga pausa (l’altro giorno scriveva su Facebook che sarà di almeno un anno) per ricaricare le pile e focalizzare meglio i prossimi passi.
Non prima, però, di congedarsi dal suo pubblico nel migliore dei modi. E a Milano, a quanto pare, è toccata la parte migliore. Per l’occasione infatti l’artista campano ha messo in piedi uno spettacolo del tutto inedito, organizzato come una pièce teatrale in tre atti, con tanto di prologo e conclusione, una sorta di messa in scena delle sue vicende personali, utilizzando sempre le canzoni come principale veicolo espressivo. La scaletta, a conti fatti, non è diversa, ma l’allestimento organizza i brani in un percorso e permette di concentrarsi meglio sui testi.
Il palco è disegnato a riprodurre il soggiorno di una casa o piuttosto lo studio di uno psicanalista, con un lettino in bella evidenza dove il cantante si sdraierà per brevi istanti all’inizio di ogni sezione dello spettacolo. Ci sono poi una libreria e un orologio con le lancette ferme, ovviamente, sulla mezzanotte e un set di luci semplice ma molto gradevole.
Sullo sfondo, uno schermo proietta semplici visual e segnala puntualmente l’inizio di ogni atto, aperto anche da una breve narrazione di una voce fuori campo, che dà fiato ai pensieri del protagonista e permette di inquadrare meglio il nucleo tematico. Da quello che si riesce a capire, i tre atti disegnano ciascuno la fase di un percorso che ricalca la normale struttura narrativa di ogni storia: dopo l’esordio arrivano le peripezie, la crisi affettiva e il buio della depressione, interamente narrato nel secondo atto (intitolato “A house is not a home”), mentre il successivo (“Me first”) è dedicato alla risalita, al ritrovamento della forza interiore e al raggiungimento del proprio riscatto.


Tutto questo, raccontato attraverso le canzoni del suo repertorio, di cui ovviamente “Orchidee” e “Mezzanotte” costituiscono la stragrande maggioranza. Si parte però con un brevissimo accenno a “Fantasmi pt.2” (dal terzo lavoro “Qualcosa è cambiato – Qualcosa cambierà Vol.2”), prima che la band si lanci in “Dopo la medicina”. La voce fuoricampo aveva detto: “Partiamo dalla fine” e infatti questo è il brano con cui a fine tour chiudeva i concerti. A ruota arrivano anche la vecchissima “Scusa” e il singolo “Temporale”, come a voler accostare passato e presente e poterci così presentare subito tutti i fattori in gioco.
Sul palco, nel frattempo, si suona alla grande. Ghemon è accompagnato da “Le forze del bene”, la band che lo segue sin dalla registrazione di “Orchidee” (anche se alcuni componenti sono cambiati in corso d’opera) e che negli anni è diventata un elemento fondamentale del suo show. Anzi, diciamolo chiaramente: il valore aggiunto dell’artista di Avellino sta tutto qui. Negli ultimi anni non solo si è progressivamente staccato dalla componente Hip Pop che aveva contraddistinto il suo sound agli inizi ma è riuscito a portare sul palco quella che è l’essenza stessa del suonare dal vivo. Le vibrazioni sono quelle del Soul, del Funk, in un richiamo costante agli anni ’70 (il nuovo singolo “Criminale emozionale” potrebbe averla scritto Stevie Wonder) ma con un occhio alle ultime declinazioni del mondo New Soul/RnB, con D’Angelo a fare da punto di riferimento principale.
I musicisti, dal canto loro, viaggiano che è un piacere: Teo Marchese alla batteria, Giuseppe Seccia alle tastiere e Filippo Cattaneo Ponzoni alla chitarra si conoscono da tempo, sono affiatati e modellano un tappeto sonoro ricco di vibes, accelerando poco (ma d’altronde la maggior parte dei pezzi sono così) ma non facendo mai mancare il groove, così che stare fermi è impossibile. Ogni tanto si lanciano a briglia sciolta ed è la chitarra in particolare a risultare protagonista, producendosi in brevi soli che arricchiscono i finali di alcuni brani.


Ghemon ci ha ormai abituato da tempo a saper cantare, con l’ultimo disco ha portato la sua voce a livelli prima impensabili e anche stasera sul palco fa un grande lavoro, coadiuvato magnificamente dalle due coriste, Wena (Valentina Gnesutta) e Arya, bravissime, che lo supportano adeguatamente soprattutto nei ritornelli ma che forniscono anche un bel tappeto armonico sulle strofe.
Lo spettacolo dura quasi due ore e si dipana, come già detto, tra gli episodi più significativi degli ultimi due dischi, anche se durante il primo atto, tra “Mezzanotte” e “Magia nera”, arriva una splendida rilettura di “Cielo di cemento”, brano datato ma che il pubblico conosce alla perfezione.

Il secondo atto è quello più corposo: si apre con “Pomeriggi svogliati” e “Bellissimo”, proseguendo con un piccolo medley di tre brani: “Da lei (con lo scudo e la spada)”, “Un giorno in più dell’eternità” e “Crimine”(una delle sue cose migliori, purtroppo un po’ penalizzata in questa formula), e si conclude poi con una versione di “A casa mia” davvero elettrizzante, dove le pulsazioni ritmiche della band fanno davvero tremare il pavimento.
Nel terzo e ultimo atto spiccano la meravigliosa “Quassù” e “Adesso sono qui”, ormai diventata un classico, prima che il gruppo si congedi con la nuova “Criminale emozionale”, anche questa tiratissima e piena di groove.


I bis, liberi apparentemente dallo schema teatrale, presentano però tre pezzi di “riscatto”, quelli dove l’io narrante si mostra conscio delle proprie possibilità e dichiara a tutti che ce la farà a sconfiggere i suoi demoni e a trovare la sua strada: “Quando imparerò”, “Cose che non ho saputo dire” e poi, ovviamente, quella “Impossibile” che per mesi ha aperto i concerti e che ora, per questa logica del rovescio di cui abbiamo detto, ha il compito di chiuderli. Anche qui, pubblico caldissimo che canta a squarciagola il ritornello, finale con i membri della band che a uno a uno, una volta presentati, lasciano il palco, saluti finali e tutti a casa.
E invece no. Perché l’epilogo non è ancora arrivato e l’epilogo che è stato pensato è dei più speciali. Ghemon si presenta da solo sul palco, con un microfono ad auricolare (“con questo se volete vi chiamo un taxi”– ha scherzato in quelle che di fatto sono le prime parole che rivolge ai presenti), si siede e inizia a parlare. Ringrazia per tutto il supporto ricevuto dall’inizio del tour, ricorda che “Mezzanotte” compirà a breve un anno e che è arrivato il momento di voltare pagina, ringrazia la città di Milano per averlo accolto, lui e la sua famiglia, racconta di quante cose gli abbia insegnato e di come ormai abbia preso i suoi ritmi, e coglie l’occasione per dire la sua (con molta delicatezza, bisogna dire) sulle recenti polemiche riguardo all’immigrazione. Da ultimo, tira fuori una copia della sua recente autobiografia (“Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle”) e ne legge le pagine finali, circondato da un silenzio irreale e magnifico, testimonianza indelebile, molto più che gli applausi durante il concerto, dell’affetto che il suo pubblico nutre per lui.
È veramente finita, questa volta. Ma non prima di richiamare Le forze del bene sul palco per suonare di nuovo “Temporale”, per vivere un ultimo momento di perfetta comunione con i propri fan.
Al di là dei gusti e delle preferenze, è abbastanza evidente che uno come Ghemon in Italia rappresenti un caso unico e un’eccellenza assoluta. Adesso è il momento di lasciarlo andare, nella speranza di ritrovarlo tra un anno ancora più maturo e affamato, con un disco che sappia nuovamente fare la differenza.