Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

L’ultima volta che avevo visto l’Ohibò così pieno era stato nel dicembre 2015, in occasione del primo concerto milanese di Calcutta. Tanta gente dentro, quasi altrettanta fuori, in spasmodica attesa di rimediare un biglietto all’ultimo minuto.
Questa sera non c’è proprio il tutto esaurito, quelli che si sono presentati sono riusciti ad entrare, ma la sala dove si svolgerà il concerto è ugualmente bella zeppa. Tanti ragazzi giovani, che sin dall’apertura delle porte si accalcano davanti al palco (che è basso, quindi stare davanti è assolutamente necessario), atmosfera in generale festosa, con quel pizzico di tensione positiva tipica dei grandi eventi.

E di grande evento si può davvero parlare: il nome di Julien Baker è cresciuto tantissimo negli ultimi anni, tanto che la ragazzina dall’aria mite e fragile che ti lacerava il cuore con la sofferenza e la verità delle sue canzoni, è diventata ormai uno dei nomi più importanti del panorama indipendente, americano e non solo. L’uscita di “Turn Out the Lights”, il suo secondo disco, è stata fondamentale in questo processo di crescita e adesso stanno giustamente fioccando i progetti di collaborazione, dai Touche Amore, ai Manchester Orchestra, fino ad arrivare alle ultime settimane, con le prime anticipazioni di “Boygenius”, il progetto a sei mani firmato con Phoebe Bridgers e Lucy Dacus (fuori per ora tre singoli, l’ep d’esordio uscirà a novembre). Che sia ormai un punto di riferimento, non c’è più alcun dubbio.
E non c’è dunque da stupirsi se è arrivato anche per lei il momento di esordire dal vivo nel nostro paese. Una scommessa vinta, a giudicare dalla felice risposta del pubblico.

BECCA MANCARI

Becca Mancari è di New York ma il suo nome non lascia dubbi sulle sue origini italiane: lo dirà lei stessa nel corso del breve ma intenso set di apertura, che le sue radici sono in Calabria e che i suoi parenti sarebbero orgogliosi di lei, vedendo che è arrivata finalmente ad esibirsi nel loro paese.
“Good Woman”, il suo disco d’esordio, è uscito lo scorso anno e Julien se lo sta portando in giro per tutto il tour. Assieme al chitarrista che la accompagna (lei stessa suona questo strumento, alternando acustica ed elettrica), sta sul palco per una mezz’oretta, eseguendo le canzoni dell’album (più una nuova nel finale) e chiacchierando del più e del meno con il pubblico; i pezzi sono ben scritti ma la vena è tutto sommato standard e nel tempo a disposizione non riesce a fornirci nessun elemento che possa farcela ritenere superiore alla media. Da parte sua ha però un’attitudine sincera e un autentico desiderio di incontrare le persone che ha davanti, di raccontarsi a loro. Questo i presenti lo capiscono, la seguono in silenzio e con entusiasmo, tributandole applausi molto calorosi.
Julien Baker è di un altro livello e lo si capisce già dalle prime note. Si presenta sul palco da sola, la Telecaster a tracolla, il viso aperto e sorridente, quasi incredulo di fronte alla potenza dell’ovazione che la accoglie, i tatuaggi che ha su braccia e gambe (aumentati a dismisura, rispetto all’ultima volta che la vidi suonare) a testimoniare inequivocabilmente la sua vita adulta e le sofferenze passate.
Apre con “Sprained Ankle”, titletrack del suo disco d’esordio, manifesto poetico che si apre dicendo: “Vorrei poter scrivere canzoni che non parlino solo di morte”. L’abbiamo conosciuta così, tre anni fa. Vent’anni all’anagrafe ma molti di più nell’anima, il magnetismo e la potenza vocale di una brava artista ma anche di una che ha veramente vissuto, che con l’esistenza si è impegnata fino in fondo, fin troppo diremmo.

Basta un solo pezzo, questo solo pezzo, il modo con cui guarda fisso davanti a sé, con cui pronuncia con cura ogni parola, il modo con cui si allontana dal microfono nei momenti in cui la voce sta per esplodere, quasi sentisse che non è ancora il momento di lasciarla andare, il modo con cui sembra che si stia giocando tutta l’esistenza, nell’essere lì su quel palco; basta una canzone sola e il pubblico impazzisce, già completamente conquistato.
La successiva “Everybody Does”, anche quella dal primo disco, infiamma ancora di più gli animi e provoca un grande singalong. “Mi piace quando la gente canta assieme a me – dice la Baker – è bello perché anche se le mie canzoni sono tristi, c’è una grande positività nel cantare tutti assieme canzoni tristi. Mi dispiace però perché questo sarà l’unico pezzo un po’ veloce della serata: da questo momento in avanti rallenteremo sempre di più.”
È simpatica, Julien, è a suo agio e si capisce che il poter condividere le cose che scrive con così tanta gente, nell’essere amata ed apprezzata così tanto per le sue canzoni, le ha fatto acquisire una maggiore consapevolezza di sé stessa e l’ha resa più forte nel volersi aprire agli altri. “All’inizio pensavo che se mostri agli altri le tue debolezze, questi ti abbandonano – ha detto introducendo “Good News” – ma poi mi sono accorta che non è così, ho conosciuto amici veri che non mi hanno mai lasciato e ringrazio anche voi perché, il fatto che siate qui questa sera, dimostra che anche voi siete così.”.


Però poco dopo dà segno di una lucidità e di una sincerità non da poco, rispondendo: “Non è possibile, ci siamo appena conosciuti, ci vuole tempo per amare una persona” ad una ragazza che le aveva appunto urlato: “Ti amiamo!”.
Il concerto è più strutturato di quello del tour precedente. A questo giro gioca molto di più sui loop (usati comunque con grande moderazione), anche con la tastiera, strategicamente posizionata al suo fianco e su cui ogni tanto suona qualche giro di accompagnamento. Con lei c’è poi Camille Faulkner, l’amica violinista che ha collaborato all’ultimo disco e che l’ha accompagnata anche in tutto il tour americano. Suonano insieme per gran parte delle tracce  in scaletta e l’effetto è nel complesso suggestivo, anche se forse sono mancati un po’ gli arrangiamenti più complessi di alcuni brani (e infatti, cose come “Televangelist” o “Everything to Help You Sleep”, tra l’altro i miei pezzi preferiti, non sono stati suonati). Sarà forse per questo che la maggior parte degli episodi proposti proviene da “Sprained Ankle” e ci sembra che, senza nulla togliere alla meraviglia di “Sour Breath” o “Shadow boxing”, siano ancora quelli che dal vivo funzionano meglio.
“Something”, da questo punto di vista, è incredibile, paurosa per intensità emotiva e allo stesso tempo tecnicamente ineccepibile; su “Rejoice”, si raggiunge poi il punto più alto della serata: una canzone magnifica, che parla della sofferenza come di un qualcosa per cui si può anche ringraziare. Sembra impossibile dirlo ma poi senti lei che la introduce così, vedi che sguardo ha mentre la canta, senti che cosa esce da quelle corde vocali e sì, pensi che dopotutto possa anche essere un’esperienza che si può fare.


In sala, nel frattempo, sono tutti incollati a quel che succede su quel palco. Non vola una mosca durante i pezzi, mentre applausi scroscianti e urla di approvazione sottolineano gli arpeggi iniziali di ogni brano, tanto che in più di un’occasione Camille sorride sorpresa e quasi commossa, girandosi verso Julien come per controllare se sia tutto vero, ciò che sta accadendo.
Sono quei momenti rari in cui un concerto diventa molto di più di una semplice esibizione, diventa il modo con cui un artista ti apre il proprio cuore e ti invita a guardare quel che c’è dentro.
“Maybe it’s gonna turn out all right, I know that it’s not but I have to believe that it is”; finisce così, con gli ultimi versi di “Appointments” urlati a squarciagola, la tensione che finalmente esplode, noi che urliamo con lei, quasi a volerla sostenere, a volerle dire che le cose andranno bene, alla fine, che essere qui insieme stasera è un regalo per cui ringraziare e da custodire nel segreto del proprio cuore.
Julien Baker è una delle anime più belle che il mondo della musica abbia partorito negli ultimi anni. Chi l’ha incontrata questa sera sa che non potrà più farne a meno.