Le contiamo sulla punta delle dita: 5 domande ai nostri artisti, il tempo di batter 5 et voilà, in 5 minuti le risposte.

Intervista di E. Joshin Galani

Ci sono momenti di presenza, in cui ciò che ci accade intorno ci arriva, ci incontra e crea a sua volta degli effetti. Altri istanti in cui si va di fretta, ci si distrae e si perde l’attimo.
Questa settimana a “Batti 5” festeggiamo i 10 anni dell’uscita di “Indossai”, secondo album di Alessandro Grazian. E’ con colpevole ritardo che ho conosciuto questo disco, ma il mancato allineamento temporale non mi ha impedito di apprezzarne in toto il contenuto.
Sono felice di poterne parlare con Alessandro Grazian, e se come me in quell’ottobre 2008 vagavate con orecchie disattente, potrete recuperare l’ascolto live di questo gioiellino con le date del tour!

“Indossai” è un disco ricco e perfetto, curatissimo. Emerge la tua voce, l’intonazione perfetta ed il suo garbo. L’immaginario è quello dei filmati in bianco e nero da Teche Rai, (c’è un omaggio a Bindi, una citazione di Battisti) ma va oltre lo stile da cantautore anni 60, affermando una forza e spazialità musicale che supera i consueti set, per virare tra mandolino, banjo, violino, violoncello, arpa, fisarmonica, contrabbasso. C’è la collaborazione di Enrico Gabrielli (per citarne uno) e la presenza recitata in “San Pietroburgo” di Emidio Clementi. Ci racconti la genesi di questo album?
Innanzitutto grazie di cuore per le tue belle parole su ‘Indossai’.
La realizzazione di questo album è stata un’incredibile avventura artistica e umana, un percorso di esplorazione creativa a tratti pioneristica durato almeno tre anni.
Ho iniziato a pensare a questo album mentre ero impegnato con l’uscita del mio primo disco, l’ho inciso nell’arco del 2007 e finalmente nel 2008 l’ho pubblicato. A dirla tutta la realizzazione di ‘Indossai’ non è stata un pranzo di gala: ricordo mille ripensamenti, un po’ di difficoltà e qualche tensione ma questo anche perché la posta in gioco era molto alta. ‘Indossai’ è stato una dichiarazione d’amore per la musica, in particolare quella degli anni 60, quella della grande canzone europea, francese e italiana nonché quella dei grandi compositori delle colonne sonore ma è stato anche un atto d’amore per la storia, la letteratura e tutte le sane ossessioni che avevo a metà degli anni zero. È un disco che arrivava alla fine di una lunga ricerca estetica che avevo iniziato praticamente dieci anni prima quando mi ero sganciato dal rock e dalle band di amici e avevo cominciato a fare il cantautore. Questo album ha visto la luce grazie ad un caro amico e grande musicista ovvero Enrico Gabrielli che all’epoca investì personalmente nel disco producendolo e mi fu anche complice nella realizzazione artistica dell’album aiutandomi a coordinare parte delle registrazioni. Importante fu anche la presenza di Nicola Manzan, altro amico e prezioso musicista; ma l’elenco delle persone che hanno dato un proprio contributo all’album è davvero lungo e a tutti sono ancora oggi profondamente grato: Vincenzo Vasi, Emidio Clementi, Romina Salvadori, Giambattista Tornielli, Tommaso Cappellato, Sergio Marchesini, Angelo Maria Santisi, Alessandro Arcuri, i Grimoon e altri ancora. L’album è stato registrato da Enzo Cimino al Magazzeno (il mitico quartier generale della Trovarobato) di Bologna e sempre nel capoluogo emiliano è stato mixato da Matteo Romagnoli (che da lì a qualche anno sarebbe diventato protagonista di una nuova ondata di musica italiana con Lo Stato Sociale). Questo disco è stato per me anche una dichiarazione di intenti: volevo dimostrare (prima di tutto a me stesso) che non ero ‘solo’ il cantautore classico chitarra/voce (che all’epoca faceva un po’ di terrore nell’immaginario collettivo) ma che ero anche un polistrumentista, un autore di musiche e di arrangiamenti. Non è un caso che per la quasi totalità dei brani di questo album ho realizzato prima le musiche e gli arrangiamenti e solo successivamente i testi.

Per vocalità, arrangiamenti e ricchezza di suoni, un progetto di questo tipo lo sento molto adatto ad inserirsi in un cartellone teatrale. Sarebbe un’esperienza che ti piacerebbe fare quella del musical?
In effetti il prossimo 20 ottobre, per festeggiare i dieci anni di ‘Indossai’, suonerò dal vivo a Milano proprio in uno spazio teatrale ovvero Linguaggicreativi: sarà una serata speciale in cui l’atmosfera del disco avrà nuovamente la sua giusta cornice (e sul palco con me ci sarà anche Enrico Gabrielli).
Anche dieci anni fa, quando ‘Indossai’ uscì, ebbi modo di suonarlo da vivo con una formazione di sette elementi in alcuni spazi teatrali e fu bellissimo.
Le mie collaborazioni con il teatro sono state tante (e ne ho di nuove in arrivo) ma confesso che il mondo dei musical è un mondo che mio malgrado non conosco bene ma chissà cosa riserva il futuro… mai dire mai.
Sono invece un buon appassionato d’Opera (vado pazzo per la coppia Mozart-Da Ponte) ma questa, come si dice, è un’altra storia!

In “Acqua” citi il tilacino, marsupiale estinto… mancano gli aspetti ironici, ma potrebbe essere un argomento adatto ad uno dei tuoi spassosi siparietti stile Alberto Angela. Potresti prepararne uno per i 10 anni di Indossai, che ne dici? 
Ci farò un pensiero anche se la storia del Tilacino è una storia amara mentre i miei siparietti sono decisamente scanzonati… per parlare della storia del Tilacino ci vorrebbe il vero Alberto Angela, io rischierei di commuovermi!
L’ultimo esemplare di Tilacino (che è stato di fatto estinto dall’uomo) è morto a metà degli anni 30. Esiste una testimonianza video (che si può vedere su Youtube) in cui si vede ripreso questo ultimo esemplare chiuso nella gabbia dello zoo ed è particolarmente suggestiva. Quando ho visto per la prima volta quelle immagini più di dieci anni fa sono rimasto molto colpito e si sono innescate nella mia testa una serie di sensazioni che mi hanno fatto profondamente empatizzare con il Tilacino al punto che l’ho inserito in una mia canzone e l’ho scelto come Mascotte per ‘Indossai’ (e infatti dentro il Booklet ne ho inserito un’illustrazione stilizzata).

Negli anni, musicalmente, hai cambiato modalità compositive e testuali. Hai esplorato anche colori diversi della tua voce, dalle rotondità eleganti a tinte un po’ più r’n’r, in un processo di continua ricerca, cambiamento, sperimentazione. C’è un aspetto della tua voce a cui senti di appartenere più di altri?
Oggi come oggi non saprei rispondere perché credo di essere in una nuova fase di esplorazione della mia voce anche se di fatto il mio ultimo album di canzoni risale a tre anni fa… se guardo al mio modo di cantare direi che in studio ho sempre cantato in modo più intimo e ‘gentile’ mentre dal vivo davanti al pubblico tendo ad essere più sporco ed irruente. Sono due approcci in cui mi riconosco perché incarnano anche il mio modo di essere ma il prossimo cortocircuito stilistico potrebbe essere dietro l’angolo, vediamo che accadrà in futuro!

Sei in studio con Giulio Casale, cosa bolle in pentola?
Giulio mi ha chiamato per curare l’arrangiamento e la produzione di alcuni brani del suo nuovo album che uscirà in autunno. È stata un’esperienza decisamente bella e gli sono grato per la fiducia che ha riposto in me. Confrontarsi con altri artisti è sempre fonte di nutrimento e farlo con un cantautore come Giulio mi ha anche riavvicinato al mondo della canzone da cui ultimamente avevo preso un po’ le distanze.
Sarà un bell’autunno!