Articolo di Simone Santi

[se volete sapere perché un’altra rubrica che tratta di letteratura, vi invito a leggerne l’introduzione] [la prima parte dell’articolo invece è qui]

Il secondo “sogno” di cui voglio trattare in questa serie di tre, è soggetto della maravigliosa visione  di cui Dante riferisce nel capitolo III della VITA NOVA, prosimetro in cui sono raccolti i suoi primi componimenti giovanili accompagnati dal commento del poeta e dal racconto della sua formazione personale e poetica.
Centrale in quest’opera è la vicenda dei primi incontri con Beatrice, donna da lui amata e donna de la salute la cui figura manterrà una posizione centrale nella produzione letteraria dantesca, e nondimeno un ruolo decisivo nel raggiungimento dei suoi esiti più elevati.

Per accompagnare la rievocazione di questo sogno e chiarirne le figurazioni allegoriche, faremo riferimento al commento realizzato dal poeta e dantista cremonese Vittorio Cozzoli per l’edizione della VITA NOVA uscita nel 1995 all’interno della collana “LA COLLANINA – classici in breve” diretta da Franco Loi per la EDIS Edizioni Culturali. In tale edizione il commento al testo è volto a completare gli studi condotti sull’opera fino a quel momento aggiungendo l’ultimo livello di significazione che ancora non era stato affrontato e che compie tutti i livelli precedenti, giungendo finalmente a realizzare la lettura anagogica anche di quest’opera.

Raccogliendo in gran numero elementi e testimonianze inerenti la propria speciale esperienza e condizione personale che lo stesso poeta ha espressamente depositato nei propri scritti a beneficio dei lettori, e in particolare facendo riferimento alla Epistola XIII a Cangrande, nella quale eglidichiara il contenuto dell’ultima cantica della Comedia e indica ai contemporanei e ai posteri il modo in cui l’opera debba essere letta, Cozzoli propone una lettura di Dante “secondo Dante”, rispettosa delle intenzioni che l’autore aveva così manifestato dietro il velo del suo “figurando”.

Leggere la VITA NOVA seguendo le indicazioni del suo autore, significa cogliere il doppio livello al quale accadono gli eventi narrati, su cui si fonda la polisemia della scrittura. Sul piano letterale, come la critica ha ben ricostruito, il libello parla dell’amore di Dante per Beatrice di Folco Portinari, donna fiorentina sua coetanea, e delle vicende esistenzialmente drammatiche che si dipartono dai loro primi incontri già durante l’infanzia, con la descrizione del turbamento che da subito segna in profondità l’animo del poeta, passando per la morte di lei e il periodo di luttuoso dolore che lo porterà a cercare consolazione nella filosofia fino al momento conclusivo dell’opera, nel quale decide di non parlare più di questo amore fin quando non sarà in grado di trattarne più degnamente. A questo livello si tratta di un’opera che colloca Dante, pur nella novità del suo stile, tra i cantori dell’amor cortese dello Stilnovo toscano.

L’opera tuttavia, come si è detto, vive su più livelli, e il suo significato ultimo, come ci dice Dante e come per lui ci ricorda Cozzoli, si compie sul piano anagogico, che è l’allegoria del mondo spirituale. La novitas della vita di cui si parla qui riguarda il destino finale dell’anima, la realtà ultima oltre la quale non sono concepibili altre. Sul piano anagogico, leggiamo di Amore che, attraverso l’amore per Beatrice, insegna a Dante ad amare Amore, che nell’allegorico figurare è lo stesso Dio; pertanto è attraverso questa donna de la salute che Dante impara a conoscere la realtà nella sua totalità, fatta di materia e di spirito, di sensibile e di intelligibile, di temporale e di eterno, e rispetto alla quale viene chiamato a scrivere. Così, salendo i livelli della polisemia dantesca, la “Beatrice” donna fiorentina del duecento diventa sul piano allegorico la figurazione dell’anima stessa del poeta, che egli “incontra” e della cui bellezza e nobiltà si innamora attraverso esperienze di natura carismatica, al modo che conosciamo anche per analogia con i resoconti testimoniati dai grandi mistici.

La maravigliosa visione di cui Dante riferisce nel capitolo III della VITA NOVA è l’episodio conseguente all’incontro avuto con Beatrice esattamente nove anni dopo il primo – anche il ricorrere del numero nove appartiene alla simbologia dello spirito. Frequente nel racconto di tali incontri con lei è il ricorrere di termini legati al suo “apparire” (“apparve a me, ed io la vidi”) e la persistenza di un lessico più idoneo a rappresentare letteralmente la fenomenologia della visione. Questa volta a produrre nel poeta profondo turbamento, insieme alla vista di lei, è il saluto della donna, e il suono della sua voce quando “quella fu la prima volta che le sue parole si mossero per venire a li miei orecchi”. Rapito dalla dolcezza di quell’incontro, si ritira nella solitudine della propria camera e, pensando a lei, viene colto da un soave sonno, all’interno del quale gli appare una maravigliosa visione. E’ questo il primo episodio testimoniato da Dante di quella mistica del sonno che culminerà nel canto XXXII del Paradiso, col “risveglio” definitivo da quell’alto sonno attraverso le parole di Bernardo: “Ma perché ‘l tempo fugge che t’assonna”, e che sul piano di significazione anagogica corrisponde ad una discesa dentro lo spirito.

In questo stato Dante vede una nuvola di colore infuocato, dall’interno della quale distingue la figura d’uno segnore di pauroso aspetto che gli parla in un modo ancora poco comprensibile. Costui, che il poeta ancora nuovo a queste esperienze non riconosce e teme, altri non è che Amore, e tra le braccia tiene una donna avvolta in un drappo di colore sanguigno che Dante riconosce essere la “sua” Beatrice: in una mano la figura paurosa tiene un cuore ardente, che dice essere il cuore dello stesso Dante, che offre alla donna per esserne mangiato; mentre la donna se ne ciba, passando dalla letizia ad un amarissimo pianto, il pauroso signore la raccoglie tra le braccia e insieme ascendono al cielo. Per la grande angoscia provata, Dante dice di non aver potuto sostenere tale visione, tanto che il deboletto sonno “si ruppe e fui disvegliato”.

In questo Incipit, della VITA NOVA intesa come opera e insieme come chiamata al compimento della vita e della scrittura del poeta, è già prefigurata nell’amarissimo pianto di Beatrice-Anima la sua futura crisi che lo porterà a perdersi nella selva in cui si ritroverà nell’altro Incipit, all’inizio della Comedìa. Un rimando alla sua vocazione scrittoria, alla chiamata a scrivere riguardo alla res nova dello spirito che egli impara a conoscere attraverso la conoscenza della realtà di Beatrice-anima nelle prime esperienze giovanili di questi sonni/sogni/visioni e in età più matura attraverso l’altro viaggio nell’aldilà, lo si può cogliere nella corrispondenza che si può leggere tra questo episodio in VITA NOVA con la visione di Giovanni dove nell’Apocalisse è scritto: “Presi quel piccolo libro dalle mani dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito me ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. Allora mi fu detto:
– Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, re.”.
Un libro per Giovanni, un cuore per Dante. Triboli entrambi, conseguenti alla vocazione profetica.