Articolo di Simone Santi

[se volete sapere perché un’altra rubrica che tratta di letteratura, vi invito a leggerne l’introduzione]

Dopo esserci fatti accompagnare nel precedente articolo dalla lettura dei versi del canto I dell’Inferno di Dante eseguita dalla scrittrice Merika Rossetti, oggi ci fermeremo per fare una sosta di fronte alla porta eterna della “città dolente”. Prima di entrare, dalla cruna l’orso trarrà tre sogni, che chiariranno il significato e l’importanza che riveste l’esperienza della “visione”, sia notturna che da svegli, nell’opera del poeta. Oggi iniziamo col primo, un sogno “profetico” riferito da Boccaccio nel suo “Trattatello in laude di Dante”.

Riprendendo il filo dei versi poetici attraverso l’enunciazione della scrittrice Merika Rossetti, che alla fine della prima di tre serate di letture dantesche ci aveva lasciati all’incipit dello “altro viaggio”, la seconda serata ci accompagna direttamente sulla soglia della porta infernale, al canto III dell’Inferno.

Prima però di entrare “dentro a le segrete cose”, e proseguire così accompagnati dalla voce lettrice della nostra “guida”, propongo di fare una prima sosta; una di quelle pause che Dante per primo utilizza così sapientemente come espediente narrativo per i momenti didattici attraverso i quali Virgilio spiega e si fa interprete per noi di verità che richiedono il tempo per la loro comprensione.

Nel precedente articolo avevo fatto brevemente cenno alla speciale qualità dei sonni/sogni in Dante come manifestazioni fenomenologiche di esperienze che trovano corrispondenze più feconde nei resoconti resi dai mistici che non nei manierismi retorico-stilistici degli altri poeti stilnovisti. Ora abbiamo la possibilità di chiarire meglio questo aspetto, che da qui in poi consentirà nel nostro procedere di ascoltare le parole del poeta con una più profonda intelligenza dei significati autentici della sua opera, nel rispetto pieno della intenzione dell’autore.

Seguendo un percorso di ordine cronologico, che dia conto anche della progressiva evoluzione psicologica e spirituale dell’esperienza fenomenica della visione, onirica e non, nella vita così come nella scrittura del poeta, prenderemo ora in esame tre sogni importanti che lo riguardano. In questo articolo tratterò del sogno in merito al quale Boccaccio scrive nel suo Trattatello in laude di Dante, episodio non altrimenti documentato e accaduto alla madre di Dante durante la gravidanza; sogno in cui attraverso le vesti simboliche caratteristiche si possono riconoscere anticipazioni riguardo alla vita futura del nascituro. Nel prossimo articolo invece tratterò del “deboletto sonno” che coglie Dante nel capitolo III della Vita Nova a seguito del profondo turbamento causato in lui dallo “apparire” e dal saluto di Beatrice, e della “maravigliosa visione” di Amore, sotto le sembianze di “una figura d’uno signore di pauroso aspetto” che in esso si manifesta. Da ultimo scriverò de “l’alto sonno” in cui il poeta cade proprio alla fine del canto III dell’Inferno, al momento di traversare il fiume Acheronte sulla barca di Caronte, traghettatore di anime, per raggiungere le sponde dell’Inferno.

L’ammirazione di Boccaccio per l’autore della Comedìa, per la quale fu proprio lui a coniare l’attributo di Divina, è riconosciuta e documentata, mercè della vasta messe di riecheggiamenti e citazioni dantesche ricorrenti in tutte le sue opere, e nondimeno per il prezioso e instancabile lavoro di copista e di editore dell’opera di Dante – del quale è bene ricordare che non possediamo alcun documento autografo. Inoltre egli scrisse anche una importante biografia elogiativa di Dante, frutto di una lunga ricerca e rielaborata in diverse stesure, intitolata Vita di Dante o Trattatello in laude di Dante.

In questa biografia leggiamo riguardo a un sogno avuto dalla madre di Dante durante la gravidanza, che per la sua foggia e per il contenuto tanto il Boccaccio quanto la tradizione attribuiscono al novero dei sogni profetici. La gentil donna nel sogno partoriva il figlio sotto un albero di alloro, nei pressi di una chiarissima fonte; in breve tempo ella vide che questo figlio, nutrendosi del fogliame caduto dall’albero e abbeverandosi alla suddetta fonte, si trasformava prima in un pastore e infine in un pavone. L’emozione sostenuta dinanzi a una simile visione fu tale che ruppe il suo sonno, ridestandola.

È piuttosto semplice leggere i simboli di questa scena rifacendoci all’immaginario medievale e a quello proprio delle tradizioni più antiche, a partire dall’albero di alloro di cui il pargolo si nutre, eloquente allegoria della poesia. Più specifici nel rimandarci alla conoscenza della chiamata alla scrittura ricevuta da Dante sono le tre successive immagini oniriche: la chiarissima fonte, il pastore e il pavone.
L’anima che si disseta alla fonte della vita è un motivo iconografico ancestrale, potremmo dire archetipico, che ritroviamo già rappresentato presso i cicli di cultura più antichi. A titolo di esempio riporto la raffigurazione del ba (l’anima, il principio spirituale dell’uomo) nelle immagini dipinte e istoriate sulle pareti delle tombe dell’Antico Egitto, presentato nell’atto di dissetarsi a una fonte nei pressi di un sicomoro, albero sacro alla dea Hathor; o di ricevere l’acqua direttamente dalla dea stessa, quali simboli del vivere e del nutrirsi nello spirito. Leggendo gli avvenimenti autobiografici drammaticamente testimoniati dal poeta stesso nelle sue pagine, in particolare negli anni giovanili della Vita Nova, comprendiamo come sia stato principalmente attraverso le esperienze carismatiche di questi sogni/visioni che Dante sia venuto accrescendo la propria personalità e la consapevolezza della propria scrittura. Del resto è sempre il poeta a voler chiarire nella sua Lettera a Cangrande della Scala che la chiave di lettura ultima, che compie per intero il significato della Comedìa, è precisamente la lettura anagogica e spirituale.

Quello del “buon pastore” è un topos assai caro e frequente nel cristianesimo delle origini, con molti riscontri biblici. Nella rappresentazione onirica del pargolo che crescendo diventa un pastore, è espressa chiaramente la missione poetica che da subito è assegnata e concessa alla sua speciale condizione di uomo e di scrittore: condurci con la sua vita e con la sua opera a conoscere le realtà “ultime”, ovvero quelle “in spirito” e dello spirito – analogamente ad un buon pastore che conduce opportunamente le greggi ai pascoli migliori – scrivendo “in pro del mondo che mal vive”.

Il pavone nel cristianesimo delle origini era un simbolo di eternità, cosicchè nella metamorfosi dell’uomo in un essere di tale natura la donna ha visto realizzarsi simbolicamente l’eternarsi del figlio e della sua fama grazie alla composizione dei suoi versi immortali. Previsione del resto confermata, come annunciato già nel precedente articolo, dalla scelta certo non consapevolmente operata del nome Durante, destinato a perdurare nel tempo, dal momento che, scrive Boccaccio, “al nome seguì l’effetto”.

Ciascuna di queste affermazioni sarà chiarita nel prosieguo della trattazione. Ma ora già immagino e anticipo le domande e l’incredulità sui vostri volti. Sicuro, noi non abbiamo modo di sapere se il sogno riportato da Boccaccio sia autentico o se sia un espediente poetico, motivato dal riconoscimento della grandezza del poeta e dal suo intendimento di illustrarla. Dal mio punto di vista, la cosa ha ben poca importanza. Si tratti di realtà storica o di fictio letteraria, certo rimane il fatto che la cultura medievale al pari delle tradizioni che l’hanno preceduta possedeva una comprovata cultura del sogno, capace di riconoscere tra differenti forme di visio così come di distinguere le comuni esperienze oniriche da quelle visionarie esperite dai mistici naturali e dai mistici carismatici.

Sarebbe un’operazione intellettualmente scorretta presumere di valutare le forme della cultura e dell’immaginario di epoche storiche e di tradizioni diverse dalla nostra secondo i parametri psicologici ed epistemologici della nostra contemporaneità. Per noi non è utile definire se la possibilità di un sogno anticipatore di eventi futuri, che per le sue ricadute sulla collettività può dirsi a pieno titolo un sogno profetico quale quello sopra descritto, sia ammissibile o no alla luce delle nostre conoscenze e delle nostre idee rispetto alle esperienze oniriche e in generale rispetto agli stati di coscienza modificata; a nostro giovamento può venire il comprendere che tali esperienze erano credute vere, e che tali credenze erano fondate sul riconoscimento delle loro ricadute concrete e veritiere sulla realtà quotidiana, perfettamente funzionali alla cultura, all’immaginario e alla vita degli uomini del tempo in cui si sono espresse.