Articolo di Giacomo Starace

Quattro ragazzini dalla faccia pulita e dai modi gentili: Winston al banjo, Ted alla chitarra, Ben alla fisarmonica e Marcus, con uno xilofono colorato e un mandolino. Potete trovare questo video cercando su YouTube The Banjolin Song. Osservateli bene, imbarazzati davanti alla telecamera. Successivamente, cercate qualche video di Dust & Thunder, lo spettacolare concert-film registrato in Sudafrica nel 2016, e guardateli saltare e cantare di fronte a migliaia di persone. Sono passati meno di dieci anni fra l’uno e l’altro. Cosa è successo in questo lasso di tempo? Scopriamolo insieme.

Dal balcone all’arena
I quattro ragazzini si presentano al mondo con un album che mostra subito di che pasta sono fatti: Sigh No More, 2009. Lo stile è un folk ossuto e concreto, caratterizzato da un andamento molto stomp & holler, percussivo e incalzante. Fin dal primo brano, la title track, troviamo testi profondi, che vanno diretti al punto della questione: un viaggio nell’anima e nei sentimenti dell’uomo.
La precarietà umana e la condizione di essere con un piede sulla riva e uno nell’acqua, vengono, da un certo punto di vista, attaccati e sconfitti da un amore che non ha niente a che vedere con il sentimentalismo, ma, vissuto come dovrebbe davvero essere, conduce la persona ad essere quello per cui è destinata. Fortissimo qui è il riferimento a Shakespeare, da Much ado About Nothing (ripresa totalmente nel primo brano dell’album): nell’atto secondo di quest’opera troviamo una canzone, cantata dal personaggio Balthasar, con a tema l’inconsistenza dell’uomo. È soltanto un piccolo esempio dei richiami letterari all’interno dell’album: I Gave You All richiama il Re Lear, in Roll Away Your Stone troviamo una citazione dal Macbeth, mentre Timshel e Dust Bowl Dance prendono ispirazione da East of Eden e Grapes of Wrath, due romanzi di Steinbeck. I riferimenti letterari rispecchiano un modo di scrivere che pesca direttamente dal background culturale del gruppo (un forte apporto viene dagli studi classici di Marcus Mumford, principale autore dei testi). Le domande esistenziali ‘Chi sono?’, ‘Che senso ha il dolore?’ sono al centro del secondo brano, The Cave, che può essere ricondotto alla caverna di Platone in cui siamo schiavi di ciò che ci sembra reale, ma la nostra salvezza è al di fuori, una volta trovata la forza di fare quei passi verso l’uscita (l’interpretazione è quella di G.K. Chesterton, che utilizza la caverna platonica per spiegare la visione del mondo di Francesco d’Assisi). È il cuore che ci rivela la falsità delle nostre immaginazioni, perché, a differenza della testa, è un organo che non può essere messo a tacere. A un certo punto le domande non possono più essere contenute, quindi c’è bisogno che la nostra anima si svegli, ma non è una cosa possibile con le proprie forze. Awake my Soul, settimo brano, parla di questo: risveglia la mia anima. Questa frase, che è in tutto e per tutto una preghiera, viene gridata dalla voce di Marcus più volte alla fine della canzone.

Se volessimo cercare una struttura comune ai brani che compongono l’album, direi che essi sono dei monologhi che la voce protagonista rivolge a qualcuno al di fuori, che può essere identificato come un Dio, un amico, anche una persona causa di dolore, a seconda della canzone. Lo svolgersi di questi monologhi è sostenuto con il modo di cantare e di aumentare il ritmo, creando un contrasto fra le strofe, che riguardano generalmente una condizione statica, i bridge e i ritornelli, che contengono le preghiere e le grida che rimettono in discussione tutto.
Quando iniziano a portare in tour Sigh No More, i quattro ragazzini del balcone si rivelano esplosivi: l’energia dei loro concerti attira sempre più pubblico.
Da quel momento in poi, nessuno li fermerà più. A distanza di tre anni esce Babel (2012), album più maturo che ricalca lo stile e i contenuti del primo. Può essere letto come una vera e propria continuazione del discorso del precedente album, sia dal punto di vista tematico che musicale.
Se, nel parlare del primo album, mi sono concentrato sui brani strettamente legati a una ricerca filosofico-esistenziale, per Babel vorrei affrontare anche un brano che parla di una relazione amorosa: Lover’s Eyes. L’amore oggetto della canzone è tutt’altro che positivo: gli occhi della persona amata non fanno altro che accecare il soggetto, rendendogli impossibile sfuggire da quello che è in tutto e per tutto una maledizione. È una condizione apparentemente senza uscita, la disperazione è totale, al punto da chiedere di essere ridotti in cenere, ma, di punto in bianco, ecco la svolta: I’ll walk slow, I’ll walk slow. Take My hand and help me on my way (Camminerò piano, camminerò piano. Prendi la mia mano e aiutami nel mio cammino). È un verso che stravolge il tema della canzone, lasciando intravedere una possibilità di sopravvivere e rialzarsi ancora una volta. Richiama, in un certo senso, un altro pilastro di quest’album: I Will Wait, vera e propria canzone dell’attesa. Con il solito ritmo in crescendo, Marcus e figli dicono senza mezzi termini che anche quando si è schiacciati a terra, l’unico modo per rimanere vivi è aspettare l’arrivo di qualcuno che ci salvi; è un tipo di attesa che viene costruita partendo dal rimanere con gli occhi aperti, non tralasciando mai il cammino di conoscenza di se stessi che mette in condizione di saper riconoscere quel you che si sta aspettando. Penso che, a questo punto, sia necessaria una precisazione: non si può affrontare la musica dei Mumford ignorando la drammaticità dei loro testi. Questa è espressa con una cura e un’attenzione linguistica che, a braccetto con la struttura musicale, rendono inequivocabile il messaggio che desiderano mandare.
Babel si rivela il definitivo trampolino di lancio per un successo divenuto incontenibile e che li porta a riempire arene in tutto il mondo.

Big Easy Express e Live At Red Rocks: i Mumford in tour
Così come dopo il primo album, i Mumford si prendono una pausa dallo studio di registrazione di altri tre anni. Cosa fanno quando non sono in studio? Dal 2007 si sono presi pochissime pause: l’amore per la musica li porta sempre in tour, in mezzo ai fan, a incontrare altri artisti con cui fraternizzare e collaborare. Un esempio è il film documentario Big Easy Express (2012), in cui, con gli Old Crow Medicine Show (colonne portanti della scena bluegrass attuale) e Edward Sharpe & The Magnetic Zeros, gruppo che ricorda molto il folk hippie degli anni ’60, intraprendono un viaggio in treno attraverso tutta l’America, partecipando a una serie di festival e condividendo la loro musica. La dimensione del festival si rivela feconda per i Mumford, poiché permette loro di avvicinarsi al pubblico proprio e altrui, di collaborare con altri artisti, arricchendo il proprio bagaglio musicale e, come testimoniato dal documentario, umano.
Nel tour di Sigh No More registrano il film concerto The Road to Red Rocks, nella splendida cornice del Red Rocks Amphitheatre in Colorado, in cui anticiparono molti brani di Babel. Rappresenta il punto più alto raggiunto dalla band fino a quel momento; l’esibizione regala momenti di altissima qualità e mostra quanto i Mumford siano un gruppo fatto apposta per i live: le emozioni che gli album suscitano, nelle performances live risultano moltiplicate esponenzialmente, questo perché ognuno di loro è pervaso completamente da quello che sta facendo.

Wilder Mind: shock e novità
Il successo dei loro tour, però, non esaurisce ciò che caratterizza di più questo gruppo: la ricerca, sotto ogni aspetto. Con il loro terzo album in studio, Wilder Mind (2015), i quattro fanno un passo che ha attirato molte critiche, ma che racconta molto di loro. Fanno una scelta radicale: abbandonano il banjo e la chitarra acustica per chitarre elettriche e sonorità molto più rock. Cosa rivela tutto ciò? Come ha recentemente affermato il tastierista Ben Lovett, i Mumford non hanno ancora capito cosa fanno e questo è espresso proprio da una ricerca musicale che gli fa abbandonare gli elementi che li hanno caratterizzati fino a quel momento. Musicalmente è un album con uno spettro di sonorità ampissimo, più dei precedenti, in cui gioca un ruolo fondamentale il tastierista Lovett, nella creazione di tappeti sonori e di effetti. Avventurandosi in un genere diverso, il loro punto fondamentale non cambia: ogni canzone è un pezzo in più del puzzle di esperienze degli album precedenti. La novità tematica è che il monologo permane, ma, nei fatti che vengono raccontati, c’è un rapporto fra i due elementi. La voce protagonista agisce in relazione a una seconda che è molto più vicina, quasi compagna di quello che la prima vive. Proprio come in un rapporto personale, il linguaggio stesso si fa più semplice, l’utilizzo del ‘tu’ non richiama più qualcosa di distante. Questi elementi, tutti insieme, rendono quest’album molto intimista e personale, come ad esempio in Ditmas, decimo brano, che consiste in un commovente monologo di addio.
La domanda che in molti si sono posti, ascoltandolo, è: dove sono i veri Mumford & Sons?
Sono sempre loro, che fanno i conti con la smisurata ricerca di quello che desiderano raggiungere con la musica. Gli interessi diversi, le nuove esperienze, tutto influisce nel reinventarsi di una band che avrebbe potuto continuare a suonare il genere che li ha portati al successo intercontinentale.
Per loro, però, rimanere in cima alle classifiche non è importante quanto continuare a cercare e sperimentare.

Il tour in Sudafrica
Innegabilmente il terzo album in studio ha suscitato critiche dal pubblico di affezionati, ma, a fianco di chi li abbandona accusandoli di essersi snaturati, molti colgono quello che Wilder Mind realmente rappresenta: un invito a seguirli fino in fondo nella loro storia.
Fulcro della pausa triennale canonica è il tour in Sudafrica Dust & Thunder (2016), la cui data conclusiva è contenuta nell’omonimo DVD. È, a mio parere, un concerto da ascoltare e osservare con attenzione per cogliere l’evoluzione del gruppo da Red Rocks a Wilder Mind. Dopo un anno dall’uscita di Wilder Mind, la band si muove con estrema scioltezza nel nuovo stile che ha abbracciato, migliorando quegli elementi che risultavano ancora grezzi nel disco (ad esempio c’è molta più coscienza nell’utilizzo dell’effettistica). Alzano l’indice di spettacolarità della performance, adottando giochi di luci, incursioni nel pubblico (sul bridge di Ditmas Marcus attraversa la folla; nella data milanese è arrivato fin sotto le tribune dal lato opposto del palco): una tipologia di show più simile a quella di una rock band, senza tuttavia abbandonare la spontaneità che li contraddistingue in ogni ambito. Insieme a loro, sale sul palco anche un artista che ha poco in comune con loro: Baaba Maal, cantautore senegalese che ha collaborato con i quattro inglesi nell’EP dello stesso anno Joannesburg. Se aveva suscitato scalpore vedere Winston Marshall con in mano una chitarra elettrica invece del banjo, cosa si potrebbe dire dei tamburi, delle melodie, della lingua africani?
Tutte questa novità, però, non sono state che un inizio dei “nuovi” Mumford & Sons.

Delta is coming
Il nuovo capitolo di questa band è stato già scritto, ma bisogna aspettare ancora qualche giorno per scoprirlo: il sedici di questo mese uscirà il loro quarto album in studio, Delta. È stato anticipato da due singoli molto diversi fra loro: Guiding Light, accolto con furore dai fan per il ritorno del banjo e degli strumenti acustici, e If I Say, che lascia di stucco per essere, invece, strutturato su un insieme di archi ed effetti elettronici. Le dichiarazioni che hanno fatto nell’ultimo mese alimentano la curiosità attorno al nuovo lavoro, facendo crescere l’attesa dei fan. Grazie alla produzione di Paul Epworth (Coldplay e Adele, fra gli altri) hanno ritrovato familiarità con lo studio di registrazione, raggiungendo, sempre secondo una loro dichiarazione, una sintonia e una libertà nel suonare maggiori rispetto agli album precedenti. Per loro stessa ammissione sarà un album senza confini e anche il tour sarà qualcosa di completamente diverso dai precedenti (li vedremo a Milano il 29 aprile 2019), per cui non resta altro che aspettare.
“Che cosa fanno i Mumford & Sons? È quello che stiamo cercando di capire”. Spero solo che questo disco continui ad ampliare il senso di questa domanda.
Con queste parole di Ben Lovett (citate anche in precedenza), che, secondo me, contengono il nocciolo della loro esperienza musicale, passo a tirare le somme.
Per affrontare fino in fondo il messaggio e i contenuti della musica dei Mumford & Sons sarebbe necessario uno spazio che la pagina non consente, per cui il consiglio è di ascoltare ogni brano e fare attenzione al testo, alla musica, lasciando che l’insieme di tutti questi elementi colpisca a fondo la propria ragione ed emotività. Con genialità, attenzione al dettaglio, idee profonde e sincerità, Marcus e compagni regalano sempre uno spaccato su loro stessi (e noi stessi, di riflesso) che non è destinato a chiudersi in uno stile definito e perenne. L’invito è sempre lo stesso: seguirli ancora una volta, accompagnare una ricerca che, chi più e chi meno, coinvolge anche noi.