Articolo di Luca Franceschini

In Italia erano venuti nel 2013 ed avevano addirittura suonato a San Siro, aprendo per i Depeche Mode, all’epoca impegnati nel loro “Delta Machine Tour”. Lo ha ricordato ieri sera Lauren Mayberry, tra una canzone e l’altra, più o meno a metà concerto. Ha detto che “non era ancora uscito il nostro primo disco e non sapevamo davvero che cosa stessimo facendo!”. Poi ha chiesto al pubblico se ci fosse stato qualcuno, quella sera di cinque anni fa e due o tre hanno alzato la mano.
Io a quel concerto ci sarei dovuto essere ma poi non presi in tempo i biglietti e rinunciai, ripiegando, si fa per dire, sulla data al chiuso del febbraio successivo. Peccato, perché se ci fossi andato avrei avuto l’onore di vedere tra i primi un gruppo di cui già all’epoca, con solo un ep all’attivo, si parlava tantissimo. Li scoprii qualche tempo dopo ma da allora in Italia non ci sono più venuti.


Per fortuna a questo giro ci ha pensato Radar Concerti: nel frattempo i dischi sono diventati tre e anche se l’ultimo “Love is Dead”, uscito a maggio, è risultato leggermente inferiore al precedente “Every Open Eye”, l’occasione per vedere all’opera una delle migliori Pop band al momento in circolazione era senza dubbio da non perdere.
Proprio per questo mette un po’ di tristezza vedere il Fabrique non certo al meglio della sua capienza. È ormai noto che certe sonorità non sono mai andate troppo per la maggiore dalle nostre parti ma è anche vero che artisti di questo tipo ogni tanto ne arrivano. C’è poco da fare: seguiamo sempre e solo l’hype del momento ed evidentemente questa band, per quanto all’estero suoni davanti a platee numerose ed abbia fatto quasi tutti i principali festival nelle posizioni alte dei tabelloni, in Italia rimangono degli outsider. Altro dato curioso è l’età media degli intervenuti, molto più alta di quanto ci saremmo aspettati, per un gruppo che ha una proposta che, per quanto nostalgicamente ottantiana in certi frangenti, è comunque appetibile alle nuove generazioni.

In apertura Let’s Eat Grandma: le due amichette inglesi mi avevano positivamente impressionato col loro secondo “I’m All Ears”, pubblicato più o meno a ridosso del disco dei Chvrches. Abbandonate le sperimentazioni ma anche le infantili ingenuità dell’esordio, Rosa Walton e Jenny Hollingworth hanno virato verso un Pop più adulto ed adatto alle classifiche, non senza rinunciare del tutto a quella vena sognante e immaginifica che caratterizzava le loro prime composizioni.
Dal vivo godono dell’appoggio di una batterista, fondamentale nel dare maggior spinta ai vari brani. Loro due si occupano principalmente dei Synth anche se ogni tanto compaiono un sax, un flauto ed una chitarra, per uno spettacolo che fa sì un grosso uso delle basi ma contiene anche parecchie porzioni autenticamente live. Rosa e Jenny sono spontanee e credibili, si muovono ancora in modo infantile ma sanno come tenere in pugno il pubblico, che infatti risponde benissimo. Dopotutto, quando si hanno in repertorio pezzi come “It’s Not Just Me”, “Hot Pink” e “Falling Into Me”, non si può che andare sul sicuro.
Nel finale arrivano addirittura i dieci minuti di “Donnie Darko”, col suo inizio da ballad eterea, le nostre che si sdraiano per terra e la parte centrale che è una divertente esplosione Dance dove la stessa Jenny scende per un attimo a ballare tra la gente.
Un’esibizione convincente, che fa capire come, se sapranno giocare bene le proprie carte, potrebbero anche riservarci qualche sorpresa in più…

Sulla prova dei Chvrches c’è poco da dire. Strepitosi. I quattro scozzesi (se contiamo anche il batterista Jonny Scott, che li segue dal vivo) hanno tenuto il palco con maestria e grandissima passione, potendo contare su suoni potenti e straordinariamente nitidi, oltre che su un Light Design sempre molto piacevole.
È indubbio che il punto di forza risieda nella figura di Lauren, voce fantastica, che ha controllato benissimo per tutto il concerto, un timbro smaccatamente Pop ma una potenza ed una tecnica da cantante vera, una meraviglia assoluta da ascoltare; oltre a questo, una presenza scenica più che adeguata ed una simpatia contagiosa, che la rende lontanissima da qualunque posa da star. È anche genuinamente modesta, come quando dice di aver pregato Dio per avere anche un briciolo della voce di Beyoncé (direi che ne ha ricevuto ben più di un briciolo, anche se sono due artiste molto diverse) o quando dice di non essere così sicura di arrivare a fine concerto senza perderla del tutto (inutile dire che ce la farà perfettamente).
Dal canto loro, Iain Cook e Martin Doherty spingono alla massima potenza, sia con tastiere e Synth, a rappresentare giustamente l’ossatura del loro live sound, sia con basso e chitarra, che tirano fuori a più riprese. Martin poi si dedica anche alle parti vocali (come era del resto nei primissimi giorni di questo progetto) e per una manciata di minuti si prende la scena, eseguendo magnificamente “God’s Plan” e “Under the Tide”, rispettivamente dal terzo e dal primo lavoro.
Il risultato finale è dunque magnifico, un concentrato di hit irresistibili, che si susseguono una dopo l’altra a ritmi altissimi, col pubblico totalmente in visibilio che canta i ritornelli dei vari brani e balla in modo esagitato.
Una setlist che si divide più o meno equamente tra i pezzi dell’esordio “The Bones of What You Believe” (ancora amatissimo, a giudicare dalle reazioni) e quelli di “Love is Dead”, con il disco di mezzo lasciato purtroppo in ombra, con solo tre brani rappresentati.
Vero comunque che il livello del songwriting del terzetto di Glasgow è altissimo per cui alla fine la scelta di cosa suonare e cosa lasciare fuori è risultata piuttosto superflua.

Rimane che dall’iniziale “Get Out” alla conclusiva “Never Say Die” sia stato un concentrato di melodie pazzesche: possiamo citare le nuove “Graffiti”, “Miracle”, “Dellverance”, oppure “Recover”, “Gun” e “The Mother We Share”, che sono già dei classici. O ancora, l’accoppiata “Leave a Trace”/“Clearest Blue”, che ha chiuso in un tripudio il set principale. O anche sottolineare come abbiano dimostrato tutto il loro potenziale attraverso l’esecuzione di “Science/Visions”, che ha atmosfere più cupe, una struttura più articolata e che hanno reso di una violenza e di un impatto mostruosi. O che hanno saputo essere più romantici e delicati con la ballata “Really Gone”, che Lauren ha cantato seduta, morbidamente accompagnata dalle tastiere di Iain e con Jonny che è passato alla chitarra.
Qualunque aspetto menzionassimo di questo concerto, la conclusione sarebbe identica: hanno spaccato il culo.
Un solo difetto, se proprio dobbiamo, è che è durato pochino: vero che in questo modo si sono garantiti una grande omogeneità e compattezza, ma ottanta minuti scarsi ci hanno fatto andar via con un bel residuo di fame ancora addosso.
Tra i migliori concerti dell’anno, l’ennesima dimostrazione che il Pop da classifica, se suonato come Dio comanda, sa essere tutt’altro che di plastica.

*Immagini tratte da Nos Alive 2018, Lisbona, Portogallo