Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Alessandro Pedale

Chissà cosa sarebbe successo se tutto fosse andato secondo i piani. La verità è che la vita è piena di imprevisti e quello di stasera, al posto di provocare un mezzo disastro, ha trasformato una normale tappa di tour in un qualcosa che con tutta probabilità ricorderemo per sempre.
John Grant e la sua band di musicisti islandesi, paese nel quale vive da diversi anni, salgono sul palco annunciando che il tir che portava parte della loro attrezzatura non era arrivato in tempo e che dunque non avrebbero potuto eseguire il loro set abituale.


Che cosa mancasse esattamente non ce l’ha comunicato ma si è scusato dicendo che la maggior parte dei brani dell’ultimo disco non sarebbero stati suonati: “Faremo quel che potremo, per il resto vi suoneremo un bel po’ di roba vecchia” ha dichiarato, come a volersi scusare. Il boato che ha accolto la notizia ha fatto capire che forse non ero l’unico ad essere rimasto deluso da “Love Is Magic”.
Per carità, Grant è sempre il solito grande personaggio, ironico e profondo al tempo stesso ed il suo quarto disco in studio è senza dubbio un prodotto pensato e coerente. Purtroppo, a questo giro, almeno per quanto mi riguarda, la sua penna è risultata meno ispirata, gli arrangiamenti un po’ troppo fossilizzati su una Dance ammiccante e retro ma a parte un paio di pezzi indovinati, il resto si è rivelato eccessivamente prolisso e monocorde.
Va da sé dunque che dopo essermi perso il tour del precedente “Grey Tickles and Black Pressure” non avevo grandi aspettative per questa data. La notizia dell’inconveniente tecnico, paradossalmente, ha cambiato completamente la prospettiva. “Iniziamo con qualcosa che non facciamo da parecchio tempo”: e parte “TC & Honeybear”, prima traccia dell’esordio “Queen of Denmark”, probabilmente ancora il lavoro più amato del suo repertorio. Le successive “Grey Tickles and Black Pressure” e “Global Warming” vengono eseguite in un inedito arrangiamento semi acustico e si intuisce che a mancare all’appello sono probabilmente i campionamenti elettronici.


Bene così, dopo tutto. L’ex Czars è sempre stato bravissimo ad esprimere entrambe le sue anime, sia quella da cantautore classico che che quella dell’entertainer da club, ma in molti sarebbero d’accordo nell’ammettere che la prima versione gli doni decisamente di più.
E vederlo seduto alla tastiera, ad accarezzare dolcemente i tasti, supportato dai tocchi leggeri dei suoi colleghi, fa davvero strano, se si pensa all’immagine piumata e circense che campeggia sulla copertina del nuovo disco, oltre ai coloratissimi video diffusi nei mesi precedenti.
È tornato ad una dimensione più intima, seppur per un’unica serata e seppur in modo non programmato ma siamo comunque ben godenti di godercelo. Nella prima parte del concerto parla molto, ci tiene a comunicare ai presenti la sua felicità nell’essere lì (“Dovremmo fare davvero più date in Italia”), spiega che questo è uno di quei giorni in cui essere in tour è difficile, non solo per i problemi tecnici ma anche perché gli è andata giù la voce (“Ma tanto Sinead O’ Connor mi diceva che il punto non è come canti ma le emozioni che trasmetti” ha detto facendola sembrare una battuta).

Quest’estate ha festeggiato i 50 anni passando una settimana in un grande parco di divertimenti dell’Ohio, famoso per le sue montagne russe. E qui si lancia in una divertente riflessione sul fatto che “montagne russe” in russo, lingua che parla perfettamente assieme ad altre quattro, si dice “montagne americane” e si chiede, tra le risate dei presenti, quale potesse essere il motivo. L’italiano non lo sa ma quelle due o tre espressioni che conosce (tipo “Grazie di essere venuti”) le pronuncia in modo talmente naturale che dà l’impressione di poterlo imparare in poche settimane, se solo decidesse di mettercisi sotto davvero. Piuttosto ovvio, per uno che ha fatto ormai dell’islandese la sua seconda lingua madre.
I musicisti che lo accompagnano provengono tutti da lì e, ad occhio e croce, ma potrei sbagliarmi, sono gli stessi con cui suona da tempo. Grant, che è nato in Colorado, è stato letteralmente salvato dalla piccola isola nordica, dopo che ci era finito per caso in un periodo della sua vita in cui le droghe e l’alcol lo stavano portando alla tomba. Da allora vive lì e ne ha guadagnato in salute, oltre che in stabilità mentale. A vederlo muoversi sul palco, sembra un uomo perfettamente consapevole del suo posto nel mondo, a suo agio con se stesso, con gli altri e col suo mestiere.

Quello che ascoltiamo, probabilmente anche per questi motivi, è una meraviglia. I Magazzini Generali non sono mai stati famosi per la resa sonora ma questa sera le cose non vanno poi così male. Fa eccezione solo la batteria, probabilmente priva dei trigger, molto slegata dal mix principale e dall’effetto un po’ troppo “fustino del Dixan”.
Può darsi dunque che quel che è stato lasciato indietro, a livello di equipaggiamento, non abbia dato al suono la possibilità di essere rotondo, plastico ed avvolgente come le sue ultime produzioni ci hanno abituato. Qui il tutto è stato effettivamente più scarno, con una predominanza della chitarra acustica e con le tastiere che hanno svolto un ruolo di primo piano nel riempire i vari strati sonori.
Molto bella, in questo senso “JC Hates Faggots”, anche questa ripescata dal primo lavoro, dove il ritmo si è alzato leggermente rispetto all’inizio, ma dove tastiera e acustica hanno sempre svolto il ruolo da protagoniste. È così anche per i due brani nuovi che vengono proposti (alla fine saranno in tutto tre, con l’incredibile esclusione perfino di “Love Is Magic”): “Touch and Go”, preceduta da un’intensa dedica all’ex militare ed attivista americana Chelsea Manning, accusata nel 2013 di aver venduto informazioni segrete a Wikileaks, e “Is He Strange”, sono proposte in versioni spoglie di ogni orpello e, straordinario a dirsi, risultano pure più convincenti (in particolare la prima, che in studio mi aveva annoiato a morte).

Dopo una magnifica “It Doesn’t Matter To Him” ecco però che improvvisamente l’atmosfera cambia, Grant abbandona il piano elettrico, si piazza a centro stage e partono quei suoni Disco che hanno iniziato ad abitare in maniera preponderante le sue sonorità a partire da “Pale Green Ghosts”. E sono proprio due brani di quel disco ad essere proposti: prima la title track e poi una ritmatissima “Black Belt”, vero e proprio apice danzereccio della serata. In mezzo, una divertente “He’s Got His Mother’s Hips”, con Grant stesso che se la balla alla grande e l’impressione, data la resa, che nonostante i problemi tecnici, un paio di brani in più dal nuovo album ci sarebbero stati.
Non è comunque una mancanza che sembra pesare: la successiva “Glacier”, probabilmente una delle sue ballate più belle, tiene alta l’intensità nonostante, come sottolinea prendendo bonariamente in giro il suo chitarrista, non possa godere degli effetti che l’avrebbero impreziosita se tutto fosse andato per il meglio. Dopo questa, John si rimette al piano ed attacca un’intensa versione di “Queen of Denmark”, brano che tutti più o meno stavano aspettando e che chiude il set regolare.

Passano pochi minuti e la band ritorna sul palco. Sentiti e abbondanti ringraziamenti di rito alla crew e allo staff del locale, per aver reso possibile una serata che rischiava seriamente di saltare e poi si ricomincia dal primo disco, con un’ottima “Marz”, questa presente anche nella setlist ordinaria del tour. È poi la volta di “GMF”, ancora una volta caratterizzata da una prova vocale maiuscola (aveva detto che non era in forma ma a conti fatti ha fatto grandi cose) e poi una scena divertente, con lui che ferma il gruppo che si stava preparando ad attaccare il pezzo successivo (presumibilmente “Caramel”) e dice: “Ho cambiato idea, facciamo questa” e parte “Where Dreams Go to Die”, per la prevedibile gioia dei presenti. A chiudere il tutto, ci pensa “un altro pezzo che non facciamo da un po’, è dedicata ad un’attrice famosa” ed ovviamente tutti esultano perché si tratta di “Sigourney Weaver”, che così conclude nel modo migliore un concerto che è stato molto più bello rispetto alle aspettative della vigilia.
Perché la vita è così: a volte gli imprevisti sembrano delle sfighe ma poi può accadere l’impensabile. E così, quella che per John Grant avrebbe potuto rappresentare la tappa più infelice del tour si è trasformata forse in una di quelle che ricorderà con maggior affetto. E noi siamo stati felicissimi di aver contribuito.