Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Alessandro Pedale

C’è un bel racconto che Tarek Iurcich, in arte Rancore, condivide alla fine del concerto: suo padre da piccolo gli diceva sempre che l’unico modo per uscire da un labirinto fosse tenere la mano sinistra sempre appoggiata al muro e camminare dritto senza mai fermarsi. Prima o poi, è una questione matematica, l’uscita si sarebbe trovata. Per tanti anni Tarek non ha capito a che cosa avrebbero potuto servirgli queste parole. Poi improvvisamente suo padre è morto, quando lui aveva solo quindici anni e, senza averlo preventivato, si è trovato a dover uscire da un labirinto molto più complesso di quello che il suo stesso genitore aveva in mente.

Il Rap è stata la sua salvezza. Ha iniziato giovanissimo, ha messo in mostra immediatamente un talento precoce, luminoso. Ha pubblicato dischi, ha avuto successo, si è creato il suo pubblico. Il Rap, dice lui, è stato come un’armatura che lo ha difeso dai colpi tremendi inferti dalla realtà. Col tempo però, quella stessa armatura si è trasformata in una prigione, la passione che lo ha salvato è diventata un muro che lo ha isolato dai rapporti, che gli ha impedito davvero di vivere. Ci racconta dell’isolamento nel quale si era volontariamente rinchiuso durante la scrittura dell’ultimo disco, degli amici rapper che lo hanno chiamato per alcuni featuring, del fatto che il dire di sì a queste proposte sia servito a riprendere i contatti col mondo, di come il rap, ancora una volta, sia stato messo al posto giusto, abbia rappresentato un’apertura, una strada per la salvezza.

È un discorso profondo, maturo, a tratti anche complesso. Così com’è sempre stata complessa la sua scrittura, non a caso definita “ermetica” dalla critica e anche da lui stesso. Metafore, simboli, apologhi, differenti piani di lettura, una propensione a non parlare quasi mai degli altri (quegli attacchi polemici o quel celodurismo gratuito che vanno tanto di moda nel mondo Hip Pop) ma a concentrarsi soprattutto su di sé, sulle sue inquietudini, le sue paure, la sua visione del mondo.

Complessa è anche la cornice narrativa che ha concepito per questo nuovo spettacolo al chiuso, dopo quello open air di quest’estate. Una distopia orwelliana dove l’individuo è controllato da giocattoli inviati da una moderna versione di Grande Fratello per controllare i pensieri del protagonista e cercare di omologarlo alla narrazione comune e alla visione della realtà imposta dal potere. Le varie canzoni che si snodano lungo le quasi due ore del live rappresentano dunque il tentativo di trovare la propria voce, di sfuggire ai condizionamenti. Il finale, un po’ pacchiano, è ovviamente positivo e segna il decisivo trionfo del gruppo di individui, sostenuto dal proprio senso di appartenenza, sul potere. Ma per il resto niente spoiler perché il giro è appena iniziato (quella di Trezzo era la prima data) e avrete modo di farvi un’idea di persona.

È evidente che Musica per bambini abbia rappresentato per Rancore un nuovo step di consapevolezza, sia del suo essere artista, sia della vita che intende raccontare. Un disco dove si è messo a nudo come mai aveva fatto prima (un brano come Depressissimo è in questo senso impressionante) ma dove ha anche raggiunto l’apice del suo essere narratore, utilizzando le storie (si pensi a Sangue di drago, Questo Pianeta e Quando piove) come veicolo per leggere il presente, sia storico che personale.

Ecco perché la sua voce oggi può essere considerata come una delle migliori all’interno del Rap italiano ma anche una delle più originali (direi anche la più originale, se conoscessi tutto ciò che si muove in questo immenso calderone), proprio perché non si riduce agli stereotipi ma utilizza quel che di volta in volta gli è più congeniale per raccontare il proprio mondo.

Il suo pubblico lo sa e lo segue proprio per questo. Il Live Club è allestito a capienza ridotta ma l’affluenza è comunque più che buona. Tanti ragazzi giovani ma non così tanti ragazzini come può accadere di vedere ai concerti di altri rapper. Alcuni sono accompagnati dai genitori ma la maggior parte è tra i 20 e i 25, almeno a giudicare dal colpo d’occhio. Segno inequivocabile che un messaggio così complesso e profondo necessita di un certo vissuto per poter essere compreso appieno.

Lo spettacolo in sé è validissimo. Rispetto a quest’estate risulta molto più strutturato, il palco addobbato come una cameretta, caratterizzato da quei cubi di legno che formano il nome di Rancore, presenti anche sulla copertina del disco, e che si illuminano ad interagire con le luci. Sul fondo c’è uno schermo che proietta video per ogni singolo brano: si tratta sia dei video ufficiali (dove ne esistono) sia di altre animazioni o filmati realizzati per l’occasione. Una scelta vincente, che contribuisce a rendere più esplicita la narrazione: in alcuni casi infatti chiedono proprio di essere guardati se si vuole cogliere appieno il messaggio. Per il resto, la band che accompagna Tarek è la stessa, batteria, synth e basso, tutti e tre con maschere di pezza, bocca e occhi che si illuminano al buio creando un effetto inquietante. Mancherebbe una chitarra, a rendere più spesso e robusto il suono ma l’effetto complessivo è soddisfacente, calando solo un po’ di intensità nella porzione di show dedicata al repertorio realizzato assieme a Dj Mike: S.U.N.S.H.I.N.E. e D.A.R.K.N.E.S.S. in particolare, peraltro grandissimi pezzi, risultano alquanto penalizzate dal fatto che siano state eseguite col solo ausilio delle basi.

Al di là di questo, Tarek è il solito mattatore, tiene il palco benissimo, crea un po’ di scenografia con alcuni cambi d’abito e tecnicamente il suo flow è pazzesco, lo rende un performer di livello assoluto.

Sono due ore di grande intensità, un vero e proprio live (nonostante lui più volte scherzando dica il contrario) dove si sono incontrate riflessioni sulla società in cui viviamo e pagine dal diario di un artista che ha trovato nella musica un modo, se non di sconfiggere i suoi demoni, almeno di tenerli a bada.