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Articolo di Stefano Nicastro

In un Fabrique pieno (ma non pienissimo) si è consumato l’ennesima (parziale) reunion di una banda storica: Peter Murphy and David J, insieme per il 40 anniversario della storica e seminale banda goth Bauhaus.
Che dire?

Filosoficamente più passano gli anni più diventa attuale la profezia del noto critico e storico musicale inglese, Simon Reynolds, che nel suo libro “Retromania” si chiedeva retoricamente se il pericolo maggiore del futuro della musica, potesse essere il suo passato.

Infatti tra reunion, tours in occasione di anniversari dalla data di pubblicazione del singolo album, cofanetti e boxset con versioni originali ridigitalizzate, outtakes, acustic version, e chi più ne ha ne metta (ed il tutto ovviamente a prezzi sensibili) si rischia di rimanere rivolti al passato senza cercare le nuove frontiere della musica contemporanea.

PH FABIO IZZO

Al netto tuttavia di tale preliminare dissertazione e venendo ai fatti di cronaca, dopo un breve act dell’opening band Desert Mountain Tribe (non male questo gruppo inglese, Vi suggerisco un giro sulla loro pagina bandcamp) alle 22 in punto è iniziato il concerto, subito con un anthem classico dei britannici: Double Dare.

Passano gli anni ma il vocalist degli (ex) Bauhaus rimane un grande istrione del palco: mosse, lustrini, pose glam, sino alla mise vampiresca nel più classico dei classici Bela Lugosi is dead (pezzo senza tempo della band).

PH FABIO IZZO

D’altra parte una lettura veloce della scaletta, evidenzia come il gruppo abbia praticamente riproposto (quasi) tutti i brani più importanti e significativi del loro repertorio, con una prevalenza di pezzi tratti dal primo lp In the flat field, edito all’epoca dall’etichetta di tendenza 4AD.

Quindi spazio alla tracklist e St. Vitus Dance, Nerves, A God in an Alcove, e via dicendo, per chiudere il concerto con una triade “micidiale” e adrenalinica: Kick in the eye, The Passion of lovers e Dark Entries, a cui sono seguiti dei bis, preceduti da una “piccata” richiesta di Murphy che chiedeva al pubblico (in maggioranza over 40, in linea ovviamente con l’anniversario, compreso il sottoscritto) una maggiore “verve”.

In sintesi, al netto, di un fisiologico calo di voce del cantante inglese, abilmente supportato da una mimica e gestualità glam del medesimo, abbiamo assistito ad un bel concerto, suonato bene ed in maniera anche “sporca”, dai padri del gothic rock più puro, assieme a cui, ancor oggi, possiamo cantare undead, undead, undead…