Articolo di Giovanni Carfì

Eccoci nuovamente in sala per ”Grande Arte al Cinema”prodotta da Nexodigital, che ci invita all’anteprima del film L’uomo che rubò Banksy, nelle sale solo l’11 e 12 dicembre.

La pellicola ruota intorno alla figura (piuttosto ingombrante ma innocua) di Walid; in realtà è un pretesto narrativo, in quanto il film sviluppa numerosi temi legati al mondo della Street Art, e Walid “The Beast”, in tutto questo ha un ruolo piccolo ma che funge da detonatore per la storia.
Presentandocelo all’interno del suo taxi giallo, è stato il punto di partenza da cui il regista Marco Proserpio, decide di partire la sua ricerca; incontrato per caso ad un check-point tra Gerusalemme e Betlemme, Walid racconta il suo mondo, e quello di tanti altri Palestinesi, che da un giorno all’altro hanno perso la possibilità di guardare una parte d’orizzonte, a causa della Barriera di separazione israeliana, correva l’anno 2002.

Il film non si addentra nel merito delle questioni politiche, ma le lascia intuire, principalmente attraverso le parole e i punti di vista Palestinesi, e in minor parte, dal punto di vista israeliano, anche perché il tema fondamentale è la Street Art.
Tutto parte nel 2007, quando il secondo protagonista (invisibile) Banksy, decide insieme a numerosi altri artisti, di utilizzare quel muro come fosse una tela. L’intento era quello di protesta, espressione, disappunto e speranza; speranza che quel muro sotto il peso dell’arte, e del malcontento crollasse. Purtroppo questo non è successo, ma è diventato un luogo capace di attirare numerose persone, dai più semplici turisti, ad estimatori della Street Art, fino a personaggi che fanno parte di un mondo parallelo e al limite della legalità; ma d’altro canto non potrebbe essere diversamente visto il tema trattato.
Tra tutti i lavori apparsi in quel periodo, numerosi passarono inosservati, o inseriti nel paesaggio, tollerati più o meno dai palestinesi, tutti tranne uno. Ribattezzato “I documenti dell’asino”, appare sul muro di una casa di Betlemme un lavoro attribuibile a Banksy, già conosciuto e rinomato all’epoca, ma quel soggetto venne reinterpretato e qualcuno pensò bene di disfarsene in modo creativo.

Il film, vuole essere una sorta di documentario, supportato dal tema principale di Walid che “ruba” un pezzo di muro per poi rivenderlo, ma in realtà non è così. La sceneggiatura risulta molto ricca, e pone spesso lo spettatore in una posizione interrogatoria, su cosa sia giusto, legale, chi siano i buoni o i cattivi. La realizzazione stessa, nella quale volutamente vengono montate scene in HD, riprese amatoriali, scarsa, media qualità, polverose o patinate, rende il tutto un po’ confuso.
Vengono presentati i luoghi di partenza di quel muro, le tappe con i suoi intermediari e committenti, e personaggi che hanno anticipato di decenni l’idea di Walid, o meglio del suo “capo”, un ricco benefattore che tutti conoscono…
L’arte di strada, nasce come comunicazione diretta e di protesta; qui viene filtrata attraverso la presentazione di esperti, o collezionisti al limite del patologico compulsivo, specializzati nel distaccare queste opere “estemporanee”, che nascono proprio per essere tali e non per durare nel tempo, come vorrebbero alcuni, per poterle rivendere, esporre, o accumulare. Ciò che si avverte nel film, è il contrasto molto forte, tra gli ambienti patinati di aste e collezionisti, e di opere che nascono non certo per essere commercializzate, o per poterci lucrare sopra. Il regista pone il quesito sulla legittimità o meno del rilevare, e decontestualizzare l’arte spray, interrogando gli indiretti interessati, che ne giustificano la cosa elevandosi a paladini che debbono preservare queste opere, capaci di intuirne il valore artistico; la verità sta nel mezzo, sopratutto se questa fa comodo alle tasche di qualcuno. Dall’altra parte, gli autori che hanno pochi mezzi e possibilità di denunciare, o far rivalere i diritti di uso e abuso delle proprie opere.
Banksy, il protagonista invisibile, acclamato, amato, amato meno da altri, si esprime attraverso le parole del suo legale, altri come Blu (altro street artist), in tutta risposta si arma di rullo grigio, per esprimere la sua idea di commercializzazione legittima o meno di opere altrui.

Un film dove numerosi sono gli spunti di riflessione, ma che risulta confusionario, nella pretesa di esporre vari punti di vista, alcuni dei quali in modo poco disincantato, e che rischia così di distrarre lo spettatore.
Se volete vederci chiaro, se siete appassionati, o curiosi di Banksy, potrete intuire cosa vi è dietro, qual è il mercato che muove e che decide chi e cosa abbia un valore. Gli spunti per riflettere ci sono, scegliete voi da che parte stare; di certo uscendo dalla sala e reimmergendovi nelle “strade”, avrete un occhio differente quando questo si poserà su un muro coperto da spray.