Intervista di Luca Franceschini

Intervistare un’artista che abbia all’attivo un solo brano potrebbe sembrare un’operazione velleitaria, se non addirittura superflua. In questo caso, di ragioni per farlo ce ne sono invece parecchie: Elisa Massara si è affacciata nel mondo musicale italiano con classe e decisione: “Benessere”, il suo primo e al momento unico singolo, arrivato ad ottobre dopo una campagna promozionale sui Social ben studiata e accattivante, è stato come una boccata di aria fresca. Una base elettronica di spensierata tamarraggine, ritmi latini e melodie vocali irresistibili, il tutto impastato con una ricercatezza musicale che denota come dietro questo progetto ci sia molto di più di un canonico divertissement di stampo Pop.
Aggiungiamoci un video colorato e divertente, con l’invenzione di Ben Fatto, un simpatico personaggio che possiede anche un suo profilo Instagram e con cui è possibile interagire (per chi volesse scrivergli qualcosa l’account è ben_fatto), si capirà perché un progetto come Elasi, tra gli ultimi ingressi nella sempre prolifica scuderia Costello’s, vada tenuto d’occhio sin dall’inizio.
Siamo a Milano, zona Porta Venezia, Elisa abita poco distante. Ci siamo visti con l’idea di fare un aperitivo ma poi avevamo fame e ci siamo mangiati una pizza. Essendo entrambi fissati con la musica (e non sarebbe potuto essere altrimenti) si è parlato di tutto, dal Club to Club da poco trascorso, a Lorde, fino al nuovo disco di Salmo, che usciva proprio quel giorno lì. In mezzo, parecchie cose interessanti su di lei e sulla sua carriera appena cominciata e così promettente…

Per iniziare direi che potresti raccontarmi qualcosa di te, di come hai iniziato e di com’è nato ELASI…
Ho iniziato sin da bambina a studiare musica, a sbagliare insegnanti, a non sapere esattamente come prenderla. Sono stata un po’ in conservatorio, ho preso qualche lezione privata di canto, ho fatto la mia gavetta, ho cominciato a suonare dal vivo con una band nella provincia…

Tu sei di Alessandria, giusto?
Esatto. La nebbiosa Alessandria (ride NDA)! Però la amo, la mia città! Insomma, mi sono destreggiata sempre tra tante cose, tanti generi e fin da piccola ho iniziato a scrivere le mie canzoni, anche se magari senza crederci fino in fondo. Nel frattempo ho anche studiato altro, ho fatto l’università però questa cosa qui della musica è rimasta. Ad un certo punto mi sono trasferita, prima in Olanda e poi a Los Angeles, dove ho lavorato in uno studio di registrazione…

Questo quanto tempo fa è stato?
Tre anni fa. Lì ho capito che la musica non potevo lasciarla da parte. Sono andata quindi a Roma, a fare un master organizzato dall’Officina Pasolini e lì mi sono finalmente riuscita a concentrare sul mio progetto a tempo pieno. Era un mega laboratorio in cui c’erano Tosca, Niccolò Fabi, Pier Fabrizi, Pilar, poi sono passati Carmen Consoli, Gazzè…

Gente di scarsa importanza, insomma…
Eh sì! Scrivendo, scrivendo, ho trovato il mio stile musicale, mi sono messa anche molto a smanettare con l’elettronica, a produrmi un po’ i pezzi da sola, a studiare nuovi suoni, nuovi ritmi, a lavorare di più anche sulla mia voce. E da qui, in pratica, ho preso questo percorso di ELASI…

Ecco appunto, il monicker è giocato sul tuo nome di battesimo, immagino…
Esatto. Mi chiamo Elisa e volevo un nome che non fosse né maschile né femminile, che potesse anche andare bene per un’eventuale band, per non rimanere concentrata per forza su me stessa. Poi mi piaceva che non si capisse bene da che paese provenisse e questo mi pareva di buon auspicio per la mia musica, per l’idea universale che voglio trasmettere. Ascolto veramente tanta roba, proveniente un po’ da tutto il mondo, anche roba africana e asiatica, per cui il nome sintetizza un po’ quello che vorrei che fosse la mia musica.

Prima di Costello’s avevi già fatto qualcosa?
Non sono mai uscita prima di loro. Questo è il mio debutto nell’etere, diciamo. Ho fatto molti live, tante interviste, sono stata anche in televisione ma erano tutte cose fatte senza che io esistessi nel normale mondo musicale. Se ragioniamo nell’ambito di un percorso canonico, sono nata solo ora che è uscito “Benessere”.

E come ci sei arrivata a loro?
Mandando i pezzi in giro! Avevo registrato delle cose a Roma e le ho fatte sentire a un po’ di gente. Loro si sono dimostrati interessati, mi è piaciuto il loro modo di operare per cui eccoci qua!

“Benessere” mi è piaciuto molto. È un pezzo che tira, ha un gran bel Beat ma è anche molto musicale, c’è un gran lavoro vocale dietro, si capisce che sei una cantante…
Sì, poi mi piace molto che la voce esca fuori così, molto naturale, come se stessi parlando. Che è un po’ la filosofia del Rap, anche se poi non è un pezzo Rap. Poi c’è anche un po’ l’influenza della musica brasiliana, che sento molto mia. Hai presente? Certi artisti che provengono da lì non è che interpretino la canzone, si limitano a raccontarla, come se fossero davanti a te, quasi parlando; questo anche se poi le melodie sono complicate…

Che poi, appunto, dal punto di vista melodico è un brano piuttosto ricercato. Ok, c’è un ritornello “tamarro” però le strofe non sono poi così immediate…
E’ un misto di quelle che sono le mie anime: quella elettronica e quella più brasiliana. È nata alla chitarra, ha dentro degli accordi un po’ particolari, con delle ritmiche afro… vari mondi, insomma. L’occasione per il testo l’ha data un viaggio in Thailandia dove, casualmente, parlando per strada con una sconosciuta (parlo un po’ troppo con gli sconosciuti, non sempre può essere sicuro!), questa mi guarda e mi fa: “Tu sei bella tesa. Cosa fai? Canti? Se canti, c’è una colonna di respiro che devi essere in grado di portare con solidità su tutti i palcoscenici, quelli dove ti esibirai ma anche quelli della vita in generale.”. Mi ha fatto capire che dovevo spogliarmi di tutte queste paranoie, di tutti questi obblighi mentali che abbiamo… Milano ne è piena poi, no?

Intendi l’idea della riuscita ad ogni costo? L’ossessione della performance?
Sì ma anche questa mania di produrre sempre, di fare, senza pensare realmente a quello che ci fa stare bene. È un messaggio molto semplice, che può sembrare anche banale ma che in fondo è vero e ce ne dimentichiamo troppo spesso: fare quello che ti fa stare bene. Io ad esempio non penso mai davvero a me stessa, ho sempre addosso delle ansie piuttosto inutili. Bisogna sapere spogliarci da tutto e imparare a riprendere la nostra vita in mano. Il pezzo è nato così, dunque, anche con una certa spontaneità nella scrittura, senza preoccuparmi troppo di quello che stavo facendo…

E’ un brano immediato, cantabile però allo stesso tempo c’è un uso dell’italiano tutt’altro che banale, in alcuni punti addirittura ricercato…
L’italiano ha un potenziale ritmico grandissimo. Tutti parlano del fatto che sia una lingua melodica ma la verità è che è talmente particolare, ha talmente tante sfumature, che alla fine ne benefici anche a livello ritmico. Certo, si ha a che fare spesso con lo spostamento di accenti per cui può sembrare strano però è davvero bello, il poter giocare per esempio sulle allitterazioni… mi è sempre piaciuto molto sin da piccola, cercare di imparare le parole strane, le allitterazioni e le rime. A volte anche semplicemente sentire una melodia ti fa venire in mente una canzone, magari senti una parola per strada e le associ una melodia nella tua testa. Lo trovo molto più affascinante delle lingue anglofone, anche se noi siamo più abituati ad ascoltare musica straniera. A volte in effetti anch’io mi immagino le melodie in inglese, ma poi traslandole in italiano diventano molto più interessanti.

Potremmo quindi dire che la scelta di cantare in italiano sia soprattutto un atto d’amore nei confronti di una lingua che ami?
Ma sì, è troppo bella! Basta cantare in inglese! E poi è la mia lingua: con essa hai la possibilità di esprimere davvero tutto quello che ti passa per la testa, più spontaneo di così è impossibile! Poi è chiaro, capisco che appena butti giù una canzone, ci sia la tentazione di cantarla in un finto inglese, se non c’è ancora il testo, e che spesso e volentieri possa sembrare figo l’effetto che viene fuori. Quando però provi a metterci sopra delle parole italiane, ti trovi benissimo…

In effetti anche il tuo concittadino Andrea Poggio mi faceva un discorso simile, lo scorso anno…
Io questa cosa l’ho capita anche stando a Los Angeles. Adesso ho provato a mandare questo pezzo ad alcuni amici che sono là e loro hanno apprezzato tantissimo anche se non hanno capito nulla di quello che cantavo! Ma dopotutto anche noi lo facciamo: la maggior parte mica si va a vedere la traduzione dei testi in inglese che ascolta!

In effetti è vero, a meno che tu non faccia Rap o non sia un paroliere sul livello di Dylan, non è che i testi abbiano sempre questa grande importanza…
Ma poi ti arrivano lo stesso: prendi Stromae. Perché è famoso in tutto il mondo, fa ballare tutti anche se nessuno sa il francese?

Parliamo anche del video, che a mio parere, oltre ad essere bello e divertente, è davvero ben studiato e costituisce un compendio fondamentale per capire il brano. Anzi, trovo che senza la parte visiva il pezzo perda molto. Non solo perché, essendo il tuo esordio sulla scena, è utile vederti in faccia, ma anche perché appare totalmente intrecciato alla parte musicale e testuale, come un unicum inscindibile…
Inizialmente è stato creato questo personaggio, molto prima dell’uscita della canzone, abbiamo fatto in modo che avesse una vita a sé. Siamo andati in giro con lui a vari eventi, al punto che ha proprio una sua fan base, gli abbiamo creato questo personaggio del povero Cristo frustrato che fa un lavoro che non gli piace, è stressato e quindi si va a divertire nei festival anche se poi serve fino ad un certo punto perché rimane sempre sotto pressione. E così, dopo questa prima fase preparatoria, lo abbiamo reso protagonista del video. Adesso spero che riuscirà ad andare ancora in giro… quindi anche nel video si vede così: lui è oppresso, oberato dal lavoro, poi ad un certo punto si ribella, nonostante la sua capa gli dia ulteriore lavoro, e se ne va a divertirsi coi suoi amici. Lì poi ci siamo divertiti a mettermi come tag nei vari posti: compaio come virus nel computer, nel karaoke di Chinatown, che era uno dei miei sogni, tra l’altro…

L’avete fatto veramente, quindi! Pensavo fosse solo un effetto video! Quindi praticamente lì si possono realizzare i video karaoke delle canzoni che si vogliono?
A Chinatown sì! Tra l’altro è pazzesco perché ci sono tutte queste canzoni dove ci sono dei video assurdi, che raccontano storie, che sembrano proprio delle telenovele… roba anche ad alto budget, altro che il mio… vacci se ti capita!

Senti, svelami questo particolare: come mai alla fine lui si toglie la testa e sotto non c’è niente?
Evidentemente perché si è consumato totalmente, perché è stato annullato…

Davvero? Io mi ero fatto tutta un’altra idea: perché quando vedi che si sta per togliere la testa del costume, immagini che quello sia un personaggio e quindi ti aspetti che ti venga svelato chi si nasconde lì dietro. Poi però ti accorgi che c’è il nulla e cominci dunque ad accarezzare l’idea che possa non esistere…
È il vuoto dell’anima, consumata da questa routine impersonale. Ma anche dalla sua evasione, perché quando si va a divertire non è che sia proprio una liberazione: anche quello contribuisce a distruggerlo, non si può dire che stia facendo qualcosa che lo faccia stare bene…

Ma quindi che cos’è “benessere” per te?
Benessere? Guarda, te lo devi mettere in testa tu! Ti devi svegliare al mattino e pensare: “Oggi sto bene”. Lo trovi dentro la tua testa, perché puoi fare anche il lavoro più brutto del mondo ma se stai bene con te stesso non verrai mai sopraffatto. Poi ovviamente ci sono dei giorni in cui ti svegli col piede sbagliato, tipo io oggi. Però che cosa ho fatto? Mi sono preparata una bella pasta al ragù, mi sono ascoltata della buona musica, sono stata con un po’ di persone… e alla fine stai meglio.

È una dimensione che hai dentro, quindi? Un qualcosa che può permetterti di non farti schiacciare da una realtà che ti è ostile?
Sì, però delle volte è inevitabile!

Prima hai parlato del fatto che hai imparato anche a produrre. Le basi di questo pezzo le hai fatte tu?
Normalmente i brani nascono in camera mia, dove faccio una pre produzione. In un secondo momento vado a Roma assieme a Fabio Grande e Pietro Paroletti(produttori, tra gli altri, di Colombre e Bonetti NDA) e lavoro con loro fino ad ottenere il prodotto finito. Al momento sto scrivendo molto di più partendo dall’elettronica piuttosto che dalla chitarra. Non è una regola, però, dipende da come viene. Devo ancora migliorare molto, sto anche preparando qualcosa per altri ma al momento non mi definirei affatto una produttrice!

So che proprio settimana prossima andrai a Roma. Cosa succederà?
Registrerò altri pezzi che usciranno in futuro, se su un ep o su un disco si vedrà. Sono cose che ho già abbozzato per conto mio e loro sicuramente avranno delle idee fantastiche per renderle migliori!

Nella particolare dicotomia tra le cose che hai già scritto e che stai scrivendo e le normali esigenze di marketing e pianificazione del tuo percorso, come ti muoverai? Hai già in mente che tipo di strada intraprendere, quali pezzi far uscire, quale parte di te presentare per prima al pubblico?
Farò quello che mi esce, vedremo. Nel frattempo sto continuando a scrivere, senza badare troppo al programma. Settimana scorsa, per esempio, mi è uscito un pezzo che è piaciuto molto anche all’etichetta e quindi lo inseriremo di sicuro nell’ep o nel disco. Sto andando avanti, faccio quello che mi viene…

Che tipo di rapporto c’è, a tuo parere, tra la scrittura e la produzione? Oggi vanno di moda generi dove quest’ultimo aspetto è fondamentale, tanto che spesso e volentieri l’accento pare spostato proprio su questo punto…
Credo che tutti dovrebbero studiare, sapere bene nello specifico cosa fare. Mi spiego: un conto è se uno scrive un pezzo piano e voce e lo va a registrare così com’è. Un altro è se lo scrive piano e voce e poi vuole aggiungerci qualcosa sopra, senza però sapere niente di niente di come funziona e di conseguenza non sa spiegarsi. Bisogna avere un minimo di nozioni di registrazione e di produzione, per poter riuscire a muoversi in studio…

Anche perché se non è così, l’alternativa è che ci si affidi ad un altro…
Certo, però in questo caso non sarai mai tu al 100%.

Ecco, appunto, cosa vuol dire questo? Perché un tempo era normale che l’artista si affidasse al produttore, i due ruoli erano per così dire separati. Oggi è ancora così, di sicuro, però allo stesso tempo, anche a sentire te adesso, pare che i ruoli debbano essere più uniti…
È come un vestito che pensi che ti stia bene addosso. Se uno è un bravo produttore, ti fa un vestito che al momento per forza di cose ti piace. Però è anche bello fermarsi a riflettere e trovare qualcosa che piaccia veramente, che sia solo tuo. Ecco perché ultimamente non mi pongo limiti, per scrivere i pezzi parto da qualsiasi elemento, anche da un riff elettronico, da un beat o anche solo da una parte vocale senza musica sotto… sarebbe bello conoscere un po’ tutto, ascoltare tanto.

Cosa ascolti, a proposito?
Tantissime cose. Ultimamente mi piace riuscire a trovare il bello ovunque, pure nel Reggaeton, anche se lì forse è più difficile…

No ecco, a quello io non ci sono ancora arrivato (risate NDA)! Vera questa cosa del trovare il bello dovunque, anche se il rischio è sempre quello di essere accusati di voler fare di tutta l’erba un fascio. Che cos’è bello, per te?
È quello che ti arriva, direi istintivamente. Ti si accende qualcosa e segui quella cosa lì. Se fosse un qualcosa di oggettivo, saprebbero farlo tutti, ci sarebbe un libro e tutti prenderebbero da lì. Dipende poi molto dal trascorso di ciascuno: magari uno, che so, è stato traumatizzato dal Reggaeton, ad ascoltarlo vomita (risate NDA)…

Ci vuole un’educazione, certo. Se penso alla mia storia musicale, è assolutamente evidente. Ho sempre apprezzato una rivista come Rumore, per dire, che ha sempre trattato tutti i generi possibili e immaginabili, senza alcuna preclusione. Questo mi ha sempre aiutato molto…
Però è anche sbagliato farsi piacere tutto, eh! Quelle robe a la “X Factor”: “Bello questo, bello quest’altro!” È giusto saper ascoltare ma è anche bello scegliere quello che ti piace di più. Poi però è anche vero che se uno non è proprio falso e non scrive i pezzi a macchinetta, qualcosa di vero ce l’avrà sempre, no?

C’è però del mestiere nello scrivere, è inevitabile…
Di sicuro devi avere studiato tanto, o se non altro devi aver ascoltato tanto. Se studi, se ascolti, sei anche in grado di spiegarti meglio. Io ho sempre suonato, poi ho studiato un po’ al conservatorio e lì la cosa era strana perché c’era gente che studiava ma che ascoltava pochissim, per cui poi magari si suonava assieme e non conoscevano David Bowie… Ci sono come due estremi: chi studia troppo e non ascolta e chi fa il contrario. Bisognerebbe riuscire a collocarsi nel mezzo…

Senti, a livello di progetti futuri cosa farai adesso? Cosa dovremo aspettarci dall’immediato futuro?
Come ti ho detto prima, ho molte canzoni da parte e ne scrivo di nuove in continuazione ma non è detto che se uno ha tanta roba nel cassetto debba per forza far uscire tutto in una volta sola: vedremo che cosa succederà in futuro. Senza dubbio bisogna insistere, anche perché è vero che il talento, la fortuna sono importanti,però uno deve anche lavorare tanto per potere sfruttare al meglio entrambe le cose…