Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Alessandro Pedale

Frah Quintale di strada ne ha fatta parecchia. L’artista bresciano è stato protagonista di una delle ascese più rapide degli ultimi anni, arrivando con un EP ed un disco, Regardez Moi, del 2017, a far incetta di consensi e a portare avanti un tour di sold out in sold out, riempiendo posti progressivamente sempre più grandi. Ora è probabilmente giunto il momento di scrivere la parola fine su questa prima fase della sua carriera e ricaricare le batterie in attesa del prossimo passo.

Niente di meglio, per fare questo, che prendere l’Alcatraz di Milano e riempirlo di gente in ogni centimetro quadro disponibile, per due sold out consecutivi che sono, al momento, forse il punto più alto raggiunto da lui a livello di pubblico.

Noi ci siamo andati la seconda sera ed effettivamente il posto era pieno zeppo: tanti giovani e giovanissimi, una forte maggioranza femminile, atmosfera delle grandi occasioni col pubblico che canta a squarciagola e letteralmente copre in più di un’occasione la voce del cantante. È un concerto vissuto, sudato dalla prima all’ultima nota, dove non c’è magari una grande attenzione al lato tecnico della faccenda, perché è più importante la comunanza sentimentale col proprio beniamino, l’essere lì mentre sta accadendo tutto. Tanti telefonini, tante urla invasate, tanta confusione. È un concerto di un artista “nuovo”, bisogna accettarlo e sperare di riuscire a goderselo comunque.

Lo show, di suo, è abbastanza convincente anche se si potrebbe fare di più. Nulla da dire su Frah Quintale come performer: pur provenendo dalla scena Hip Pop, è vocalmente dotatissimo e lo dimostra a più riprese; oltretutto tiene il palco molto bene, sa coinvolgere, parla il giusto e non eccede in “Bella raga!” ed altre scemenze come certi colleghi della sua generazione. Le canzoni le ha, perché scrive benissimo, con un grandissimo senso della melodia, mischiando Pop, Hip Pop ed Rnb con enorme disinvoltura, ed è già riuscito ad inanellare una serie notevole di hit, se si considera da quanto poco ha iniziato.

Quindi fin qui tutto bene. Quello che funziona meno, purtroppo, è l’aspetto “live” della cosa. Sul palco con lui c’è il fedelissimo Ceri, che si occupa un po’ di tutto: consolle, pad, chitarra, tastiere. C’è un largo utilizzo delle basi e della loop station e questo, mi spiace, è un problema. Quel che esce dai diffusori è bello potente, i pezzi che devono tirare tirano e ballano tutti senza pensarci un secondo. Il tutto però è statico, soprattutto laddove occorrerebbe una spinta maggiore. Fin che si tratta di ballate, tenute in piedi dalle tastiere e che hanno il loro centro nell’interpretazione vocale, non ci sono problemi; quando però si tratta di episodi ballabili, la botta c’è ma l’impressione è che se ci fosse stata una band le cose sarebbero andate diversamente.

È una scelta, ne sono consapevole e non è tale da inficiare uno show comunque di alto livello. In futuro però ci aspetteremmo che le enormi capacità musicali di Francesco possano essere valorizzate in pieno.

La scaletta ripercorre un po’ tutte le tappe principali di questa ancora breve carriera. Ad un anno dalla sua uscita, il disco è stato ripubblicato in una versione espansa chiamata “Lungolinea”, comprendente anche alcuni vecchi singoli, pezzi inediti ed una serie di divertenti messaggi vocali, sia spediti che ricevuti. Nell’arco dell’ora e mezza scarsa che dura lo spettacolo, ne ascoltiamo più o meno tutto il contenuto, con l’aggiunta di Tornado e di due brani di altri artisti a cui Frah ha partecipato. È questa l’occasione privilegiata per la presenza degli ospiti, sempre molto apprezzati in eventi di questo tipo: arriva Carl Brave, con il quale viene eseguita Chapeau, dall’esordio solista dell’artista romano, Giorgio Poi, che ha prestato la sua voce in Missili, il singolo uscito quest’estate. Da ultimo, verso la fine, ecco Gue Pequeno, a cui Francesco aveva regalato un featuring nella divertente 2%. Inutile dire che tutti e tre vengono accolti in maniera più che entusiasta dai presenti, che sfoderano in massa i telefoni per immortalare l’attimo (e noi ovviamente non vediamo nulla).

Anche Ceri si prende il suo momento di gloria: accompagnato alla batteria da Frah esegue la solita Bimba mia, uno dei singoli da lui firmati, che lo certifica di ottimo livello anche come songwriter.

Il resto è tutto ordinaria amministrazione: dai brani più lirici come Accattone, Gravità, Gli occhi, a quelli maggiormente ritmati e ormai assunti al rango di classici: Cratere, Branchie, Sì ah, Floppino, 8 miliardi di persone; esempi eccellenti di “break up songs” che sanno tuttavia stemperare nella leggerezza Pop il dolore inevitabile della rottura. Notevole anche 64 Bars, con lui impegnato contemporaneamente alla voce e alla batteria: resa eccellente e la dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che abbiamo di fronte un artista di tutto rispetto.

È brutto, se proprio dobbiamo trovare un altro difetto, che dopo Tornado, con ancora dei pezzi che mancano all’appello, si decida di riproporne due già eseguiti in precedenza. Lo trovo fastidioso per gli artisti che in una sera hanno esaurito il repertorio, figuriamoci in questo caso!

È andato tutto bene, comunque: Frah Quintale si riconferma uno dei nomi più interessanti di questo amato odiato It Pop e manda tutti a casa con il pressante interrogativo su che cosa combinerà nel prossimo futuro. Credo proprio varrà la pena aspettare.