Articolo di Luca Franceschini immagini sonore di Ambrogio Brambilla

La prima ed unica volta che ho visto Calcutta dal vivo è stata nel dicembre del 2015, si era all’Ohibò di Milano, c’era stato un soldout clamoroso (tantissima gente fuori in cerca di un biglietto) e fu un concerto piuttosto imbarazzante, con lui che sembrava ubriaco e che stonava ogni due note ed una band di onesti mestieranti che suonavano i pezzi come se fosse la prima volta o quasi che li provavano.
Fu un trionfo assoluto. La gente cantava i testi come se non ci fosse un domani e l’atmosfera generale era da “abbiamo trovato il Messia”.
Avrei potuto replicare la primavera successiva, quando Edoardo chiuse il Miami sul palco de La Collinetta, all’interno di un’edizione dove, sullo stage principale, si erano da poco esibiti I Cani di Niccolò Contessa, uno dei principali fautori del successo di “Mainstream”. La scelta di non far coincidere i set dei due artisti creò un ingorgo tale che, prima volta nella mia vita, non riuscii neppure lontanamente a procurarmi un posto decente per vedere qualcosa e quindi me ne tornai a casa. Non senza essere assordato, mentre camminavo per raggiungere la macchina, da migliaia di voci che come se fossero una sola intonavano “Frosinone”. Una roba assurda, giuro.


Tutto questo per dire che la tournée nei palazzetti era il minimo che si potesse organizzare, dato il livello di Hype ormai creatosi attorno all’artista di Latina. Anche perché ormai è un trend ben definito, un meccanismo da cui non si scappa: i dischi non vendono più, certi personaggi riescono a guadagnare qualcosa dal conteggio degli streaming ma è evidente che siano i live, unitamente alla vendita del merchandising, la principale fonte di reddito per gli artisti odierni. Oltretutto, si è ormai da tempo innescato un meccanismo per cui organizzare spettacoli in venue sempre più grandi, oltre ad essere giustificato (ma non sempre) dall’aumento della domanda, serve a far lievitare i cachet in vista del tour successivo. Di conseguenza, meglio cinque o sei date nei più importanti palazzetti d’Italia, piuttosto che trenta nei piccoli club. Alla fine le persone raggiunte sarebbero più o meno le stesse, ma si perderebbe tutto il richiamo mediatico dell’evento.
E così, dopo i due concerti di quest’estate allo stadio di Latina e all’Arena di Verona, l’ultimo “Evergreen” viene portato in giro Indoor, nel contesto di un piccolo tour il cui culmine è rappresentato dalle due date al Forum D’Assago, entrambe Sold Out. Un Sold Out vero, occorre dirlo, fattosi registrare diverso tempo prima e per nulla mascherato da un’invasione di biglietti omaggio e da chiusure strategiche degli ultimi anelli. Nonostante un parterre non proprio pienissimo (ma qui sospetto ragioni di sicurezza, oltre che il probabile, diffuso giochino di Ticketone, di chiuderlo subito per poter vendere i meno ambiti posti sulle gradinate), la venue si presentava gremita in ogni ordine di posti.
L’attesa, almeno da parte mia, era tanta. “È passato del tempo – mi dicevo – è cresciuto, dal vivo sarà senz’altro migliorato, adesso suona in posti importanti avrà sicuramente messo in piedi uno spettacolo serio.”. È stato così, ovviamente. Lo show è stato preparato nei minimi dettagli, curato ed allestito in modo tale da offrire al pubblico l’esperienza migliore possibile. Peccato che sia stato lo stesso una delusione totale.


Partiamo dai punti positivi, però: il palco è ben allestito, con un piacevole gioco di luci che senza essere troppo ridondante e chiassoso (privilegiati colori scuri ed illuminazione bassa) riesce a disegnare un’atmosfera confortante e piacevole.
I visual evocano ora il desktop di un computer, ora un profilo Instagram, in una continua successione di foto, video buffi o cartoni animati realizzati per l’occasione. Ogni tanto compaiono didascalie divertenti tipo “Benvenuti a questo concerto”, “Momento acustico – momento intimo” (quando Edoardo abbraccia da solo la chitarra per due brani), “Tutti in piedi” (sul finale di “Paracetamolo”). Insomma, era evidente la preoccupazione di voler offrire il prodotto migliore possibile a tutti coloro che hanno pagato il biglietto. Anche sulla band, nulla da dire: bravi professionisti che hanno dato alle canzoni una veste seria ed elegante (fin troppo, forse), anche sotto questo aspetto tutto è stato pensato nei minimi particolari, gli arrangiamenti rifiniti in ogni dettaglio, le esecuzioni precise e pulite. Spiace un po’ per l’assenza di Giorgio Poi, che aveva suonato le date estive e che qui è stato rimpiazzato dall’amico Colombre. Si tratta comunque di un gruppo coeso e preparato, ho trovato pure molto azzeccata l’idea di allietare i presenti, prima dell’inizio, con una apposita playlist compilata con brani nella cui realizzazione sono stati coinvolti musicisti e fonici di questo tour.
Lo stesso Edoardo, a questo giro, pare abbia lavorato parecchio sulla voce. Per carità, non è mai stato un fenomeno ma si è capito che ha curato le esecuzioni molto più che in passato e anche la scelta di non suonare la chitarra sul palco è stata indubbiamente dovuta a questo.


Cosa non ha funzionato, dunque? Cosa esattamente ha reso questo concerto noioso, fiacco e prevedibile (a detta mia, ovviamente, l’atmosfera che si è respirata per tutto il tempo era quella dell’entusiasmo e dell’esaltazione più puri)?
Io credo che alla base di tutto stia una semplice verità: le canzoni di Calcutta non sono adatte per questi spazi. Vero che, all’indomani dell’uscita di “Evergreen”, in tanti (sottoscritto incluso) avevano battezzato questo disco come un possibile atto di nascita di un nuovo artista da stadio, qualcuno si è spinto addirittura a fare il nome di Vasco Rossi.
Sulla carta probabilmente era tutto vero, all’atto pratico no. Perché se c’è una verità che il concerto del Forum ha rivelato è che, per quanto vestite di tastiere, chitarre, programmazioni ed effetti vari, addirittura quattro coriste, queste canzoni rimangono quelle che sono: divertenti e a tratti perfetti bozzetti Pop, volutamente dimessi, volutamente scazzati, che giocano sì sui ritornelli facili, sull’effetto “cantiamo tutti insieme” ma che in fondo sono più adatti ad una schitarrata sulla spiaggia che ad un live in un’arena. Detto molto semplicemente, se questo tour si fosse fatto ancora nei locali, con una band ridotta all’osso ed un allestimento più spartano, sono convinto che il tutto avrebbe avuto un senso maggiore.
Qui l’impressione è stata quella di un susseguirsi anonimo di canzoni, una dopo l’altra, tutte più o meno simili (perché quello è) senza nessun tentativo di creare diversi momenti, diverse sezioni all’interno dello spettacolo (tranne il break acustico di cui sopra, in cui Edoardo ha cantato “Amarena” e “Pomezia”, le prime due canzoni che ha scritto). Si è trattato di un concerto senza dinamica, un mero elenco di pezzi, tratti da tutti e tre i dischi della sua produzione, con qualche interessante rilettura di episodi vecchi come “Arbre Magique”, “Fari” e “Natalios”, ma non c’è stato quasi mai un sussulto, pur nella positiva resa dei vari episodi. Musicisti e coro hanno fatto il loro dovere, certo, anche se forse, a livello di arrangiamenti, si sarebbe potuto osare di più, il tutto è stato un po’ troppo scolastico, secondo me. Nonostante questo, ho avuto una grande sensazione di distanza, come se i vasti spazi del Forum non riuscissero ad essere colmati, nonostante, da parte sua, il pubblico abbia dato tantissimo dal punto di vista del singalong.


Il risultato è stato uno solo, quindi: noia totale, occhio costante al risultato di Juve-Chievo (che poi i cellulari sono andati in tilt quasi subito, quindi niente) e qualche breve sussulto solo quando è salito Frah Quintale per “Oroscopo” (bel duetto, peccato che la sera prima ci sia stata Francesca Michielin, non me ne voglia Francesco ma io avrei preferito lei!) e durante gli unici pezzi in cui il ritmo si è alzato un poco e dove l’entusiasmo dei presenti ha davvero incendiato l’atmosfera: parlo soprattutto di “Cosa mi manchi a fare”, “Gaetano” e “Frosinone” ma anche “Le barche”, suonata come primo bis, non è stata affatto male. Che poi è anche la prova del fatto che, nonostante tutto il bene che si possa dire dell’ultimo disco, “Mainstream” rimane parecchie spanne sopra, in quanto a potenza delle singole canzoni.
Un altro problema è Edoardo stesso: ripeto, un concerto in un palazzetto non è un concerto in un club e lui, con tutto il bene che gli si può volere, un palazzetto non lo regge. Certo, adesso canta meglio di prima (il coro però lo aiuta tantissimo e ci sono alcuni momenti dove la scelta di rivolgere il microfono verso il pubblico è apparsa più come una richiesta d’aiuto) ma la sua presenza scenica lascia davvero tanto a desiderare. È al centro del palco, un passo avanti a tutti ma non spicca, è semplicemente una parte dell’insieme, non è in grado di incidere, di trascinare lo show, è la band che detta i tempi, non lui. E anche le rare volte che parla tra un pezzo e l’altro, lo fa col suo solito tono biasciato e non dice mai nulla che davvero sia il caso di dire. I pochi minuti in cui è stato raggiunto da Frah Quintale hanno rappresentato un confronto impietoso, una lezione involontaria di che cosa voglia dire tenere un palcoscenico. Per carità, si potrebbe sostenere che recita la parte dell’anti frontman, che non ha certo bisogno di atteggiarsi come un Jovanotti o un Cremonini qualsiasi. Vero, ma a meno che tu non sia Liam Gallagher, è molto difficile riuscire a tenere in pugno diecimila e passa persone stando fermo dietro l’asta di un microfono.

Sono una mosca bianca lo so: all’uscita ho visto solo gente contenta, che si trattasse di adolescenti, loro genitori, universitari o gente di mezza età. Un pubblico molto più trasversale di quello che si vede normalmente ai concerti degli artisti “giovani”: se volevate il nuovo Pop, questo passa sicuramente dalle strade di Latina. Eppure, concedetemi di rimanere in compagnia dei miei dubbi: sarà pur vero che il salto in termini numerici andava fatto ora ma lui non si è fatto trovare sufficientemente pronto. Non che importi davvero, comunque: agli occhi del mondo è stato un trionfo e io sono solo un rompicoglioni.