R E C E N S I O N E


Articolo di Simone Nicastro

Questo inizio 2019 per la musica italiana è stato a mio avviso impressionante. Sono sinceramente stupito dalla serie di ottimi album usciti in solo due mesi: dall’ennesimo straordinario lavoro dei Massimo Volume al ritorno inaspettato e riuscitissimo dei Delta V, da una Nada sempre a fuoco ai Be Forest, neri come la pece e di caratura ormai internazionale, da un Di Martino mai così convincente ad un vincitore di Sanremo, Mahmood, finalmente più rappresentativo dei gusti attuali del “paese reale”. Insomma un inizio che fa ben sperare nel proseguo dell’anno: vedi, per dirne uno, un certo nuovo Virginiana Miller in arrivo!

Ma qui vi voglio parlare invece di un progetto che, per quanto mi riguarda, giunge finalmente ad una quadratura del cerchio: Ciro Tuzzi e la sua creatura composita, gli Epo. Ammetto di avere da sempre un debole per questa band, soprattutto dopo l’esordio ad inizio secolo, Il mattino ha l’oro in bocca, che mi colpì in tutta la sua “grezza” e potente unicità. Il pop-rock degli Epo è sempre stato figlio di quella napoletanità che tutto ingloba e risputa fuori con fisionomie e qualità limpide e trasversali: il rock 90’s sfila nella tradizione, la lieve elettronica diventa anima calda, il tiro live si ricrea nella cura maniacale dei particolari. Oltre al fatto che Ciro Tuzzi ha una vocalità strepitosa, piena e dinamica come pochi altri nel panorama nazionale. Tutti i lavori successivi del gruppo hanno affermato (qualcuno meglio di altri) uno sguardo personale e una volontà salda nel voler abbracciare una musicalità e una liricità non figlie della moda temporanea, ma non per questo meno “popular” e di possibile successo.

Purtroppo nonostante queste coordinate e una produzione mai al di sotto delle aspettative, gli Epo non hanno avuto mai quel riconoscimento di pubblico (e in parte di critica) auspicabile. Non ho idea se quest’ultima evidenza e/o altre situazioni artistiche e umane (molto probabili) abbiano spinto Ciro e i suoi compagni (di oggi) ad intraprendere un nuovo inizio, ma di una cosa sono certo fin da ora, Enea, titolo del nuovo album in uscita il 1 marzo, è non solo l’album più riuscito degli Epo, ma è soprattutto di uno splendore abbagliante. Questo “re-start” parte indubbiamente dalla scelta di cantare per la prima volta tutte le canzoni in napoletano e, in particolar modo, di lasciarsi suggestionare definitivamente tanto dalla fascinazione mediterranea che dalla propria storia artistica personale. L’affresco che ne è derivato è qualcosa di estremamente attraente sia per l’equilibrio in cui tutti questi “colori sonori” sono confluiti che per la maturità del sound raggiunta. Già dall’ascolto del primo brano Addo’ staje tu si intuisce cosa avverrà: l’area rarefatta delle chitarre si riempie via via delle modulazioni della voce, di una orchestrazione in crescendo (D’Erasmo e Paci già sugli allori come capiterà anche nel proseguo) e di una emozionalità quasi insostenibile. Da occhi lucidi.

Poi subito dopo il colpo del ko con ‘A primma vota, tra le canzoni più belle che mi è capitato di ascoltare negli ultimi anni, tra una ammaliante atmosfera “lounge” e un ritornello killer (per non parlare dell’inserto di tastierina che si inabissa tra gli archi). Non appagati dell’inizio “senza fiato”, gli Epo procedono con sicurezza e senza cedimenti nel blues orchestrale di Nun ce guardammo arete, da mandare a memoria dopo un solo ascolto, nella ballata intimamente spaziale di Dimmello mò, cuore e carne sospesi per poco più di quattro minuti, e nella ninna nanna Luntano, screziata dai fiati e il violino con un Ciro sussurrante e ammaliante come non mai. Le seguenti Damme ‘na Voce e Sirene evidenziano ulteriormente (come se ce ne fosse bisogno) che l’ispirazione della band non teme paragoni con i grandi artisti della scena musicale italiana di oggi e di ieri: mentre la prima si adagia su un clima da piccolo melanconico club poco illuminato e nei sotterranei della città, la seconda alza i ritmi quanto basta per permetterci di navigare magnificamente tra le onde e il canto ipnotico delle sirene. In entrambi i casi arrangiamenti lussureggianti.

Scrivevo sopra della tradizione, di quella napoletanità musicale che da sempre detiene la capacità, quando lo desidera veramente, di innalzarsi dal provincialismo italiano e diventare musica del mondo: sia Auciello che Malammore giocano a specchiarsi tra il mood folkloristico di appartenenza geografica e la trasfigurazione sonora folk/rock di confini ben distanti e differenti, ma perfettamente adeguati all’obiettivo, soprattutto quando ci si accorge che queste canzoni potrebbero essere cantate in ogni lingua e ottenere le medesime appaganti reazioni. Rimane giusto il tempo per i saluti, prima con la dolcissima Ombra si’ tu con il suo lungo finale elettrico orchestrale, poi con la bonus track, Appriesso ‘e stelle, breve attacco funk-sonico per testimoniare le ripartenze necessarie e obbligate nonostante le sconfitte e le perdite di tutti i giorni. Perché questo è quello che brama il fato per Enea come per tutti noi. Perché questo è quello che hanno fatto questi splendidi Epo.