C I N E M A


Articolo di Luca Franceschini

Ci sarebbe da essere nostalgici, raccontando quanto erano belli i tempi in cui la musica era una ragione di vita e non un sottofondo, in cui i vinili erano un mondo intero da scoprire e dentro i negozi di dischi nascevano amicizie e si costruivano legami. È un mondo che non c’è più, ci dicono, e noi dovremmo essere tristi e piangere la sua scomparsa.

C’è un’altra verità, però: la vita continua, la musica c’è ancora perché ancora sono vivi i bisogni che spingono a crearla e ascoltarla. Semplicemente, si trovano nuovi modi. E potrebbe addirittura succedere che tornino in auge quelli vecchi. Per cui se oggi, a 70 anni dalla sua invenzione, il vinile pare vivere una seconda giovinezza (quanto sia consistente il fenomeno ancora non è dato saperlo ma qualcosa senza dubbio si muove), raccontarlo all’interno di un documentario può coincidere con un discorso sul presente, non per forza su un mondo che non c’è più.

“Vinilici” è il primo docu film italiano interamente dedicato al vinile. È uscito a novembre, dopo una campagna di crowdfunding che ne ha permesso la realizzazione, è diretto da Fulvio Iannucci, prodotto da Luigi Merenda e Vincenzo Russo e vede la partecipazione di tutta una serie di personaggi celebri, da Carlo Verdone a Red Ronnie, da Mogol a Elio e Le Storie Tese, fino al gruppo Progressive Rock degli Osanna, un pezzo di storia della nostra scena musicale. In più, tutta una serie di interviste a collezionisti e negozianti, con l’intento di raccontare una passione ma anche di fare i conti con uno scenario, quello odierno, che nonostante tutto quello che si possa dire riguardo alla pigrizia e alla dispersione delle nuove generazioni, sembra vedere un rinnovato, seppure non diffusissimo interesse per il formato fisico.

Ho guardato il documentario nei mesi scorsi e, nonostante non sia propriamente un appassionato del supporto (appartengo alla generazione dei cd, non ho mai posseduto un vinile in vita mia), mi ha colpito per la serietà e la passione con cui questa storia è stata raccontata. Abbiamo dunque deciso di fare quattro chiacchiere con Vincenzo Russo, uno dei due autori, e sono uscite cose parecchio interessanti, dal processo di lavorazione del prodotto a qualche tentativo di previsione di quel che potrebbe accadere in futuro.

Direi per prima cosa di raccontare chi sei e che cosa fai…

Sono Vincenzo Russo, mi occupo di organizzazione di eventi a livello musicale, con relativo aspetto comunicativo. Lavoro con Veragency, che è la più grande agenzia campana in questo ambito e in questi ultimi anni ho organizzato anche il DiscoDays, la fiera della musica più grande del Sud. A partire da questa esperienza, assieme a Nicola Iuppariello, il creatore di DiscoDays, si è creato prima un libro di Vinilici, che era un insieme di storie e che parlava della passione dei collezionisti e anche di quei negozi di dischi che col passare del tempo sono spariti o si sono modificati. Da qui, abbiamo poi voluto evolverci verso un documentario che raccontasse in maniera precisa questo mondo. Così è nato Vinilici.

Come ci avete lavorato? Come funziona la creazione di un documentario, dalla scrittura dei testi al decidere quali ospiti invitare?

Ci sono state diverse fasi di stesura, abbiamo scritto e riscritto la storia da zero almeno cinque volte: veniamo da un ambiente diverso e c’è voluto del tempo prima di prendere confidenza col linguaggio cinematografico e documentaristico. È stato un lavoro condiviso, io e Nicola ci siamo riuniti parecchie volte sia col regista Fulvio Iannucci, sia con Paolo Barone della Napoli Film Industry, per cercare di dare un taglio che non fosse prettamente tecnico. Abbiamo cercato di evitare di fare un documentario che non fosse destinato solamente agli appassionati del settore. Abbiamo dunque cercato di coinvolgere personaggi con questa passione per i vinili ma che provenissero anche da mondi diversi, come per esempio Carlo Verdone, Mogol o Elio e Le Storie Tese, in modo tale da interessare gli appassionati ma anche quelli che stanno dall’altra parte della barricata, per così dire. Abbiamo dunque puntato sulle storie particolari, su quelle che valeva la pena raccontare e su quelle con cui ognuno avrebbe potuto immedesimarsi. Storie di coloro che sono cresciuti coi negozi di dischi, storie di appassionati che sarebbero disposti a fare parecchi sacrifici pur di entrare in possesso di un determinato disco… cose così, insomma.

Sarà banale ma te lo chiedo lo stesso: perché raccontare il vinile e non il cd? È come se ci fosse sottesa l’idea che questo abbia qualità maggiore rispetto al cd, come se avesse, come oggetto, un valore superiore, un certo fascino mistico. Lo avete fatto perché siete anagraficamente cresciuti con questo supporto? O perché adesso, a quanto sembra, sta tornando in auge?

Il vinile è un simbolo della musica. Chi è cresciuto con esso, diciamo anche la generazione dei trentenni, e poi a salire, associano direttamente questo oggetto alla musica. Ma la cosa che più ci interessava capire era come mai le persone sotto i trent’anni si stanno appassionando a questo formato. In un momento storico in cui la musica si vende poco, è interessante notare come, negli ultimi 14 anni, il vinile sia sempre in crescita. E questo documentario è stato anche un modo per andare a fondo di questa sorta di cambiamento nel modo di ascoltare la musica.

Personalmente ho sempre ascoltato e comprato cd, cosa che faccio tutt’ora anche se da tempo ho integrato il supporto con una fruizione massiccia dello streaming da Spotify. Cosa pensi dei maniaci del cd? Esistono ancora oppure quello è un mondo che si sta definitivamente perdendo?

Non penso che scomparirà del tutto però è un mercato che sta diminuendo, certo. Questo per due ragioni: il vinile ha senza dubbio un fascino diverso ma è anche un oggetto di arredamento. Inoltre, col ritorno al vinile sta ritornando un diverso modo di comunicare dal punto di vista grafico, c’è una maggiore libertà di osare da parte degli artisti. Il cd conserverà sempre la sua comodità ma non credo che a breve ci possa essere un ritorno in pompa magna di questa tecnologia. Piuttosto, a parte la musica liquida, io prevedo un progressivo aumento del vinile, anche grazie ad una maggiore diffusione di una tecnologia moderna, che permetterà di abbassare i prezzi e rendere l’acquisto possibile per tutti. Può darsi, per esempio, che tra qualche anno le nuove uscite potranno scendere anche a 15 euro.

C’è un aspetto che non mi pare abbiate toccato nel documentario, che è quello della qualità sonora: molti appassionati si lamentano dell’audio di molte ristampe, soprattutto quelle che escono in edicola. Pare che alcuni siano semplicemente dei cd riversati su un altro formato…

Lo abbiamo messo in evidenza nella prima parte, quando parlavamo dell’analogico, che oggi è praticamente scomparso. Non abbiamo invece toccato il discorso delle edicole perché ci sono voci contrastanti, non è facile fare un discorso univoco. Sicuramente c’è tanta roba cattiva in giro e proprio per questo c’è bisogno di uno sforzo tecnologico, anche rispetto al giradischi, che ovviamente deve essere di qualità elevata per poter garantire un buon livello di riproduzione. Abbiamo invece toccato il discorso dei falsi…

Quella parte è davvero interessante!

Ti ringrazio! In sostanza si è dimostrato che, mentre un cd falso è facilmente individuabile, la stessa cosa non accade per un falso vinile. Di conseguenza c’è bisogno di un’educazione all’ascolto ma soprattutto all’acquisto, che possa essere davvero propedeutica ad un rilancio in grande stile del vinile.

Avete dedicato un certo spazio ai negozi di dischi, una parte che mi ha molto toccato, visto che ovviamente anch’io ci ho passato dentro una parte significativa della mia vita. Che futuro ha secondo te il negozio di dischi? Potrebbe ricomparire oppure è condannato a rimanere una riserva indiana per pochi irriducibili? A questo si riconduce poi il discorso di Amazon: ha dei prezzi certamente imbattibili e ha fatto sparire la concorrenza; eppure le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti potrebbero obbligare ad una sorta di azione etica, non trovi?

Il negozio di dischi per come siamo abituati a vederlo noi sta sparendo, credo che davvero, come hai detto tu, ormai vada trattato alla stregua di una riserva indiana. La cosa interessante però è che sta nascendo tutta una serie di negozi ibridi, che vendono dischi, cd, biglietti per concerti ma che alla sera si trasformano in locali che in certi casi fanno anche musica dal vivo. Questo potrebbe essere un buon compromesso: un negozio che viva 24 ore su 24, dove andare alla sera ma dove anche ascoltare musica, un po’ come succede in certe parti del mondo, come ad esempio quello della Rough Trade a Londra. Anche a Napoli ce ne sono un paio, molto legati al territorio per cui poi si modificano in base a come il territorio risponde. Cosa mi chiedevi dopo?

La questione di Amazon…

È un discorso ampio. Nel documentario si evidenzia come un negozio di dischi sia anche fonte di educazione ma anche di rapporti di amicizia tra clienti, Verdone questo lo racconta bene, ad esempio. Il discorso di Amazon quindi riguarda tutto il comparto delle vendite in generale. Essa distrugge tutta una serie di piccoli venditori per il fatto che non ha dei costi alti da sostenere. Però è anche vero che ci sono tutta una serie di negozi che non ne vengono danneggiati e che anzi, riuscendo a vendere tramite essa la loro merce, riescono a sopravvivere. Però è vero che il rapporto umano che si instaura tra chi vende e chi compra, è assolutamente insostituibile.

Peraltro oggi c’è una possibilità di scoprire la musica molto più facile e rapida di prima: basta per esempio tenere d’occhio la bacheca Facebook di un amico, piuttosto che gli algoritmi di Spotify. Eppure, un amico che ti prestava un disco o te lo copiava su cassetta aveva tutto un altro impatto, anche sulla nostra memoria.

In parte è vero però continuare a parlare di musica con altre persone, con i propri amici, è una cosa che funziona. Ci sono tantissime band emergenti che vanno avanti grazie al passaparola e al fatto di vendere dischi ai concerti. Io credo che questa dinamica non verrà mai meno. Poi è chiaro che siamo alle soglie di un grande cambiamento, ci stiamo trovando in mezzo ad una digitalizzazione eccessiva, per certi versi anche inevitabile, può darsi che di certe conseguenze ce ne renderemo conto solo più avanti. Eppure, allo stesso tempo, io credo che ci saranno tante cose che adesso crediamo perse, che andremo a riconquistare. Una di queste è la concezione del tempo: che occorra tempo per godersi la musica. Lo lamentava anche Fossati in un’intervista recente: la musica oggi è roba per cellulari, prima invece era una forma alta di socialità. Io però non sarei così catastrofista. Tutto si evolve e torneremo a riprenderci il tempo per ascoltare la musica, per coltivare le nostre passioni. Il vinile, in questo senso, rappresenta proprio l’oggetto perfetto.

Che poi è bello ascoltare la musica nel 2019. La fruizione è diversa ma non è che non se ne colga la bellezza, anzi!

Sono d’accordo con te. Spesso mi accusano di essere troppo ottimista. Eppure ascolto musica di tutti i tipi, su diversi supporti, sono abbonato a Spotify e ascolto anche tanti cd, soprattutto in auto. Non credo ci sia una lotta tra i formati, ognuno ha le sue caratteristiche. È anche vero che c’è tanta musica contemporanea validissima in giro, io sono un amante del rock per cui probabilmente le cose più importanti di questo genere sono già uscite ma di roba bella ce n’è sempre. La differenza forse è che 30-40 anni fa, per fare un disco ci voleva una casa discografica che credeva in te, oltre ad uno sforzo economico non indifferente. Questo portava ad una maggiore selezione iniziale, cosa che oggi è finita, visto che tutti possono incidere e pubblicare immediatamente. La mole di musica è aumentata, quindi si fa più fatica a trovare la qualità.

Da un certo punto di vista è vero però anche ai tempi dello strapotere delle case discografiche ci si lamentava del fatto che fossero il veicolo di diffusione della peggior merda, che facessero uscire roba tutta omologata. Oggi se non altro c’è in giro una varietà pazzesca, niente di paragonabile a prima. Semmai c’è ancora più bisogno di essere educati per poter operare una selezione. Probabilmente ogni sistema ha dei lati positivi e dei lati negativi, no?

Sì, probabilmente è così. In Italia comunque è cambiato proprio il ruolo della musica e le case discografiche non sono state in grado di accorgersene, probabilmente sarebbe un bene che tornassero al loro antico ruolo di scouting. Ma appunto, alla maggior parte della gente della musica importa poco, rappresenta solo un momento di svago e anche loro, credo, hanno il diritto di godersela; di conseguenza è anche necessario che ci siano in giro molte proposte di bassa qualità…

Da ultimo, ti chiedo cosa c’è nel futuro di questo documentario. Riuscirete a farlo vedere parecchio in giro?

Ci sono ancora delle sale cinematografiche che lo devono trasmettere, nel frattempo lo abbiamo proposto ai principali network, suscitando un certo interesse. A breve dovrebbero esserci delle novità e a quel punto sarò lieto di comunicarti su quale canale si potrà vedere… abbiamo avuto la fortuna di essere stati i primi in Italia a fare un documentario interamente sul vinile e questo ovviamente gioca a nostro favore!