R E C E N S I O N E


Articolo di Simone Nicastro

Come dico spesso non amo recensire artisti a cui sono particolarmente legato, vuoi per il rischio di essere poco oggettivo, vuoi per una difficoltà probabile ad esprimere compiutamente quanto mi piacerebbe far percepire di loro a chi avrà la bontà di leggermi. I Virginiana Miller sono indubbiamente tra questi artisti e, praticamente, hanno accompagnato la mia vita, nei momenti belli e in quelli brutti, negli ultimi venticinque anni. Ogni loro album è un puro avvenimento, un momento in cui so che ritroverò quella voce, quel “mood”, quella incredibile meraviglia che nonostante i cambiamenti strutturali e stilistici non mi ha mai tradito. Chi mi legge “in giro” sa che non mi piace usare la parola capolavoro poiché nella maggior parte dei casi è usata o a sproposito o ad esclusiva legittimazione del gusto personale, ma devo ammettere che per i Virginiana Miller, in più casi tra l’altro, mi è sfuggita.

Cosa mi ha spinto allora a scrivere del nuovo album in uscita in questi giorni dopo una assenza discografica di ben sei lunghi anni: in primo luogo mi è stato chiesto esplicitamente (avvenimento più unico che raro) da Offtopic Magazine e in secondo luogo il voler affrontare un passaggio epocale che è avvenuto proprio con questo The Unreal McCoy, ovvero un album dei Virginiana Miller per la prima volta interamente in lingua inglese. Fidatevi il passaggio è epocale perché sono veramente pochissimi gli autori italiani che possono fregiarsi di essere così personali, talentuosi, poetici, narrativi e cantabili nella nostra lingua come Simone Lenzi, autore e voce del gruppo. I suoi testi, interpretati e incastrati in maniera miracolosa nel flusso delle note dei musicisti, hanno la taratura dei più grandi parolieri, sia nella capacità di descrivere l’animo umano in maniera unica ma comunque universale, sia di non perdersi in facili e tipici intellettualismi o al contrario in banalità usuali e ridondanti.

Potete quindi intuire quanto la scelta di convertirsi totalmente all’inglese per questi nove brani abbia lasciato i seguaci della band abbastanza interdetti. Togliamoci immediatamente il sassolino dalla scarpa: se l’intero nuovo album avesse avuto la caratura dei primi cinque brani in scaletta, la parola di cui sopra (quella che non sono solito usare) mi sarebbe potuto sfuggire ancora una volta anche per questo The Unreal McCoy. Dall’incisivo e abrasivo primo pezzo omonimo passando per una epocale e trascinante Lovesong, dalla dinoccolata e “istant classic” Old Baller alle due gemme “pop” e commuoventi Motorhomes Of America e Christmas 1933. I Virgianana Miller rivedono l’America attraverso la propria lente artistica, immaginando racconti e monologhi in equilibrio tra realismo, poesia e fantasia, fecondati da chitarre melodiose all’occorrenza e sferzanti per necessità, ammantati dalla dolce malinconia delle tastiere e incorniciati da una sezione ritmica impeccabile. Cinque nuovi brani che si stagliano fin da oggi nel cielo già decisamente stellato della loro produzione.

Da qui in poi ho dovuto constatare purtroppo un leggero calo di qualità, probabilmente indotto anche da una mia personale visione della musica che trova inaccessibile il divertissement pseudo country di The End Of Innocence e la eccessiva piacioneria nella ninna nanna di Soldiers On Leave. Sul finale si torna comunque ad ottimi livelli grazie alla riuscita Toast The Asteroid, rock-ballad dall’andamento corale, e soprattutto alla placida e colta chiusura psichedelica di Albuquerque.

In chiusura ci tengo a sottolineare che The Unreal McCoy ci fa riabbracciare dei vecchi amici che di quel passato “condiviso” hanno trattenuto solo l’essenziale (dovuto e incancellabile) e ora senza timori e con determinazione si riaffermano da un’altra parte: qualcuno non capirà, altri si emozioneranno, altri ancora impiegheranno il proprio e giusto tempo per scegliere se restare o lasciar perdere. Infine purtroppo qualcuno, come da consuetudine di questi anni, passerà veloce senza darci neanche troppo peso. La mia speranza invece è che siano in molti a scoprire questa band, che se ne innamorino perdutamente e recuperino tutto quello realizzato in passato dai Virginiana Miller, una delle band più incredibili e sottovalutate che il nostro paese abbia mai avuto. Almeno secondo la mia umilissima opinione.