I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Oltre le mode, oltre le facilitazioni dei luoghi comuni, a 22 anni si può anche essere cresciuti a Beatles e Bee Gees ed aver scoperto in diretta la seconda fase dell’Indie Rock, quando i propri coetanei erano probabilmente immersi in tutt’altre faccende. Joe Rasera è di Trento e la musica italiana non l’ha mai seguita troppo. Si è fatto le ossa sui maestri della melodia, poi l’hanno conquistato i vari Mild High Club, Whitney, Devendra Barnhart, Foxygen. Dopo anni di lavoro approda a Pereira, il suo progetto solista, di cui è appena uscito Mascotte, il disco d’esordio, frutto di una proficua collaborazione tra l’etichetta milanese Costello’s e quella romana A Modest Proposal. E di italiano, a parte la lingua con cui sono cantati i testi, non c’è proprio nulla: un suono pieno e vellutato, rifinito dalla splendida produzione di Fabio Grande e Pietro Paroletti, al servizio di canzoni che sono un miracolo di romantica perfezione, a metà tra la delicatezza di Mac De Marco e José Gonzalez, e la lezione sempiterna delle icone sopracitate. Dalle nostre parti, forse solo Colombre (che tra l’altro ha lavorato con gli stessi produttori) si è mosso su sonorità simili. Un disco delizioso, che pur non dicendo nulla di prettamente originale (ma chi è più in grado di farlo ormai?) si configura comunque come un tentativo gradito di spostare l’attenzione dalle solite formule dell’It Pop; ottime, per carità ma ormai ad altissimo rischio di prevedibilità.
Dal giorno dell’uscita, Mascotte l’ho ascoltato parecchio e mi è venuta la curiosità di scoprire qualche cosa in più sul conto del suo autore. Detto fatto. L’ho chiamato una sera al telefono ed ecco che cosa mi ha raccontato.

Hai fatto davvero un bel disco, ti faccio i miei complimenti. Prima di parlarne, però, che ne diresti di dirci chi sei e di raccontare un po’ il percorso che ti ha portato fin qui?

Mi fa piacere che ti sia piaciuto il disco! Cosa ti posso raccontare di me? Ho sempre suonato in diverse band, tenendomi sempre su questi generi, su questi derivati dell’Indie, per così dire. Suonavo cose che all’inizio erano più Folk e che poi sono diventate anche un po’ psichedeliche ma in generale mi sono sempre tenuto all’interno di questo carattere Lo Fi, che poi è il mio bacino attuale, quello che ascolto maggiormente. Di base sono un chitarrista ma poi ho suonato anche le tastiere, il basso… ho fatto un po’ di tutto, mi sono fatto la mia gavetta anche se poi, avendo io 22 anni, non è che sia poi questa grande gavetta (ride NDA)! E poi è arrivato questo disco: è frutto di tre anni di lavoro ed è un qualcosa che mi rende molto felice, lo sento molto mio; sia come sonorità, sia come testi, mi soddisfa in pieno. Poi c’è il discorso della lingua: ho sempre scritto in inglese perché era più vicino a quello che ho sempre ascoltato. Poi però mi sono detto: “Perché non farlo in italiano?”. Questo per me ha significato togliere quella sorta di velo, di salvagente che l’inglese creava, per cui vai ad esprimere concetti anche romantici, che ritmicamente suonano bene ma che alla fin fine ti nascondono, ti tengono al riparo da quella che è la crudezza, la nudità che invece l’italiano esplicita, mette in risalto. Ho quindi deciso di scegliere questa lingua, di provare a fare questo esperimento. Ho scritto i pezzi, li ho arrangiati, ho registrato le demo e sono andato a limare il tutto da Fabio Grande e Pietro Paroletti. Lì è nato il tutto.

Hai parlato di Lo Fi però alla fine questo è un disco molto ben prodotto. Come avete lavorato per arrivare al risultato finale?

C’è da precisare che io uso il termine Lo Fi per indicare le sonorità, il genere di appartenenza, gli artisti che ho come riferimento, piuttosto che l’aspetto sonoro in sé, perché questo in realtà è un disco molto pulito. Per il resto, ho prodotto tutto a casa mia, nel mio scantinato. Ho scritto le parti di basso e tastiera, che poi sono state in parte cambiate da Pietro e Fabio, però direi che un buon 80% del lavoro è uscito da me. Con loro abbiamo limato i suoni, abbiamo lavorato su qualche struttura ma in realtà la gran parte della produzione è stata fatta nelle demo.

Chi ha suonato sul disco, oltre a te?

Le tastiere le abbiamo fatte a metà tra me e Fabio, le chitarre le ho fatte io, anche se i bassi in parte li ha suonati un mio amico. Invece le batterie le ha suonate Francesco Aprili che è il batterista di Giorgio Poi. Tutta gente con cui mi sono trovato benissimo: Francesco in particolare si è affezionato molto al disco e ha fatto un lavoro sorprendente. In effetti lavorare con qualcuno che ama quello che fai dà al tutto una marcia in più…

E da dove viene fuori il nome Pereira? C’è qualche riferimento al romanzo di Tabucchi?

Sì certo! Innanzitutto però c’è un richiamo all’idea del caldo, di un luogo tropicale. Io definisco il mio genere “Tropical Indie” perché anche se i miei testi non sono proprio allegri, non hanno molto di tropicale, penso che una persona che venga ai miei concerti si riesca a divertire, per lo meno è l’impressione che ho avuto dai primi due live. La ragione principale però è il romanzo di Tabucchi. La chiave di tutto sta nel cambiamento del personaggio principale: siamo in Portogallo, ai tempi della dittatura di Salazar e questo è un giornalista molto metodico, molto legato alle sue giornate sempre uguali e soprattutto al non esporsi nei confronti del regime. Poi ad un certo punto, quando un suo collega viene ucciso, cambia completamente ed inizia a porsi in maniera oppositiva nei confronti della dittatura. Ci ho ritrovato la mia stessa esperienza, ovviamente su un altro livello: dall’abbandonare la scrittura in inglese a cui ero molto legato, per passare all’italiano, che per me ha significato dare un altro valore alle parole, forse più fedeltà a quello che provavo, cosa che però comportava, come ti ho detto prima, il non nascondere più quello che volevo davvero dire, senza più mascherarlo dietro all’inglese. Una decisione che, per come sono io, è stata molto coraggiosa.

Direi che, oltre che coraggioso, nel tuo caso è stato anche necessario. I tuoi riferimenti sono molto chiari e l’impressione che ho è che se avessi tenuto l’inglese, l’effetto derivativo sarebbe stato molto forte. In questo modo invece, l’italiano, oltre che funzionare davvero bene su queste canzoni, nella metrica e nella musicalità, crea un effetto per così dire originale, anche se la tua proposta proprio originale non è…

Diciamo che se poi si vuole fare un discorso di mera commercialità, probabilmente portare un genere così in Italia, in inglese, poteva essere molto più complicato che farlo in italiano. Questo non è stato il fattore principale che ho considerato però un po’ ha pesato. Tutta la musica inglese fatta da italiani ha un po’ questo problema, no? Non voglio sembrarti superbo, perché alla fine non è una questione di bravura ma questo disco mi sembra molto diverso rispetto alle cose che escono ogni venerdì in Italia.

Sono d’accordo. È un disco fresco, soprattutto.

Sì, questo lo credo anch’io.

Parlando dei testi, invece, li ho trovati molto interessanti e ho apprezzato sopratutto il fatto che non siano immediati. Ultimamente si viaggia molto su questa idea che una canzone debba veicolare un messaggio esplicito, spesso con l’uso di giochi di parole e tanta ironia. Tu hai fatto una scelta diversa, hai lavorato più per sovrapposizioni di immagini, spesso tratte dal quotidiano, per descrivere quello che mi sembra un amore o degli amori passati. Hai voglia di dirmi qualche cosa di più?

Dipende sempre molto da canzone a canzone. Essendo io un tipo abbastanza romantico, credo che l’amore sia il tema principale che esiste, penso che tutte le canzoni siano canzoni d’amore e quindi anche nel mio disco questo tema è in primo piano. Ciabatte galleggianti, per esempio, parla dell’incertezza, dell’instabilità. L’immagine del titolo va ad evocare proprio questo: le ciabatte servono per camminare ma il fatto che galleggino sull’acqua implica questa idea di non avere punto fermo. Comic Sans parla di illusioni, mentre Abbraccio d’asporto, di casa, di famiglia: è l’idea di avere una famiglia che ti puoi portare dietro, che tu ovunque vai possa avere qualcosa che ti faccia sentire a casa, può essere una persona, un luogo ma che poi quando sei lì, quando la pensi, ti fa sentire tranquillo, ti parla di casa. Ovviamente si tratta di un altro tipo di amore ma sempre amore è. Klimt invece è proprio una storia d’amore, l’ho voluta raccontare per darle le parole che secondo me in quel momento non aveva. Pastasale invece è tutta giocata sul dialogo tra testo e melodia. Parla di un sogno e c’è dentro anche il momento del risveglio, una parte più psichedelica, strumentale, dove il brano cambia completamente. C’è un forte legame tra la parte iniziale che parla di sogni, di respiri vicino all’orecchio, di cose che senti nella tua notte, e quella finale, dove invece tutto questo viene interrotto dal risveglio. Infatti i versi finali dicono: “Non ci sei più e io cado laggiù, nel male che mi fa affondare”, ma in realtà anche la musica evidenzia questo cambiamento. Diciamo che queste sono quelle che hanno il testo per me più significativo. Le altre poi hanno dentro molti riferimenti e si va più ad interpretazione, per così dire.

Esci con una sorta di joint venture tra A Modest Proposal e Costello’s. Da dove viene questa decisione?

Sono entrato in contatto con Simone (Castello, il responsabile di Costello’s NDA) alcuni anni fa e mi ha un po’ accompagnato nella scrittura del disco. È stato poi lui a propormi di lavorare con Fabio e Pietro, tra le altre cose. Una volta finito il disco c’è stato poi l’interessamento da parte di A Modest Proposal: a loro è piaciuto molto, si tratta della loro prima uscita in italiano e credo vogliano puntarci molto. Si sono divisi i ruoli, nel senso che Costello’s curerà la parte di management mentre gli altri fungeranno da etichetta vera e propria.

Una curiosità diciamo così, anagrafica: sei molto giovane ma hai delle influenze che normalmente non si assocerebbero a ragazzi della tua età…

Bene o male penso di essere sempre stato abbastanza onnivoro. Tutto l’Indie che gira adesso secondo me ha radici molto vecchie, che affondano parecchio nel passato. E io sin da giovanissimo sono stato contagiato da cose come i Beatles, per dire. Ho iniziato ad ascoltare Indie molto presto, diciamo quando questo movimento era ancora agli inizi. Mi sento molto legato a Mac De Marco ma non è il mio riferimento principale, viene citato spesso perché è quello più conosciuto però in realtà mi sento molto più vicino ai Mild High Club così come ai Whitney e ai Foxygen, che pure fanno cose diverse dalle mie. Direi quindi che non trovo molti riferimenti nell’Indie attuale, soprattutto quello italiano (esclusi ovviamente Colombre e Giorgio Poi, che sono due mostri sacri per me). Penso che tutto nasca dall’unione tra le mie passioni beatlesiane e la prima parte dell’Indie, quelle realtà che nascevano tra il 2010 e il 2011. E poi, naturalmente, tutta la componente Folk, soprattutto Indie Folk, che è un genere che ho suonato per molto tempo.

Purtroppo non sono riuscito a venire a sentirti all’Ohibò. Com’è andata? Ci saranno altri concerti in futuro?

È andata molto bene, abbiamo una nuova formazione a quattro elementi, io mi occupo di chitarra e voce, poi c’è un ragazzo che suona sia tastiera che chitarra e poi la classica sezione ritmica con basso e batteria. Una cosa che a me piace del live è che a parte un pezzo, suoniamo tutto senza basi o sequenze. Purtroppo in Italia nella maggior parte dei casi non accade così: ci sono dei generi che fanno della semplicità il loro cardine, poi vai a vederli dal vivo e sembra quasi che il tastierista finga di suonare. Io penso che la musica sia soprattutto spontaneità, voglio poter guardare il mio batterista e decidere di cambiare una strofa all’ultimo momento. Che poi io studio musica elettronica al conservatorio quindi se volessi potrei anche costruire delle basi bellissime ma non credo sia questo il punto. Per quanto riguarda invece i prossimi live, nei prossimi giorni suoneremo qui a Rovereto, in una situazione molto carina, dopodiché con Simone stiamo cercando di accordarci con qualche Booking e vedremo che cosa succederà.