R E C E N S I O N E


Articolo di Chiara Bernini

Tutte le strade portano a ​Roma​ Lecce!
Si perché è proprio questa la città in cui, l’originaria del Minnesota, Georgeanne Kalweit, dopo sei anni vissuti nel capoluogo pugliese, ha dato vita al suo nuovo sforzo musicale ​The Kalweit Project​.

Attivo dal 2015, il gruppo, che vede la collaborazione tra l’americana, come lead singer, e tre musicisti della provincia di Lecce, ha pubblicato, lo scorso cinque aprile, l’EP ​Swiss Bike ​che, ​composto da 5 tracce, si rivela un autentico capolavoro di ingegno di suoni e di arrangiamenti, nonché risultato   dell’evoluzione musicale che Georgeanne Kalweit ha attraversato nel corso della sua carriera.

Esperienze che hanno reso la pubblicazione, un continuo oscillare tra ​rock alternative/sperimentale e​ post punk, senza tralasciare sfumature di ​retro pop che addolciscono un’atmosfera a tratti sociopolitica. Il tutto sospeso tra dimensioni oniriche, fiabesche ma anche riottose e malinconiche grazie all’incredibile voce di Georgeanne in grado di offrire un lavoro che dona sensazioni crude e autentiche, riecheggiando stati d’animo differenti, capace di superare le possibili barriere linguistiche per trasmettere emozioni universali, che non richiedono l’intermediazione delle parole per essere compresi ma che sorgono direttamente dal profondo della nostra anima, risvegliati dal richiamo magico che esclusivamente la musica possiede.

Questo quanto percepito già a partire da ​Swiss Bike, prima traccia dell’omonimo EP, nonché primo singolo estratto, per il quale è stato diretto anche un video dalla regista d’arte contemporanea Grazia Amelia Bellitta. Il brano ruota attorno all’idea di una società – quella attuale – che vincola le persone a dei ruoli ben precisi, a delle maschere, imponendo la distanza tra individui e rendendo, di conseguenza, l’interazione umana estremamente complessa, arida e superficiale. Un’autenticità, dunque, andata persa che può essere ritrovata attraverso la riscoperta della curiosità tipica infantile, in grado di far scivolare via tali maschere, proprio come ci suggerisce la fine   del video. Una situazione, pertanto, pervasa dai sensi di angoscia e malinconia, che vengono rafforzati ulteriormente dal sound altamente raffinato. Un’armonia delicata, onirica, che percorre tutto il brano, costantemente infranta da un ritmato – e quasi selvaggio – giro di chitarra che si ripete martellante.

Seguono poi Seriously Furious, il cui sound veloce ed incalzante ci discosta dal clima creatosi precedentemente e Love American Style che, con l’astuto utilizzo dell’organo, trasmette un senso di dimensione trasfigurata. Con l’aggressiva My Beast My Feast, poi, si giunge all’apice dell’EP. Scandito sin da subito dal giro di note del basso che si ripete ossessivamente, il brano, unito alla voce graffiante della Kalweit, trasmette un senso di angoscia ossessiva, di disturbo interiore che scoppia negli ultimi minuti e che si scontra con le emozioni dell’ascoltatore, in un atto quasi animale e primitivo. Uno sfogo, dunque, che il gruppo si appresta a calmare con la traccia di chiusura, The Earth Is Flat. Un vero e proprio salto nel passato, una melodia struggente dal gusto retrò che, grazie alla splendida ed avvolgente armonia che si crea tra gli strumenti e il timbro delicato della cantante, culla l’ascoltatore, regalandoci una ballad strepitosa.

Giunti alla conclusione di Swiss Bike, si percepisce come l’EP trasudi “capolavoro” da tutti i pori. Una pubblicazione che, nel suo piccolo, si rivela un successo assoluto, lasciando intuire il magistrale e minuzioso impegno portato avanti da tutti i membri, e che, in sole cinque canzoni, rappresenta il biglietto da visita di chi dietro di sé non lascia nessun errore. Il tutto è, infatti, così preziosamente confezionato da rendere i The Kalweit Project decisamente un gruppo da non lasciarsi scappare. E, mentre si attendono con alte aspettative i lavori futuri, si stringe avidamente a sé questo gioiello musicale che Swiss Bike rappresenta. Davvero un gran bel colpo!