Articolo curato da E. Joshin Galani

Che Torino sia un fermento musicale lo sappiamo; da diverse angolazioni regala emozioni per tutte le sfumature di orecchie, è come un banchetto imbandito che accontenta nella sua scala di sapori ogni palato.
Il gusto di oggi squisitamente aspro, color grigio lucente, come il sole che illumina il selciato dopo la pioggia ce lo regalano gli Elk Cloner, gruppo torinese composto da Alessandro Marin (voce) ed Enrico Pugno (chitarra) a cui si sono aggiunti successivamente Federico Croci (basso) e Luca Giolo (batteria).
Formatisi nel gennaio 2018, fanno uscire due inediti di cui abbiamo apprezzato i ruvidi chiaroscuri. Nell’attesa del primo ep “Lasciamo le cose come stanno”, vi proponiamo in anteprima la loro cover di “Abbiamo vinto un’al­tra guerra” di Francesco Motta.

Per conoscerli un po’ meglio, abbiamo scambiato due chiacchere con Alessandro Marin, voce del gruppo.

Esce oggi in antepr­ima per OT il singolo “Abbiamo vinto un’al­tra guerra” cover di Motta. E’ il vostro terzo brano dopo “ToNo” e “La ballata dell’infedeltà”. Ci raccontate di questa scelta?
Non si tratta di una scelta pianificata a tavolino, abbiamo iniziato a far uscire i singoli che ritenevamo più significativi, “ToNo” che è stato il primo singolo ad essere pubblicato con videoclip, dopo “La ballata dell’infedeltà”, singolo per il quale è previsto un video che l’accompagnerà a breve, abbiamo pensato di spezzare un po’ la serie di brani inediti con questa cover di Francesco Motta.
L’idea di reinterpretare “Abbiamo vinto un’altra guerra” ci era venuta quando Motta non aveva ancora avuto il boom mediatico che lo ha portato al successo che tutti ormai conoscono, abbiamo preso il brano, che è sostanzialmente un acustico e lo abbiamo elettrificato inserendo tutti gli strumenti, quindi chitarre elettriche, basso, batteria effetti e tutto ciò che pensavamo ci stesse bene, compreso l’E Bow, un archetto elettronico che se appoggiato alle corde della chitarra  riproduce il suono del violino o violoncello.
Il risultato è stato una versione molto lontana dall’originale, una vera reinterpretazione, che ci è piaciuta molto, adesso vedremo se piacerà anche a qualcun’altro 🙂

Vi siete scelti il nome del primo virus informatico, è un’i­nvito a prendere giu­ste distanze dai dev­ice, un nome che fa sorridere, o il rife­rimento è una benevo­la contaminazione mu­sicale?
Il nome Elk Cloner lo ha proposto Enrico, ci piaceva perchè era strano e perchè in qualche modo ci siamo riconosciuti nella storia del virus e del suo creatore, l’allora quindicenne Richard Skrenta il quale nei primi anni ottanta, infettando i giochi dei suoi amici, si ritrovò ben presto privo di compagni disposti a scambiare dischetti con lui, a quel punto pensò ad un modo per infettare i floppy disk senza doverne entrare in diretto possesso, decise così di installare un virus direttamente nel computer della scuola, in quel modo tutti coloro che inserivano un dischetto nel PC venivano colpiti dal virus.
Ecco noi ci siamo riconosciuti un pò in questo sistema, dopo svariati tentativi e approcci musicali ad un certo punto ci siamo ritrovati soli a pensare ad un nuovo modo per proseguire e non abbandonare la musica componendone di nostra, sperando possa essere sufficientemente infettiva da contagiare quante più persone possibile 😉

Siete nati artistic­amente nel 2018 a To­rino, la vostra musi­ca ha dei riferimenti netti alla new wav­e, post punk e grung­e, ma con rivisitazi­oni molto fresche ed attuali. Com’è nato il vostro progetto artistico?
Il progetto Elk Cloner nasce dalla voglia mia e di Enrico di misurarci nel campo della musica inedita, ci eravamo stancati di suonare in cover band come fanno i più, abbiamo quindi provato a comporre qualcosa di nostro, non ti nascondo che non è stato affatto facile, è come mettersi di fronte ad un foglio bianco e doverlo riempire di parole interessanti, anche il mettersi a nudo l’uno nei confronti dell’altro, abbattere gli imbarazzi, non è affatto semplice, ci vuole molta sintonia e affinità per comporre canzoni in due; per contro, l’aspetto positivo e che si è molto meno sicuri di che piega prenderà il brano, spesso si finisce per restare sorpresi dell’aspetto finale del pezzo. Anche il rischio di assomigliare ad altri diminuisce perché noi ascoltiamo generi affini ma non identici. Ad Enrico per esempio piacciono molto i Pink Floyd mentre io ho influenze più New Wave e Post Punk nazionale, le influenze sono doppiamente ripartite, per questo è più difficile assomigliare ad un artista preciso, come dicevi tu le influenze si riconoscono perfettamente ma credo sia difficile individuare un artista preciso nel nostro sound.