I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Carfì

Killing Cartisano è involontariamente il nuovo moniker dietro il quale ritroviamo l’autrice e polistrumentista italiana Roberta Cartisano. Dopo due lavori e un’interruzione involontaria durante la stesura del terzo disco in italiano, torna con un nuovo lavoro in inglese, uscito ormai nel novembre scorso. Partendo proprio da questa interruzione forzata, abbiamo contattato Roberta, per farci raccontare di questa trasformazione e dell’inevitabile evoluzione che ne è scaturita

Ciao Roberta potresti raccontarci cos’è successo tra il tuo secondo lavoro e il nuovo album uscito nel novembre scorso? Ti abbiamo ritrovata come Killing Cartisano, che ne è stato della matrice/Roberta?

In questi anni ho continuato a collaborare come strumentista qua e là; nel mentre lavoravo alla pre-produzione del mio terzo disco in madrelingua (quinto se contiamo gli Ep) ma poi mi hanno rubato tutto il materiale. Anni di arrangiamenti andati in fumo. La notizia si è diffusa sui social. A mia insaputa i fan hanno dato vita a un crowdfunding. Un esercito di angeli. Quando l’ho scoperto tramite il tag su fb è stato assurdo. In una settimana hanno raccolto più di duemila euro mentre me ne stavo in disparte incredula. Lusingata. Emozionata. Mi hanno aiutata a tornare in studio. Non riuscivo a realizzarne il motivo. Sono sempre stata un outsider. Ma poi guardandomi indietro, in venticinque anni di palchi macinati sia come strumentista che con il mio progetto, ho capito che se dai amore ti torna indietro. Inevitabilmente. Scorrevo i nomi di chi donava senza alcuna ricompensa. C’erano anche diversi musicisti con i quali giovanissima ho lavorato gratis per supportarli, innamorata perdutamente solo delle loro idee. Li avevo anche persi di vista e stavano lì a donare per poi apprendere che economicamente non se la passavano neanche bene. Mi sono ritrovata a proiettare la mia vita come fosse un film scavando nei ricordi. Gratitudine e incredulità. Ero già altro e non ho avuto voglia di tornare indietro su quel disco. Ho lasciato andare e mi sono messa in “ascolto”. A distanza di pochi mesi l’improvvisa esplosione di un nuovo disco. Ho tirato fuori tutto il rock che ho dentro demolendo le sovrastrutture che mi ero creata nel tempo. È così che ho ucciso la Cartisano precedente. A pre-produzione finita sono tornata a registrare a San Francisco.

Tu nasci in un ambiente musicale molto fertile che ti ha permesso di sperimentare e “giocare”, termine che è naturale usare in altre lingue per indicare l’azione di suonare”, (play, jouer); pensi che oggi ci sia ancora questa possibilità di “giocare” con la musica?

Certo. La musica è gioco, festa, simbolo. Rito collettivo. C’è sempre la possibilità di giocare con la musica. A tutte le età e a tutti i livelli. Se lo fai al livello professionale, il tutto richiede anche impegno, dedizione, passione e studio. Di solito lavoro con le persone giuste con le quali mi riesce di “giocare” entrando in “risonanza”. E magari dotate di senso dell’umorismo, che per me è fondamentale.

Oltre ad essere una polistrumentista, ti occupi di produzione, arrangiamenti e tanto altro come ad esempio le animazioni di un tuo video. Lo fai per un senso di appartenenza e voglia di dare a tutto la tua impronta o per un eccesso comunicativo/creativo?

La risposta è davvero semplice. In fondo sono una nerd. Me lo dicono tutti. In studio ci ammazziamo dalle risate per questo.

Tempo fa dichiarasti che “nella musica non si può sempre giocare da soli”, la fiducia nella musica cosa significa per te?

È riferito al mio modo di produrre i dischi. Prima di entrare in studio passo i mesi in solitudine a sviluppare fotografie sonore. Mi piace da morire anche se ne esco un po’ distrutta. Scrivo tutto, dalle batterie agli archi, suonando miliardi di strumenti e mettendomi al servizio del brano. Non posso farne a meno. Ma allo stesso tempo conosco il valore della condivisione fra musicisti e per la prima volta ho sentito l’esigenza di delegare, staccandomi dal controllo ossessivo delle mie produzioni. Finiti i lavori di ricerca personale ho consegnato le sessioni di KC Vol.1 a George S. Rosenthal – il coproduttore del disco – fidandomi e abbandonandomi completamente. Giocare da sola era diventato alienante. Sua l’idea di inserire le parti di chitarra baritono perché sentiva che in potenza avevo ancora tanto rock da dare ma da sola non c’ero arrivata. Come strumentista invece conosco l’energia e la fiducia che si crea sul palco con i tuoi compagni di viaggio. Al di là del mio progetto sono cresciuta suonando on the road in mezzo a un mondo di maschi modello “testuggine”. Ti devi fidare dei tuoi simili. Ognuno protegge l’altro sul palco. Senza primeggiare. Atteggiamento che per deformazione professionale ho sempre anche quando suono nel mio progetto solista. Io proteggo loro e loro proteggono me. “This is Sparta”.

Oggi sono molte le realtà musicali che nascono quasi per caso e spesso davanti ad un pc, con esempi musicali molto lontani da quelli che potevano essere anche solo una dozzina di anni fa; cosa ne pensi?

Credo più nelle idee che nel mezzo che utilizziamo per esprimerle. Se un pezzo prodotto al pc funziona è pur sempre figlio del suo tempo. Non sto a farmi troppe domande. In Italia ancora producono dischi che incontrano i miei gusti. Ad esempio gli I Hate My Village che ho visto recentemente dal vivo. Ho anche assistito alla loro conferenza ritrovandomi nelle parole di Adriano Viterbini e Fabio Rondanini. Si pensa solo a fare bene il “proprio”. Qui. Ora. Adesso. Non c’è molto da aggiungere.

Parlando invece di collaborazione e condivisione, so che vivi e lavori in un casale/studio molto particolare, come è perché nasce questa realtà?

Ho abbandonato la metropoli. Sono pur sempre una calabrese cresciuta sullo Stretto. Milano mi ha dato tanto in 10 anni, sia come musicista che come essere umano. Ma rientrata per l’ennesima volta da San Francisco, che è una città poco caotica, ho detto basta. Ho preso la macchina, girato a zonzo senza meta fino a quando il casale ha trovato me. Quando sono in Italia ho bisogno di spazio e tranquillità per lavorare. Tranquillità che ultimamente trovavo solo a San Francisco. E così ho fondato un casale per artisti e musicisti in Umbria. Anche qui ho creato la mia piccola San Francisco.

Nel tuo secondo lavoro, il protagonista aveva il compito di “rieducare alla bellezza”; pensi che sia ancora attuale e se sì, dove possiamo trovare maggiormente qualche esempio?

Quell’album è stato anche il frutto del doversi rialzare dopo una brutta operazione sbagliata che mi ha quasi mandato all’altro mondo e un pirata della strada che mi ha frantumato un polso. Fisicamente ero da rottamare. Ricordo ancora la sentenza dei medici che mi dissero che di sicuro non sarei più tornata a suonare. Gli ho risposto ridendo come una pazza perché ritenevo davvero impossibile non suonare mai più. Anche mia madre sdrammatizzava, come a dire: ma andatevene a fanculo, certo che tornerà a suonare. La immaginavo come fosse un’afroamericana che agitava le mani con groove e in modo funk dicendo frasi del tipo: “Hey amico, vacci piano. La mia bambina è qui per questo, certo che tornerà a suonare!”. Immaginazione e ironia erano l’unica arma che avevo per strapparmi un sorriso da sola. Tutte situazioni che mi hanno fatto reagire cercando la bellezza dentro di me prima di tutto per evitare di impazzire. Mi sono dovuta ri-educare alla bellezza prima di restituirla in musica secondo onestà. Sembrerà scontato, ma se la bellezza non la senti dentro risulta inutile cercarla fuori. Sono molto fiera di quel lavoro ma nelle interviste rilasciate ai tempi non ho mai raccontato tutto questo. Per pudore, per riservatezza o per semplice voglia di dimenticare. Ne parlo oggi con te per la prima volta. Con tanta serenità. Grazie per avermelo chiesto.

Tornando all’ultimo disco oltre ad essere intuibile un prosieguo, il successivo lo hai già pianificato, o visto quanto è successo con quello che doveva essere il tuo terzo lavoro in italiano, ti affidi più all’intuito/istinto?

Sono a lavoro su Vol.2. Ma con il freno a mano. Lo sento tutto in potenza. Le canzoni mi arrivano nella testa in modo pericoloso perché sento già tutti i suoni e gli arrangiamenti. E per me entrare adesso in fase arrangiamento e pre-produzione significa isolarmi. Allontanandomi da tutto. Sono più di là che di qua quando succede. Dimentico anche di mangiare. Non è ancora il momento di scomparire. Ho una visione dei prossimi mesi che voglio completare. Sul pianeta terra possibilmente.

In merito al tuo ultimo lavoro e in particolare alle tematiche del singolo “Hysterical Ladies”, dove le protagoniste sono le città Parigi e New York vittime di attacchi, pensi che la musica abbia un potere che va oltre alla sua pure importante funzione di testimone di un tempo?

Un domani chi lo ascolterà capirà come mi sono sentita, quando nel 2001 superato lo shock iniziale nel vedere le torri gemelle accartocciarsi, ho realizzato che da quel giorno il mondo, non sarebbe stato più lo stesso. Ma c’è chi lo ascolterà senza badare al testo. E magari quelle orchestrazioni alla Giovanna d’Arco che incontra il rock, serviranno solo a stare bene. La musica una volta che è pubblica appartiene a tutti. E ognuno ci fa quello che vuole. Ci trova il senso che vuole. O magari tutto questo non ha davvero alcun senso. Io stessa forse non ho alcun senso. Spiegare le canzoni è il primo modo per ucciderle.