R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Ca$h Machine è il primo progetto del collettivo Pijamaparty, il quale ha come unica regola proprio quella di non averne. Questo disco infatti non è inquadrabile, ha tantissime influenze diverse che sorprendentemente riescono a stare assieme in maniera molto genuina. Sono quindici tracce nel quale assistiamo ad un fluorescente e ambiguo flusso di coscienza, connotato da una particolare nota bambinesca che rende il tutto più ballabile.

Il primo nome a cui viene naturale associarli è quello del duo africano Die Antwoord ma, in tracce come Pie, è molto più presente una componente suonata che sfocia nel rock senza farsi alcun problema. La voce e le linee vocali invece si rifanno ad un altro genere ben distante dai già citati: il reggae. All’interno dell’album sono inserite anche cinque strumentali dalla durata molto breve (dai venti ai cinquanta secondi, ah, una di queste è la registrazione di un uomo che russa e viene svegliato), di cui non è immediatamente intuibile il senso. Ti lasciano, come in realtà tutto il disco, con in testa una domanda: “Chissà perchè?” eppure non c’è nessuna nota negativa in questo.

Una domanda curiosa di scoprire, di entrare nel mondo degli artisti che lo hanno realizzato e tentare di capire cosa li ha spinti ad allontanarsi così tanto dal mercato musicale odierno. Tutto dura quaranta minuti scarsi e, nonostante non sia il tipo di musica che ascolto tutti i giorni, scorre notevolmente bene. L’unico problema riscontrabile in Ca$h Machine, che poi non è un problema ma ci arriviamo dopo, sono i testi: superficiali, semplici e volgari. Su questo mi sorge un’altra domanda ovvero: “e quindi? in questo disco ricerchi e vuoi sentire delle verità sulla vita?” e ovviamente la risposta a questa seconda questione risulta negativa.

La cosa bella di questo genere musicale, come si può notare anche all’interno dei già citati Die Antwoord, è che non hai nessun vincolo, nemmeno testuale. Ma basta pensare, andando a ritroso nel tempo e cambiando genere, ai Minor Threat che in una delle loro canzoni più note ripetono continuamente: “siamo una piccola minaccia”. Personalmente penso che a volte sia assolutamente giusto e giustificabile una non particolare ricercatezza testuale, soprattutto in un album come quello in analisi. In conclusione posso dire che il primo progetto dei Pijamaparty sia molto riuscito, un’unione di componenti molto differenti che però non risultano un’accozzaglia anzi, risultano molto coese. Inoltre mi hanno informato che anche dal vivo sono convincenti e quindi: prova superata molto bene dal collettivo toscano.