A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Difficile dire cosa si è ascoltato questa sera al Broletto, difficile come raccontare una poesia visiva o come descrivere un sapore. Ma chi scrive si assume l’arduo (impossibile?), compito di provare a veicolare, con le parole, ciò che va dalle orecchie alla mente (e per chi ci crede, al cuore). Non giudicate male questi tre ragazzi londinesi, solo perché non sanno quello che fanno. Idris Rahman al sax, Leon Brichard al basso, Emre Ramazanoglu alla batteria, salgono sul palco e se sanno da dove cominciare, sicuramente non sanno dove finiranno, ma il bello ė che non sanno nemmeno quale strada percorreranno. Forse l’unica cosa che sanno, è quali strumenti ma non è detto nemmeno quello. No, non sanno cosa fanno, ma non lo sanno programmaticamente, non lo vogliono sapere apposta, perché come diceva Pierre Albert Birot, “cercare è vivere, trovare è morire”.

Comincia Idris Rahman con un crescendo di sax (si può dire?), che spazza tutto, certezze comprese, si dovrebbe dire una climax, anche se fa troppo “letteratura”, lo tallona da presso il basso di Leon Brichard senza perderlo di vista, in mezzo l’equilibrata e incalzante batteria di Emre Ramazanoglu a fare da perno. Succede di tutto, sonoricamente parlando: vette e abissi in un manciata di minuti, distorsioni ed incursioni del sax di Idris che squarciano il velo della notte e coccolano il silenzio, va beh, poesia? È proprio poesia, una poesia avvolgente della stessa materia che ha il rumore della vita. Il loro suono non assomiglia a niente, ma porta con sé la potenza e la sapienza di tutto il jazz. Non sanno cosa fanno, ma lo fanno maledettamente bene.

Crediti immagini: Emanuele Meschini (1), Mario Grella (2) e James Cook (3)