R E C E N S I O N E

Articolo di Stefania D’Egidio

Non è un album per vecchi il settimo lavoro dei Rammstein, uscito il 17 maggio per Ume/Spinefarm, a dieci anni di distanza da Liebe ist fur alle da, senza titolo, quasi a voler dire:” trovatelo tu”, la cui copertina  è già una dichiarazione di intenti con un fiammifero che spicca su sfondo bianco, in attesa di essere acceso, nulla di più rappresentativo per una band che ha fatto dei live pirotecnici il suo marchio di fabbrica, pionieri del genere industrial, insieme ai Nine Inch Nails, ma con il grande merito, rispetto ai colleghi statunitensi, di essere arrivati al successo pur utilizzando l’idioma meno musicale d’Europa, il tedesco.

L’album, che inizia con Deutchland, una dichiarazione di amore e odio nei confronti del proprio paese, e Radio, un inno al potere immaginifico della radio, e’ un ottimo mix di heavy metal e techno, con riffettini diabolici di synth, chitarre rocciose e la batteria di Doom Schneider che spacca quasi non ci fosse un domani. Si prosegue con Zeigh Dich, brano dall’intro solenne, con un coro gotico che ricorda i Carmina Burana per pochi secondi, prima di lasciare spazio a un terremoto sonoro di grande impatto: il tutto suona come biasimo feroce verso l’ipocrisia della chiesa che, da un lato condanna e proibisce, dall’altro abusa del suo potere. E se è pur vero che dal punto di vista strumentale questo nuovo lavoro non aggiunge nulla di nuovo alla discografia dei Rammstein, tanto da essere stato duramente criticato dai puristi del genere, dal punto di vista dei testi conferma la grande capacità del gruppo tedesco di cogliere sempre le inquietudini del tempo che viviamo, trastullandosi sempre a metà tra romanticismo e amore per il grottesco.

Till Lindemann come sempre in grande spolvero: dopo la pazza idea di cimentarsi in una breve avventura trap, infatti è tornato a vestire i panni che più gli si addicono, quelli del cantastorie tossico e pungente, capace sempre di lanciare provocazioni letali come mitragliate. Destinato a far discutere il video del singolo Auslander, in cui il gruppo berlinese si vede approdare con il gommone in terra africana per impartire lezioni, non richieste, alla tribù autoctona con il vile fine di portarsene a letto le donne. Da un lato quindi una critica al colonialismo dell’uomo bianco, dall’altro un riferimento esplicito al turismo sessuale praticato dagli europei, e per l’occasione il frontman sfodera una serie di banali approcci multilingua, spaziando dal francese allo spagnolo e all’italiano, forse nel tentativo di ridicolizzare la tecnica del predatore sessuale. E il tema torna in maniera ancora più esplicita in Sex e in Puppe, storia triste di una prostituta come tante nella Berlino a luci rosse.

Dopo le prime tracce adrenaliniche l’album scivola verso brani più melodici, con l’aggiunta di arpeggi, fino alla bellissima ballad Diamant, poco più di due minuti di puro romanticismo  per riprendere poi quota con i sintetizzatori di Doctor Flake Lorenz e le chitarre granitiche della coppia Kruspe e Landers in Weit Weg e Tattoo, la chiusura è affidata ad una linea di basso inquietante di Oliver Riedel che apre il brano più cupo del lavoro, Halloman; il sipario cala sulle note di un coro che sa tanto di psicodramma.

E’ vero, l’album non rappresenta nulla di nuovo nel panorama musicale attuale,  il gruppo ha navigato su acque tranquille, concedendo ai fans quello di cui avevano bisogno dopo una così lunga assenza, ma nel complesso le undici tracce sono una bella scarica elettrica; il tour europeo è appena iniziato, toccherà soprattutto i paesi del nord, ma chissà che alla fine non decidano di fare una puntatina pure da noi…ne vedremo in tal caso delle belle!

Voto: 9/10

Tracklist

01. Deutchsland
02. Radio
03. Zeigh Dich
04. Auslander
05. Sex
06. Puppe
07. Was Ich Liebe
08. Diamant
09. Weit Weg
10. Tattoo
11. Hallomann