I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Per chi non fosse famigliare con loro, il ritorno dei Clever Square apparirà come una delle tante notizie che infarciscono ogni giorno il mercato musicale. Importa fino ad un certo punto, però. La band di Ravenna è ritornata a quattro anni di distanza da Nude Cavalcade, con una formazione totalmente rinnovata ma con la certezza di Giacomo D’Attorre ad occuparsi ancora una volta di voce, chitarra e scrittura dei brani. Un disco, il quinto del loro percorso, il primo per la Bronson Recordings, che simbolicamente non porta titolo, quasi a significare un nuovo inizio, un nuovo punto di partenza per continuare a raccontare le proprie storie. Ne abbiamo parlato al telefono con Giacomo, ad un paio di mesi dall’uscita, per fare il punto della situazione e cercare di capire qualche retroscena in più di questo meraviglioso come back…

Innanzitutto complimenti per il disco, trovo che sia indubbiamente il vostro miglior lavoro! E arriva anche dopo una lunga pausa, oltretutto…

Nel 2015 ci siamo fermati, dopo un percorso che andava avanti da dieci anni abbondanti. Avevamo iniziato in due, poi ci eravamo allargati ma il nucleo centrale è sempre rimasto quello. Negli ultimi anni ci sono stati gli ultimi due dischi realizzati per la Flying Kids (Natural Herbal Pills e Nude Cavalcade NDA) che sono forse quelli più conosciuti tra quelli che abbiamo fatto. Dopodiché ci siamo fermati, perché si era rotto qualcosa, più dal punto di vista umano che musicale. Tre anni dopo abbiamo ripreso, anche se in realtà io sono l’unico rimasto di quella formazione. Ho cambiato un po’ le carte in tavola, ho trovato persone nuove con cui riprendere il discorso e direi che sono molto soddisfatto dal risultato. È sicuramente cambiato tanto, diciamo che l’unico punto in comune è che i pezzi, così come li scrivevo io prima, li scrivo io anche adesso. Penso quindi di essere riuscito a dare nuova vita ad un discorso che si era interrotto e che sarebbe stato un peccato abbandonare del tutto.

Quanto questi due fattori si sono bilanciati e in che modo? Voglio dire, c’è un nuovo gruppo che ha portato tanti elementi inediti però è innegabile che, dall’altra parte, la tua capacità di scrittura sia notevolmente migliorata…

Ti ringrazio ma non la vedo proprio così. Credo che il vero upgrade, il vero miglioramento sensibile sia nell’arrangiamento e nell’atmosfera che c’è nel disco. Ovviamente i pezzi mi piacciono moltissimo però mi fa specie che si noti questa differenza tra quelli vecchi e quelli attuali; è un aspetto che non avevo mai percepito però è sicuramente interessante…

Diciamo che sono pezzi in cui funziona tutto, si sente subito che sono “completi”, non so come dire…

Sì, in questo hai ragione, c’è sicuramente molta meno ingenuità in queste canzoni anche se la spontaneità non si è persa: abbiamo preparato tutto in studio, in modalità live, arrangiamenti compresi. La gestazione del disco poi è stata di suo molto travagliata ma il percorso di scrittura e arrangiamento è stato piuttosto agile…

Travagliato in che senso?

Ci sono stati alcuni problemi di percorso, nel senso che abbiamo cambiato batterista a metà della lavorazione e quindi tante tracce sono state poi rifatte.

Un grosso punto di forza dell’album è la produzione di Marco Giudici degli Any Other, oltre che la presenza di Adele Nigro in Avocado Phishing

Con Marco e Adele sono amico da anni, ci conosciamo da tanto, soprattutto con Adele ed è da tempo che mi sarebbe piaciuto lavorare con loro e soprattutto farmi produrre da Marco. Purtroppo per un po’ i tempi non hanno combaciato: loro hanno cominciato proprio quando noi abbiamo smesso, perché il loro primo disco è uscito proprio nel 2015. Per qualche anno non si è presentata l’occasione ma alla fine, quando ho deciso di registrare un altro disco, Marco è stata la mia prima scelta. È stata un’ottima idea perché ha tirato fuori un colore, un’atmosfera che era esattamente quello che cercavamo, è stata proprio la persona giusta al momento giusto! Da lì ne ho anche approfittato per far cantare una parte ad Adele su Avocado Phishing, che era un’altra cosa che avrei sempre desiderato fare.

Che è un gran bel pezzo, tra l’altro, direi un potenziale singolo…

Sì è vero, anche se poi alla fine ha vinto Cringe perché a mio parere è proprio il brano perfetto per svolgere quel ruolo. Con Avocado invece è stato interessante perché all’inizio era molto diversa, aveva un feeling molto più Punk ma poi continuando a lavorarci sopra, le abbiamo dato un ritmo un po’ particolare, quasi Country. Anche sull’inserto del sax, abbiamo lasciato carta bianca ad Adele, le abbiamo messo a disposizione un minuto in cui sostanzialmente fare quello che voleva e lei ha tirato fuori davvero una figata! Anche le due voci, trovo che funzionino bene, anche se forse è stato il pezzo dove ci ho messo di più a registrare le mie parti…

In To Spoon Feed You invece avete usato un pianoforte come strumento portante. Cosa strana, per una band così chitarristica come la vostra…

Quello è forse il pezzo più vecchio del disco, è in giro addirittura dal 2010. È l’unico brano dell’album a non essere stato suonato in sala prove. Io e Francesco, il chitarrista, lo abbiamo provato una volta in camera, con il piano, quasi per gioco e abbiamo deciso che sarebbe dovuta essere così. Non avevo mai fatto un pezzo col pianoforte ma è venuta fuori talmente bene che non è stata mai più toccata fino a quando non siamo andati in studio a registrare. Il risultato finale mi ha convinto tantissimo, è anche bello che stia lì dov’è, in quell’esatto punto della scaletta, trovo che funzioni perfettamente.

Lo definiresti un disco allegro oppure riflessivo? Ti faccio questa domanda perché secondo me sono un po’ entrambe le cose: è un disco per certi versi aperto, positivo ma poi, se si va più a fondo, si avverte un certo mood malinconico…

Su questo sono assolutamente d’accordo. Direi che è un disco orgoglioso, più che allegro. Questa secondo me è la sua caratteristica più importante. Poi è vero, è un disco malinconico ma proprio perché è riflessivo. È sicuramente più colorato di verde, piuttosto che di altri colori, ha delle tinte malinconiche ma non è certo dimesso, sono canzoni che stanno su a testa alta, se si è capito cosa intendo…

Che mi dici invece dei testi? Ti confesso che non ho avuto ancora il tempo di leggerli ma mi piacerebbe capire, al di là dei temi generali che hai deciso di trattare, che spazio occupano all’interno della tua produzione, se sono una componente essenziale della canzone o se pure sei uno di quelli che valorizza di più la musica…

Per me sono molto importanti. Sono abituato a scrivere di getto, direttamente in inglese, per cui di norma quello che ho buttato giù lo modifico poco. Direi che i testi sono fondamentali: un buon testo rende altrettanto buona una canzone; è vero che una melodia vincente può funzionare anche da sola ma se vogliamo ottenere un piacere a 360 gradi penso che ci debba essere un testo fatto bene. Diciamo che il discorso di trascurare il testo per concentrarsi più sulla musica mi sembra una scemenza, ecco. Inoltre, ti posso dire che qui più che mai ho parlato di me più del solito. Ho scritto cose molto personali, mi sono sbottonato molto, parlando soprattutto dell’ultimo periodo. Per dire, To Spoon Feed You l’ho riscritta per renderla in qualche modo più attuale.
È dunque un disco che parla di me e anche di questa sensazione, che ho descritto ad esempio in Cringe, di rimanere bloccati all’interno di una situazione, di non riuscire a far scattare quella molla che cambi tutto…

Non è una caratteristica di questa ultima generazione, in fondo? Che poi da questa riflessione se ne potrebbe aprire un’altra, sintetizzabile con una domanda: ma la musica, oggi come oggi, è ancora in grado di catalizzare la vita, di mettere in moto un’esperienza? Oppure è soltanto uno dei tanti modi con cui i ragazzi cercano di combattere la noia? Dopotutto sono in molti a sostenere che il Grunge sia stata l’ultima vera rivoluzione del rock… tu che ne pensi?

Indubbiamente l’immobilismo c’è ma allo stesso tempo ci sono alcuni fenomeni che, nel bene o nel male, hanno un fattore identitario. Prendi la Trap: che ci piaccia o no, è un fenomeno forte, ha creato tutta una schiera di proseliti che si vestono in un certo modo, fanno un certo tipo di discorsi, si identificano in un certo tipo di “valori”, chiamiamoli così. A parte questo, l’It Pop, che è l’altro grande fenomeno musicale di oggi, mi sembra più un prodotto di consumo, non ci vedo tutto questo valore identitario: è più un ascoltare i pezzi su Spotify, difficilmente si va oltre quello e poi, anche come fascia di età, mi pare molto più variegata. Senza poi voler fare discorsi da anziano, è vero però che alla fine, l’unica musica che riesce ad avere un valore identitario, a creare un movimento, è la Trap, che a livello musicale è molto più semplice, è un linguaggio che non ci vuole molto a capire, no? Non so, probabilmente sbaglio io però mi pare che dieci anni fa le cose fossero molto diverse: si suonava, si conosceva gente, c’erano tante band, un sacco di giri…

Credo dipenda dai Social Network e da Internet in generale: senza voler demonizzare a tutti i costi, è però oggettivo che oggi sia più facile per molti interagire con i propri coetanei attraverso quei mezzi, standosene comodamente a casa propria. Ho notato anche che negli ultimi anni c’è una proliferazione di artisti solisti, almeno qui in Italia. C’è tanta gente che scrive col computer, che ha lo studio in casa, mi pare che nel complesso le band siano in calo…

Me ne rendo conto anche nelle dinamiche generali: essendo stato fermo quattro anni, quando ho fatto la prima data, due settimane fa, è stato interessante: sali in macchina, carichi la roba, ti trovi con altre persone, ognuna col suo lavoro, ognuna con un sacco di impegni, vai a fare una data per cui di guadagni ce ne sono pochi, però lo fai lo stesso, no? Mi sono detto: “Sono stato fermo quattro anni, sono di quattro anni più grande, ma questo è ancora quello che devo fare, che voglio fare.” Eppure mi rendo conto che è un ragionamento che oggi suona assurdo per la maggior parte delle persone della mia età. Richiede uno sforzo notevole, questa aggregazione da sala prove, oggi, e non lo dico come giudizio, per molti è davvero complicato.

Voi fate un genere che in Italia non è certamente popolare: come vi collocate all’interno di un panorama che, lo abbiamo ricordato anche prima, sta andando decisamente da un’altra parte?

Ci tengo a dire che sì, facciamo qualcosa di datato, ma non credo di stare facendo una cover band. Quello che suoniamo ha un’appetibilità, una sua freschezza, non suona certo stantio. Questo di conseguenza ci colloca a pieno titolo nel panorama Indie Rock italiano, nel senso che facciamo Indie Rock in inglese come i pochi che lo fanno in Italia e che sono tutti nomi più grossi di noi, dai Be Forest a Any Other. Bene o male il calderone è quello lì. Dopodiché è chiaro che i nostri riferimenti poi sono totalmente démodé. Dico “nostri” ma in realtà dovrei dire “miei” perché sono io ad essere cresciuto con quella roba lì. Avevo gli stessi ascolti di Stefano, il ragazzo con cui ho creato i Clever Square e con cui ho suonato assieme fino a quattro anni fa. Adesso porto avanti questa cosa perché è la mia cosa e non potrei farne un’altra, però le persone che suonano con me hanno altri gusti musicali. Poi sai, è tutto più complesso: magari non ti ascolti i Guided By Voices ma ti piacciono i The National e capisci più o meno di essere sulla stessa parabola. Che poi i The National, nel loro ultimo disco, citano pure un pezzo del testo di Echos Myron: “Tower to the skies/An Academy of lies”…

E come la vedi il fatto che oggi Spotify e gli altri servizi di streaming siano diventati un modo obbligato per ascoltare la musica?

Uso io stesso Spotify e non posso certo dire che non sia utile. Ha questo aspetto potentissimo per cui la tua roba, potenzialmente, può arrivare davvero ovunque. Poi certo, se dobbiamo parlare di soldi, allora non serve proprio a nulla, per lo meno ai gruppi che fanno i nostri numeri. Poi comunque sai, abbiamo sempre buttato fuori i nostri dischi in free download, quindi figurati che cosa ci può interessare! Direi che ho un buon rapporto con questi servizi anche se sono uno che i dischi li ha sempre comprati e li compra tuttora, uno che ripeterà sempre che mettere su un disco sia tutta un’altra cosa! Detto questo, è evidente che sia una grande comodità…

Da ultimo, visto che hai accennato al vostro ritorno sui palchi, mi piacerebbe capire come vi muoverete in futuro in questo senso e, soprattutto, se ci sarà modo di vedervi anche dalle parti di Milano…

Spero proprio di sì! In questo momento abbiamo solo una data fissata, il 26 giugno al Botanique di Bologna. Stiamo però vagliando tutta una serie di ipotesi e penso proprio che da Milano riusciremo a passare…