I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Non è una reunion ma siamo felici lo stesso: Mauro Ermanno Giovanardi e Cesare Malfatti, ovvero due terzi dei La Crus, tornano insieme per riproporre Mentre le ombre si allungano, lo spettacolo teatrale che, mescolando canzoni, poesie e immagini, ha rappresentato la declinazione più interessante e, da un certo punto di vista, maggiormente funzionale al modo in cui il gruppo milanese ha sempre amato presentarsi.
Si partirà con tre serate al Teatro dell’Elfo (la prima, il 2 luglio, è già sold out, si replica il 3 e il 4), luogo a cui loro sono da sempre molto legati e non solo per il fatto che compare in uno dei loro brani più belli, “Inventario”. A pochi giorni dalla partenza del tour, abbiamo chiamato al telefono Cesare Malfatti, per farci raccontare il motivo che li ha spinti a tornare in scena con questo lavoro e per cercare di capire un po’ di più che cosa dovremo aspettarci, visto che non tutti, vent’anni fa, hanno avuto modo di esserci. Tra una cosa e l’altra, non abbiamo resistito alla tentazione di domandare se, prima o poi, i La Crus decideranno di tornare in pianta stabile, colmando un vuoto che col passare del tempo si fa sempre più grande…

Partiamo dall’inizio: avete deciso di rimettere in scena “Mentre le ombre si allungano”, a vent’anni dalla sua uscita originale. Da dove è nata l’idea? È anche interessante che abbiate subito chiarito come questa non sia in realtà una vera reunion…
Il pretesto è stato un festival ad Ancona di cui Gio è il direttore artistico. Abbiamo pensato di riportare uno spettacolo che è sempre stato la punta di originalità dei La Crus. È tutto improntato su due giradischi: su uno ci sono le basi delle canzoni, sull’altro ci sono gli archi, che io mando a tempo con la base contenuta nel primo. C’è una chitarra, una voce e i video di Francesco Frongia, nostro amico da tanti anni, regista teatrale che lavora principalmente al Teatro dell’Elfo. Con quel pretesto lì, abbiamo pensato che limitarne il ritorno a solo una data sarebbe stato un peccato. Abbiamo quindi aggiunto queste tre serate all’Elfo, il 2, il 3 e il 4 luglio, che fungeranno da presentazione, dopodiché lo porteremo in giro per tutto l’autunno, fino a dicembre. Come dicevi tu prima, si tratta del ritorno, a vent’anni di distanza, di uno spettacolo molto originale, non si tratta di un come back dei La Crus con del nuovo materiale, c’è solo questo e basta.

Avete fatto la scelta di esserci solo voi due sul palco, non avete neppure coinvolto Alessandro Cremonesi. Dipende dal fatto che non c’era nemmeno nella versione originale?
Alessandro non ha mai suonato con noi dal vivo. Ha sempre fatto parte dei La Crus, ne è anzi il seme principale, perché il gruppo di fatto è nato da lui. Ha fatto i primi provini agli inizi degli anni ’90 con Gio, dopodiché loro due sono venuti da me, che all’epoca avevo appena iniziato a lavorare al Jungle Sound. In un primo momento sono entrato nella band come fonico, solo successivamente ne ho fatto parte a tempo pieno. Alessandro invece aveva già un lavoro fisso per cui ha preferito limitarsi alla fase compositiva, soprattutto ai testi e alle primissime idee di diverse canzoni. Non è però mai salito sul palco assieme a noi…

Si in effetti è vero, avrei dovuto ricordarmelo…
Abbiamo iniziato in quattro, senza il bassista, Gio che cantava, io che suonavo la chitarra e ogni tanto il campionatore. Poi avevamo un trombettista, che era Paolo Milanesi, e un batterista. Eravamo strani, senza bassista ma poi è entrato Luca Saporiti, che adesso suona nei Marlene, e siamo diventati un gruppo di cinque musicisti. Da quel momento siamo andati avanti sempre così, poi, quando ce n’era la possibilità, abbiamo avuto un quartetto d’archi o addirittura un’orchestra più grossa, come nel nostro concerto d’addio agli Arcimboldi…

Quindi neanche Paolo Milanesi è stato coinvolto…
No. Lo spettacolo in origine è partito così come lo stiamo facendo adesso, in due sul palco con i video. Poi si è evoluto un poco e sono entrati sia Paolo che Ferdinando Bruni, uno degli attori più importanti del Teatro dell’Elfo. A questo giro abbiamo però voluto ritornare molto scarni, solo noi due, perché ci piaceva far vedere com’era all’inizio.

Immagino che abbiate già iniziato a provare: mi piacerebbe capire quali sono i tuoi feedback al momento…
Sabato e domenica andremo all’Elfo a fare le prove ma ne abbiamo già fatte diverse, in casa e in una sala prove. Devo dire che a me personalmente ha fatto piacere: intanto non mi ricordavo neanche bene le basi che c’erano sui vinili, che sono abbastanza diverse rispetto a quelle del disco. Sono rifatte con altri suoni, sono più elettroniche e le abbiamo costruite in modo tale da permettermi di mandare a tempo gli archi, visto che ci sono dei giri in più e qualche elemento diverso per facilitarmi nella sincronizzazione. Queste sonorità non me le ricordavo bene e mi ha fatto piacere risentirle, è come se fossero invecchiate bene, non mi hanno dato l’idea di essere state fatte vent’anni fa. Inoltre abbiamo fatto delle modifiche: abbiamo cambiato un pezzo di “Nera signora”, abbiamo tolto “Dov’è finito Dio” e qualche poesia tra un pezzo e l’altro è diversa. Sono dei cambiamenti dettati dal fatto di volerlo attualizzare, visto che comunque sono passati un po’ di anni…

È tra l’altro un connubio molto particolare, quello tra canzone e teatro. A parte l’esempio storico di Gaber, non c’è molto, a livello contemporaneo: ricordo giusto “Le città viste dall’alto” dei Perturbazione e questa cosa molto sperimentale che Paolo Benvegnù ha portato in giro un paio d’anni fa. Tra l’altro voi avete sempre avuto un grosso interesse per questo mezzo espressivo, no?
In un certo senso è sempre stata la nostra dimensione più giusta, da rock band non troppo rock, con molti brani lenti, intimisti, per cui l’attenzione e la concentrazione che si creano a teatro sono sempre state la cornice più giusta per noi. In questo caso specifico poi c’è molta recitazione, ci sono le poesie e, soprattutto vent’anni fa, portare la musica a teatro coi musicisti sul palco era una cosa abbastanza particolare. E poi non dimentichiamo i video, che sono molto importanti, sono una parte grossa dell’insieme. L’originalità stava anche nella presenza dei vinili, per cui era come portare a teatro quella cosa che stava cominciando a succedere in quegli anni lì, il dj col video dietro, anche se poi nel nostro caso si creava la base musicale per una forma cantautorale. Sono tutta una serie di elementi di cui andiamo molto orgogliosi e ci piaceva l’idea di riproporli…

Una curiosità, tra parentesi: a marzo sono stato a vedere lo spettacolo sulla “Terra desolata” di Eliot che Annig Raimondi porta in giro da diverso tempo ma a cui non avevo ancora avuto modo di assistere. Mi ha stupito molto sentire, tra i vari brani scelti per la colonna sonora, la vostra “Dov’è finito Dio”…
Davvero? Non lo sapevo!

Senti, lo so che è antipatico chiederlo ma credo che sia oggettivo che i La Crus siano stati una band importante e che ci sia ancora bisogno di loro. Siete tornati insieme alcune volte in passato anche se non c’è mai stato niente di duraturo. Anche adesso siete stati molto chiari in proposito ma la speranza rimane sempre… Non saprei cosa dirti, sinceramente. Quello che so è che ci sono ancora delle idee diverse su come portare avanti la nostra musica. Forse questo giro di concerti potrebbe anche farci riavvicinare e portarci a fare qualche cosa di nuovo ma al momento è impossibile dirlo. Ci siamo visti solo per provare e sì, l’argomento è venuto fuori, così come è venuto fuori anche in passato. Bisogna dire che io sono più propositivo mentre invece Gio è più restio: il nostro rapporto è stato bello ma anche parecchio complicato. Siamo partiti con grande entusiasmo ma già dopo il terzo e il quarto disco abbiamo iniziato a vivere la musica in maniera diversa, ad avere gusti differenti, bisognava sempre cercare il compromesso su che cosa fare, su come arrangiare un pezzo, su quale pezzo fare… fino alla decisione di non continuare più. C’è quindi un passato complicato che ha un peso molto grosso, che non si può ignorare. Allo stesso tempo, non si sa mai: io sono sempre aperto ad ogni soluzione. Sai, nella mia vita sono sempre stato disponibile a fare cose diverse, da quando sono finiti i La Crus ho fatto quattro dischi di generi diversi, oltre a parecchie altre cose. Gio invece è un po’ più alla ricerca della cosa giusta al momento giusto, più lento ma meno istintivo. Ci mette più anni a fare una cosa ma poi, quando esce, è mediamente più grossa di quelle che faccio io, quindi anche qui, sono modi diversi di vedere la musica e la carriera. Io dal mio punto di vista ce la metterò comunque tutta, per far succedere qualcosa!

Ieri sera ti ho intravisto al Castello Sforzesco, per Massimo Volume e Giardini di Mirò. La tentazione di definirla una serata per nostalgici è forte, soprattutto se pensiamo che, indipendentemente da qualunque giudizio di valore, la musica italiana oggi sta andando proprio da tutt’altra parte. Eppure, allo stesso modo, se si guarda per esempio al valore degli ultimi dischi di entrambe le band, non si può negare che certe sonorità siano ancora attuali e riescano a parlare perfettamente alla nostra epoca odierna. Tu che ne pensi? È stata solo una stagione irripetibile oppure possiamo arrischiarci a guardare le cose in modo più spassionato, attuale, in modo da staccarci da una mera visione passatista?
Il concerto di ieri mi è piaciuto molto anche se ti devo dire che i loro ultimi dischi non ho avuto modo di ascoltarli ancora, me ne hanno comunque parlato benissimo. Coi Massimo Volume siamo coetanei, in un certo senso, perché siamo usciti entrambi nel 1995 con la WEA e abbiamo fatto tutto il primo giro di concerti insieme. I Giardini di Mirò invece sono venuti dopo ma non di molto. Era un periodo in cui si faceva un certo genere di cose perché si veniva da un percorso diverso da un punto di vista musicale. Adesso succede un’altra cosa ma è anche giusto che sia così, cerco sempre di non vedere la questione con malinconia. Sta poi a noi continuare a fare questo mestiere, oggi effettivamente con molta difficoltà, con la complicazione aggiunta che ormai abbiamo cinquant’anni. Credo che sia tutto molto naturale, non certo da legare a dei generi specifici. Semmai, c’entra il periodo storico: le cose succedono perché prima ne sono successe altre, se adesso va un certo genere musicale, è proprio perché noi anni fa abbiamo fatto altre cose. Un altro aspetto naturale, secondo me, è che chi inizia bene, in maniera spontanea ed entusiasta, poi magari è difficile che riesca a tenere sempre lo stesso livello di ispirazione…

Sono d’accordo. Il contesto specifico conta ma credo che la bellezza, quando c’è, trascenda totalmente l’epoca a cui appartiene…
L’unica cosa che si può dire è che negli anni ’90 eravamo mediamente più impegnati, adesso c’è un po’ più di leggerezza, lo avverto soprattutto sui nuovi gruppi…

È un momento storico, appunto, credo dipenda molto dalle giovani generazioni. È un processo iniziato dalla caduta del muro e la fine delle ideologie, forse ora siamo semplicemente arrivati all’apice Ecco, speriamo davvero che le cose migliorino, in futuro!

Da ultimo, mi piacerebbe chiederti qualcosa sui tuoi progetti futuri perché, come solista, davvero non ti sei fermato un momento, negli ultimi anni…
Il mio ultimo disco, “La storia è adesso” è uscito a novembre scorso ed ho già fatto un bel po’ di concerti. Al momento ho già la testa su qualcosa di nuovo ma non ho ancora ben deciso che cosa fare e come. Di materiale musicale ne ho parecchio ma devo ancora capire come legarlo insieme e soprattutto a quale tipo di storia, perché ultimamente quello che mi piace fare è registrare dei dischi che siano più concettuali, legati da un argomento specifico. Dall’altra parte, ho appena finito di fare il nuovo disco dei The Dining Rooms assieme a Stefano (Ghittoni, che assieme a Malfatti porta avanti questo progetto dal 1997 NDA), che dovrebbe uscire a novembre. È un disco molto bello, secondo me importante, molto lungo, con molti pezzi, la versione in vinile sarà doppia. In autunno, come ti ho detto, gireremo con “Mentre le ombre si allungano” e poi vedremo!