L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

Cosa non si fa per amore della musica… ad esempio mollare gli scatoloni nel bel mezzo di un trasloco per correre a Legnano, dove il 7 luglio si chiude la ventesima edizione del Rugby Sound Festival, con una serata irripetibile. Quella che era iniziata nel ’99 come una festa tra amici, si è trasformata in una creatura meravigliosa capace di portare sul palco, prima di Parabiago e poi di Legnano, artisti di calibro internazionale, come gli Skunk Anansie: loro ne festeggiano venticinque di anni, passati a calpestare i palcoscenici di tutto il mondo, mantenendo intatto l’entusiasmo e la grinta degli esordi.

La giornata è sorprendentemente fresca, l’afa dei giorni precedenti è stata spazzata via da un venticello piacevole e la coda all’ingresso, seppur molto lunga, non pesa più di tanto, la location è incantevole, quella del Castello, per anni ci sono passata davanti per ragioni di lavoro senza mai soffermarmi ad ammirarne la bellezza, ci volevano Skin e soci per aprirmi gli occhi.

In apertura un gruppo a me sconosciuto, gli Allusinlove, quattro ragazzi inglesi scatenati, precedentemente noti come Allusondrugs, che, freschi di pubblicazione del loro primo vero album, It’s ok to Talk, uscito lo scorso 7 giugno,  propongono un rock’n’roll adrenalinico in cui nessuno si risparmia, tra riff di chitarra e acuti all’ultima goccia di sangue; sicuramente all’altezza delle aspettative, come dimostrato dalla calorosa accoglienza del pubblico.

Allusinlove

I canonici venti minuti di attesa per il cambio di strumenti ed ecco che l’intro di Charlie Big Potato squarcia il cielo sopra Legnano: le luci si accendono, la band fa il suo ingresso sul palco, con Skin avvolta da una lunga felpa nera, gli obbiettivi sono tutti su di lei, è inevitabile, sia per il carisma dimostrato negli anni, che per la sua simpatia, e quando finalmente si scopre il volto, partono gli scatti delle macchine fotografiche come scariche di mitragliatrici. Un look in stile templare 2.0 e di battaglie ne ha combattute e vinte tante, in primis quella contro il tempo, ad agosto saranno cinquantadue candeline per lei, pur dimostrandone almeno trenta in meno, tanta è l’energia che sprigiona dal suo corpo, poi, anche se non meno importanti, quelle per i diritti delle minoranze, sempre in prima fila quando deve schierarsi dalla parte dei più deboli.

Anche stavolta non le manda a dire, perché tra un salto e un ruggito dei suoi, non tralascia di commentare la situazione che sta vivendo il nostro paese tra xeno ed omofobia, ricordando al pubblico che, in fondo, anche lei, seppur ricca e famosa, è immigrata e omosessuale, e che non bisogna mai perdere la propria umanità; scrosciano gli applausi, forse c’è ancora un barlume di speranza per l’Italia…

Lo show è di quelli che lasciano il segno, la scaletta ripercorre un po’ quelli che sono stati gli ultimi venticinque anni di carriera della band britannica, proprio come nella raccolta uscita qualche mese fa, alternando pezzi dark e scatenati, da Ugly Boy , I Believed in You, Little Baby Swastikkka, a ballate dolcissime, come Hedonism, You’ll Follow me Down, Secretly; c’è spazio anche per il nuovo singolo, pubblicato qualche giorno fa, What You Do For Love. Ci sono quindi entrambe le facce degli Skunk Anansie al Rugby Sound Festival, quella dell’impegno politico sociale e quella dell’amore, il tutto ben amalgamato come solo un gruppo stracollaudato sa fare e, per l’occasione, c’è anche una new entry nella formazione, una tastierista/corista dai capelli rosa che fa da spalla a Skin nei balli più scatenati e quando c’è da urlare a squarciagola.

Giorni fa Skin in un’intervista aveva dichiarato che il gruppo ad un certo punto della carriera si era allontanato per la perdita dell’originaria alchimia, beh, a giudicare da quello che ho visto sul palco, non solo l’alchimia è tornata, ma si è addirittura rinvigorita: si trovano alla perfezione i quattro amici di Londra, la voce unica di Deborah, Cass Lewis con il suo basso corposo dalle immancabili corde rosse, Mark Richardson che batte la gran cassa come fosse l’ultimo giorno sulla terra e Ace che delizia i timpani con i suoi riff e i suoi leggendari assoli.

Ace
Cass Lewis
Mark Richardson

Una serata da incorniciare per me, sia come fan di vecchia data (ho iniziato ad ascoltarli nel lontano 1994 e non mi sono ancora stancata), che come fotografa; una serata talmente bella che  poteva concludersi solo con una canzone capolavoro come Bella Ciao, nella versione rivisitata da Skin insieme ai Marlene Kuntz, un messaggio di speranza e nello stesso tempo un monito a non abbassare mai la guardia contro odio e nazionalismi, da brividi sentire il coro che si alza dal piazzale del Castello con Skin che si sofferma dietro le quinte a dirigere il pubblico.

Setlist:

  1. Charlie Big Potato
  2. Because of You
  3. All in the Name of Pity
  4. I Can Dream
  5. You’ll Follow Me Down
  6. My Ugly Boy
  7. Twisted (Everyday Hurts)
  8. Weak
  9. Cheap Honesty
  10. Love Someone Else
  11. I Believed in You
  12. God Loves Only You
  13. Hedonism (Just Because You Feel Good)
  14. This Means War
  15. Intellectualise My Blackness
  16. Yes It’s Fucking Political
  17. The Skank Heads
  18. Tear the Place Up
  19. Encore:
  20. What You Do for Love
  21. Secretly
  22. Little Baby Swastikkka
  23. Song played from tape Marlene Kuntz + Skin “Bella Ciao”