I N T E R V I S T A


Articolo curato da James CookLuci

Avevamo già avuto modo di recensire Le metamorfosi, il nuovo album di Andrea Arnoldi e del gruppo affiatato di musicisti che lo accompagna, il peso del corpo, prodotto da Andrea Facheris presso lo studio Loft-1
Con altrettanto piacere ora vi presentiamo in anteprima il video del singolo che dà il titolo al disco.

Abbiamo approfittato dell’occasione per rivolgere alcune domande al cantautore bergamasco, cominciando proprio dal nuovo clip.

Vuoi raccontarci come è nato il progetto di questo video?
Quando venne pubblicato ‘le metamorfosi’, il singolo del nuovo omonimo album, ottenne subito molti apprezzamenti. La canzone piacque ma spesso venne incompresa o travisata. Qualcuno scrisse recensioni mettendo in gioco tematiche come ‘il ritorno alla natura’ e ‘l’attenzione verso l’ambiente’. Temi attualissimi e fondamentali al giorno d’oggi, peccato che con la canzone non c’entrino assolutamente nulla. ‘Le metamorfosi’ è forse il testo più difficile e interpretabile che abbia mai scritto. Mi uscì di getto, dopo aver voltato l’ultima pagina di un romanzo potentissimo che mi colpì in pieno l’anima e mi lasciò sgomento e senza fiato per giorni. Il romanzo era ‘La vegetariana‘ di Han Kang, pubblicato qualche anno fa da Adelphi. Il video è un tentativo di ristabilire un ordine e un’interpretazione più o meno condivisibile da chiunque lo guardi – quantomeno di spostare le tematiche verso un piano di realtà più vicino al significato profondo della canzone. ‘Le metamorfosi’ indaga in modo simbolico ed ermetico il rapporto tra uomo e donna in varie accezioni sociali e familiari. La chiave per decifrarlo e comprenderlo è il libro di Han Kang. Il video è un tentativo di avvicinamento a quel romanzo e al rapporto fragile e misterioso tra uomo e donna. Nel video, e nella canzone, ho cercato di far (r)esistere la figura femminile come controcanto di quella maschile – una protagonista che entra in scena solo quando l’uomo si mette in un angolo e la guarda recitare. Ogni uomo ha bisogno di una luce che lo abbagli per comprendere e svelare il mistero dell’ombra che lo attira.

In che senso presenti ‘le metamorfosi’ come un ‘cortometraggio di found footage, illustrazione e animazione’?
L’ideazione e sceneggiatura di questo video ha richiesto mesi di lavoro, tra ricerca delle immagini, editing e montaggio. Per trovare esattamente le immagini che dessero un’idea di quello che avevo in testa senza voler girare nulla dal vivo e per scegliere quei precisi frames, ho guardato centinaia di found footage risalenti agli anni cinquanta e sessanta (ce ne sono alcuni ancora più vecchi, uno addirittura degli anni venti). Avevo accumulato tra le otto e le nove ore di filmati – se si pensa che la media è quella di cinque minuti l’uno, non sembrano più così poche! Alla fine ne ho selezionati una dozzina, quelli che ho editato e montato per realizzare il video. Ho scelto quelli che più si avvicinavano all’idea di uomo e donna all’interno dei ruoli e della famiglia, e al concetto di metamorfosi dell’essere umano all’interno della società in cui vive – a causa del lavoro, per esempio, o della paura che ci viene instillata ogni giorno per le malattie, l’inquinamento ambientale e la guerra atomica. Oltre a questi filmati, nel video ci sono degli inserti grafici meravigliosi, realizzati appositamente da Jacopo Aiello, uno degli illustratori che ha partecipato al progetto delle undici copertine con cui è stato pubblicato l’album. Inoltre ci sono tutta una serie di animazioni che compongono la struttura grafica e visiva del video, che sono state disegnate da Chiara Abastanotti e animate da me con il supporto di Ramona Mismetti. Perciò è un vero e proprio cortometraggio che unisce found footage, animazione e illustrazione.

Tornando al disco in generale, musicalmente abbiamo notato accanto alla tua tradizionale indole sperimentale e jazz una maggiore presenza di chitarre. Sembra comparire una nuova attitudine sia pop sia rock…
Sì, ‘le metamorfosi’ è un disco arrabbiato, molto più ‘grunge’ dei precedenti. In alcune canzoni le chitarre elettriche e i feedback degli amplificatori si fanno sentire. Abbiamo intrapreso questa nuova strada e cambiato pelle, ci siamo svestiti e il cantautorato dolce e sognante è stato un po’ accantonato. Non so dove ci porterà questa nuova sperimentazione, per ora sta trasformando i nostri concerti in qualcosa di potente che colpisce ed emoziona il pubblico – e soprattutto, ora sul palco ci divertiamo 🙂

Ci ha colpito in particolar modo la ricchezza di orchestrazione dei singoli brani, hai già trovato un equilibrio per riuscire a riprodurla anche dal vivo o darai preferenza ad esibizioni in chiave acustica?
Stiamo cercando di fare meno concerti acustici e puntare su poche date ma con una formazione insolita e numerosa. Alla presentazione ufficiale sul palco eravamo in diciotto. Non credo succederà ancora, quantomeno non nell’immediato. Però ecco, ora cerchiamo di salire sul palco minimo in sei, a volte anche in una decina, quando suoniamo a un festival o in un locale grande e molto frequentato.

Sappiamo che sei sempre stato affascinato dagli insegnamenti dei principali maestri dello zen cinese. In che modo hanno influenzato la creazione di questo album?
Oltre al ritornello del singolo, lo zen cinese non ha influenzato molto la stesura di questo disco. L’universo del folclore giapponese invece sì, ne sono dimostrazione ‘kitsunetsuki’ e ‘tentativi di avvicinamento’. ‘kitsunetsuki’ è incentrata sulla figura della kitsune, uno spirito volpe che assume molte forme e vari compiti, non sempre benevoli, all’interno della tradizione giapponese. A volte visita gli uomini nel cuore della notte, giace con loro e all’alba fugge, portandoli alla follia e spingendoli ad abbandonare la propria famiglia per una vita errante nella speranza di rincontrarla. Gli uomini che vengono posseduti dalla volpe (kitsune-tsuki, in giapponese) acquistano la capacità di comprendere e parlare altre lingue, di fare sogni vividi e di poterli cambiare secondo la loro volontà; possono intuire la voce degli animali ed evitare di mangiare e dormire per giorni. Incontrare una kitsune è una lancia di Achille: da un lato guarisce dall’altro ferisce.
Anche in ‘tentativi di avvicinamento’ appare una volpe e, malgrado il titolo sia preso in prestito da un meraviglioso libro di racconti tedesco, nella canzone ci sono altri elementi del campo semantico orientale e giapponese – l’arte dell’origami, i gesti del piegare e abbracciare, che richiamano gli hachimaki. La canzone è costruita geograficamente come una mappa e le quattro strofe sono state scritte pensando alle stampe giapponesi e agli insegnamenti del buddhismo zen.

Nell’ascolto emergono tonalità di voce diverse rispetto al passato.  Cosa ti ha portato ad un uso molto più espressivo, quasi teatrale, della stessa?
Ho cercato di dare espressività alle parole, di farle vivere con la voce. Ci è voluto molto tempo, non ero mai stato abituato. Prima di questo disco ero convinto che le parole rimanessero comunque in piedi da sole, che bastasse metterle vicine in modo musicale e significativo per trasmettere un’emozione. Poi ho scoperto che la mia voce può affiancare le parole e renderle gigantesche o minuscole, dare loro forza o lasciarle cadere a terra. Lo sapevo già, ovviamente; sono cose che si scoprono anche solo ascoltando musicisti come i Beach Boys o i Beatles – scrivo giusto i primi due che mi vengono in mente. Ma non avevo mai provato a sperimentarlo con la mia, di voce, e soprattutto con le mie canzoni. Ho tentato, mi sono emozionato e alla fine abbiamo tenuto quelle takes e cancellato le prime stesure. Conta che con i musicisti, prima di entrare in studio a incidere le voci, avevo sempre provato con la mia solita struttura vocale, monocorde e impostata. Quando hanno ascoltato il primo mastering mi guardavano esterrefatti.

Si sente, evidente, anche un lavoro di semplificazione dei testi, pur rimanendo sempre raffinati, colti e allo stesso tempo poetici. E’ stato difficile rinunciare alle citazioni e agli omaggi letterari ai quali ci avevi abituato fin dagli inizi?
Sì, ti devo dire la verità, è stato davvero difficile. Scrivere per citazioni è più semplice e rendere omaggio agli autori che ami ancor di più. Li ami quindi li conosci, scrivere una canzone che racconti di loro o che si ispiri al loro stile compositivo è veloce e gratificante. Ma non era la direzione che volevo dare a questo nuovo album. Non ci sarebbe stata ricerca così, sarebbe stato l’ennesimo disco de il peso del corpo che cita Chlebnikov, Cvetaeva, Celan e Pavese – tutta gente molto allegra, tra l’altro. Ho cercato di ridurre all’osso, di avvicinarmi all’essenziale delle cose e delle situazioni. Ogni volta che mi accorgevo di scrivere una citazione o un verso che richiamava questo o quell’autore, voltavo il foglio e ricominciavo dall’inizio. Per esempio c’era una canzone, che alla fine è stata scartata e che abbiamo inserito come bonus track su bandcamp, il cui titolo è ‘verrà la morte e avrà i tuoi occhi’. Ecco, ho detto tutto.

‘Costruisci un guscio senza porte né pareti puoi lanciar lo sguardo oltre tutto quel che vedi e fuori ci sei tu’ così affermi nella canzone che conclude il disco. Parole che rivelano una chiara presa di consapevolezza del proprio valore, ma fino a che punto si può conciliare con un atteggiamento di apertura verso gli altri?
L’album originariamente portava il nome ‘la costruzione di un guscio’, che è poi diventato il titolo della canzone che stai citando tu. Decisi di scartare quel titolo proprio perché dava un senso di chiusura verso il mondo – gravitava nello stesso campo semantico della conchiglia, dell’uovo e della chiocciola. Questo è un disco che racconta prima di tutto un’apertura – la trasformazione di un essere umano che al principio grida ‘sono solamente un uomo’ e nell’ultima canzone rompe finalmente il guscio, scivola fuori, dalla pelle dentro l’universo. Tutto l’album è costellato di simboli come il guscio, la conchiglia, l’abbraccio; in contrapposizione a figure retoriche che scuotono dall’esterno e spingono alla metamorfosi – l’albero, la foglia, la volpe e infine l’universo tutto. Inoltre, quell’ultima canzone è stata scritta per Lorenzo, mio figlio, che a quindici anni affronta l’età in cui ogni apertura verso l’altro e ogni metamorfosi è possibile – terribile  e meravigliosa.