L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Silvia Violante Rouge

Quello di Milano era il secondo concerto del tour dopo la partenza nella loro Livorno, escludendo l’apertura per Gazzelle a Firenze del mese scorso. L’attesa era tanta, soprattutto per capire come i brani di Tutti amiamo senza fine si sarebbero incastrati nel vecchio repertorio. La “svolta Pop” (che poi non è proprio una svolta ma concedeteci etichette rapide) aveva forse un po’ deluso i fan della prima ora ma in verità, a guardarla in maniera complessiva, non era stata poi così traumatica: i Siberia hanno sempre avuto la melodia nel loro dna, hanno sempre amato scrivere canzoni ammiccanti, per cui un inno come “Nuovo Pop italiano” non deve per forza essere letto in maniera polemica o satirica. Detto questo, quando arrivo sul posto c’è una certa fila per entrare e ora dell’inizio del concerto l’Ohibò risulterà pieno zeppo. Splendida notizia, visto che stiamo parlando di un’affluenza doppia rispetto all’ultima volta che hanno suonato qui due anni fa, per promuovere “Si vuole scappare”. Segno di un gruppo in ascesa, che ci auguriamo conquisti platee sempre più vaste.

Si inizia poco dopo le 22.30 ed è “Ian Curtis”, più o meno prevedibilmente, a dare il via alle danze. La prima impressione a livello di suoni è che il tutto sia un po’ troppo ovattato, con la batteria sganciata dal resto e il basso eccessivamente in primo piano. In più, i quattro appaiono contratti, come se temessero la pressione, tutti fattori che contribuiscono ad una partenza del concerto in sordina. Già con la successiva “La canzone dell’estate” le cose migliorano, i volumi si sistemano e la band sembra nel complesso prendere maggiore confidenza. Con “Piangere”, per chi scrive una delle migliori del nuovo disco, siamo ormai decollati: il gruppo fila via bene e anche la voce di Eugenio è ben amalgamata con il resto.
Dal vivo, dopotutto, se la sono sempre cavata benissimo: Matteo D’Angelo macina riff con la sua chitarra e i suoi fraseggi ritmici sono fondamentali per dare ai pezzi quel colore oscuro che li contraddistingue. Il basso di Cristiano Sbolci Tortoli, ora ad un volume giusto, risulta preciso e si incastra alla perfezione all’interno delle linee melodiche. Stessa cosa per la batteria di Luca Pascual Mele, questa sera decisamente scatenato, coi vari brani che vengono suonati ben più veloci rispetto agli originali. Eugenio Sournia canta sempre benissimo, dimostrando che oltre al timbro possiede una tenuta vocale più che eccellente e col passare della serata sembra divertirsi sempre di più.


Sostanzialmente non manca nulla anche se, come già osservato lo scorso tour e come già discusso durante l’ultima intervista che mi hanno rilasciato, la mancanza di un elemento in più sul palco si sente: Eugenio suona spesso la chitarra e questo serve a dare spessore ai pezzi; servirebbe tuttavia una tastiera sempre presente perché impiegarla in base come fanno da sempre (tranne quando Eugenio suona il piano elettrico in un paio di ballate o durante “Tutti amiamo senza fine”, con Matteo e Cristiano impegnati dietro al Synth) fa perdere un po’ in dinamicità. Il loro suono è infatti un po’ troppo stratificato per essere riprodotto solo da quattro persone e, nonostante il tiro e la potenza non siano mai mancate, qua e là rimanevano dei vuoti che andavano a discapito della potenza sprigionata.
Sono comunque dettagli perché la prova complessiva è stata assolutamente maiuscola. Il timore che i nuovi brani rallentassero un po’ l’impatto generale è stato poi del tutto fugato: le varie “Mademoiselle”, “My Love” (preceduta da un’intro parlata con un dialogo del film “Drive”), “Mon Amour” sono state suonate dando maggior risalto alle chitarre, col risultato che la differenza di intenzione rispetto ai brani vecchi si è avvertita poco o nulla. Stessa cosa per quegli episodi più rilassati e morbidi, come “Sciogliti”, “Carnevale” e “Peccato”, dove la presenza delle chitarre acustiche non ha comunque provocato un calo di tensione.


Di vecchio non c’è moltissimo, vista la scelta più che condivisibile di suonare il nuovo disco per intero ma non per questo si rinuncia a quei brani che in un modo o nell’altro hanno fatto la storia dei Siberia: “Mare” è l’unico estratto dall’esordio In un sogno è la mia patria ed è come sempre epica e magnifica, impreziosita anche dall’energico singalong del pubblico (chi avesse ipotizzato un concerto presenziato solo da coloro che li hanno scoperti adesso, avrà dovuto ricredersi); poi c’è la mazzata New Wave di “Strangers in The Field of Love”, il romanticismo di “Ginevra” e “Ritornerà l’estate”, gli splendidi inni “Cuore di rovo” e “Nuovo Pop italiano”, i cui ritornelli vengono giustamente urlati a squarciagola.
Si finisce, forse un po’ in sordina, forse in tono minore, con “Non riesco a respirare”, il singolo più radiofonico della band, quel col maggiore appeal commerciale. Non la conclusione che avremmo voluto (è un pezzo che sarebbe andato meglio a metà scaletta, per quanto mi riguarda) ma senza dubbio la più logica e la più coerente rispetto al cammino che i quattro stanno portando avanti.
Gran bel concerto, una gran bella riconferma per i Siberia. Oltretutto siamo solo alla seconda data: è uno show che col prosieguo del tour non potrà che migliorare.