A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Che bel secolo per le rivoluzioni è stato il XIX! Intendo riferirmi alle rivoluzioni artistiche, naturalmente, perché per le altre vale il motto hegeliano per cui “tutto ciò che è reale è razionale” e morta lì come si usa dire, senza dare troppi giudizi. La rivoluzione della luce di cui parla il titolo della bella mostra sul Divisionismo al Castello di Novara, fino al 5 aprile prossimo e che ormai tutti i miei concittadini avranno visitato, è una rivoluzione formale, quella della scomposizione della luce e, come molte rivoluzioni ebbe i natali in Francia e poi fu anche in qualche modo “esportata” in Italia, anche se qualche storico dell’arte storce il naso solamente a sentirne parlare. Comunque sia, il Divisionismo italiano è stato un movimento molto importante e molto piacevole da gustare,  nonostante qualche evidente “credit” e basta dare un’occhiata a “Il Ponte” di Pellizza da Volpedo del 1892 per notarne la sua derivazione “seuratiana”. Anche Plinio Nomellini ci prova a fare l’impressionista alla Renoir, con i suoi  “Baci di sole” del 1908, ed il bello è che ci riesce, con quel fogliame traforato dal sole che fa quasi lo stesso effetto di quello della celeberrima “Altalena” del Musée d’Orsay.

E che il Divisionismo abbia sempre guardato a Parigi lo si può desumere anche da tanti piccoli segni, diciamo così “endogeni”, come nelle didascalie: in quella a fianco al quadro di Angelo Barabino si fa cenno alla mostra del 1912 che si tenne da Cova a Milano, che guarda caso, si intitolava dei “Rifiutati” e che allude senza troppe cautele al “Salon de Refusées” parigino del 1863. Eppure quei due giovani ragazzi incantati e spaventati davanti alla loro creaturina, oggi ispirano solo tenerezza, ma si sa, insieme ai tempi cambiano le “soglie di decenza”. Ma non c’è, naturalmente, solo la luce nella pittura divisionista, come insieme all’en-plein-air impressionista, non c’era solo l’inondazione a Pont Marly, ma anche le ciabattine che Edouard Manet aveva infilato alla sua Olimpya. Insomma si tratta anche, anche qui, di una rivoluzione di soggetti.

E come non pensarlo guardando, dopo secoli di Madonne, Duchi o battaglie, sbirciando nell’Ovile di Segantini, con quella pastorella ipnotizzata dalla luce della lanterna e confortata dal calore del suo gregge? Ma ci sono anche quelle “Marie ai piedi della Croce” di quello “scapigliato” di Gaetano Previati, che sembrano poco adoranti e molto amanti (e magari anche un tantino feticiste). Anche l’allegoria di “Ave Maria sui monti” di Segantini, con quel bel serpentello, che così buttato lì con “nonchalance”, si era visto solo nella “Tempesta” giorgioniana, fa parte di questa rivoluzione. E poi vogliamo parlare dell’urlo della denuncia sociale, messa giù così, senza troppi sofismi, in una meravigliosa “Riflessioni di un affamato” di Emilio Longoni, a cui addirittura si ispirò Black Edward per una famosa scena del suo musical “Victor Victoria”? Grande rivoluzione di luce ma anche di soggetti, poiché lo scamiciato de “L’oratore dello sciopero” dipinto sulla tela, è molto più credibile di un ometto che, in giacca e cravatta urla da un balcone di aver messo fine alla povertà. Chi ha orecchie per intendere, intenda e chi ha occhi per guardare, guardi.

La mostra è visitabile fino al 5 aprile 2020.
Per informazioni il Castello di Novara