L E T T U R E


Articolo di Mario Grella

Daniel Halévy è stato uno storico, un saggista e un traduttore francese. Ma questo è il meno. Quello è che davvero notevole è che Daniel Halévy, aveva amici molto interessanti; in particolare uno di essi, Edgar Degas. Ludovic Halévy, padre di Daniel, ed Edgar Degas frequentarono lo stesso liceo parigino, il Lous-le-Grand e, benché molto più giovane, Daniel divenne uno dei migliori amici di Degas al quale lo univa, una forte affinità elettiva di tipo spirituale. Scrive Jean-Pierre Halévy nella prefazione di Degas parla, il bel volume edito da Adelphi, uscito qualche mese fa: “Sono due autentici parigini, che non amano né la campagna, né la natura. È noto che Degas, diversamente dagli impressionisti, si rifiutava assolutamente di dipingere ‘en plein air’ ed entrambi si sentivano a loro agio solo a Parigi, di cui apprezzavano lo spirito ereditato dal Secondo Impero.”

Ed è proprio sulla figura di Degas che il giovane Daniel forma la sua idea di “grandezza”, tanto che, caso unico o quasi nella storia della letteratura diaristica, quello di Daniel Halévy è certamente un diario, ma della vita di un altro, di Edgar Degas appunto. Il testo è un rendiconto accurato e circostanziato di tutti gli incontri tra l’artista e il giovane Daniel. “Anche più volte alla settimana”, scrive Halévy, “Egli arrivava a casa nostra a mezzogiorno in punto e si sedeva a tavola. Lui parlava, io ascoltavo: fu una delle mie vie d’accesso alla vita…” Insomma, senza mezze misure, un diario di una vera e propria “educazione sentimentale”. Ma Degas non aveva affatto un carattere facile. Detestava i “letterastri” di Montmartre, come usava chiamare gli scrittori parigini del Secondo Impero, fu difensore di Alfred Dreyfus e visse una vita di amarezze anche a causa del disastro finanziario della famiglia, causato dai pessimi investimenti in borsa del fratello e, al termine della sua vita, fu visitato anche da una cecità che anziché fare di lui un moderno Tiresia, lo inacidì e lo fece chiudere in un feroce isolamento.


Daniel Halévy, ci restituisce la figura di un artista e di un uomo, profondo ed irriverente, geniale e scontroso. “Smettetela di leggere, lo fate per pigrizia di pensare. Bisogna essere capaci di restare delle ore a contemplare il fuoco ardere, ruminando le idee predilette…” queste le parole di Degas, riportate da  Daniel Halévy nel suo diario alla data del nove gennaio 1891. Un artista difficile da imbrigliare e al quale andava stretta ogni teorizzazione: “…Quando si ha talento, non c’è bisogno né della scienza profonda del disegno, né della prospettiva aerea…”. Un impressionista che amava l’Opera e il corpo delle danzatrici, più che i cieli “boulversé” della campagna francese o i riflessi dell’acqua a Giverny. Ce n’è per tutti nel preciso rendiconto di Daniel Halévy, compreso per quel mostro sacro di Manet: “Sbaglia! Confonde tutto. Manet non aveva in mente la pittura ‘en-pleine-air’, quando ha fatto ‘Le Dejuner sur l’herbe’. Ha cominciato a pensarci solo dopo aver visto i primi quadri di Monet”. Ma con la vecchiaia, questa verve polemica e caustica, si trasformò in autoisolamento e la triste traccia della sua incapacità anche solo di tollerare gli altri, è riportata in questo magnifico diario “per interposta persona”. Scrive tristemente Halévy, “La nostra amicizia stava per finire all’improvviso e in silenzio. Ma vorrei far notare che essa morì senza  scambiarci alcuna parola di cui in seguito qualcuno potesse pentirsi…” Magnifica lettura, come magnifica fu l’opera di un artista, che come Beethoven, morì privo del senso con cui riuscì a trasmetterci un intero universo.