R E C E N S I O N E


Recensione di Letizia Grassi

Una volta i poeti, prima di iniziare la stesura dei loro testi, invocavano le muse, custodi di antiche memorie. Ad esse si ispiravano e ad esse dedicavano le loro parole, che rappresentavano la necessaria introduzione all’opera. Allo stesso modo, What Once Was Hope è l’ouverture di Farewell to All We Know. Matt Elliott, ha deciso che per il suo nuovo album dovesse essere proprio la musica a cominciare a parlare. Nient’altro. Pochi accordi di una chitarra segnano l’inizio di un racconto lungo 43 minuti. Cercate la posizione più comoda, chiudete gli occhi e lasciate che la fantasia cominci la sua danza.
Ogni traccia lascia un’impronta. Ciascuna nota disegna una storia. La strabiliante abilità di Elliot è quella di lasciare poco spazio alle parole, affinché sia la melodia a condurre. E, anche quando la voce interviene, il suono ne segue il percorso, ritmicamente e dolcemente, per poi sfociare in una meraviglia musicale ed armonica che prende il sopravvento, ti avvolge, ti eleva e ti conduce lontano.

Non sarà difficile farsi trasportare negli spazi più nascosti dell’immaginazione, nei luoghi più remoti della mente. E lì ballare con tutto il corpo, oscillando tra una nota e l’altra, solamente seguendo il ritmo incessante che offre ciascuna traccia. Come Guidance Is Internal, brano senza voce, la cui intro è data dal suono cupo di un violoncello, seguito da quello più vivace di una chitarra, la quale ripete lo stesso accordo, mentre una serie di altri suoni si inserisce man mano nella melodia, fino a creare un crescendo che dolcemente svanisce. Una festa intorno ad un fuoco. Una danza a piedi nudi, seguendo ogni singola vibrazione sonora.
Un timbro tenebroso, alla Leonard Cohen, scandisce il ritmo delle parole. La voce di Elliot vibra, si fa largo tra il saliscendi continuo delle melodie. All’inizio è un sussurro quasi impercettibile, piano piano cresce, poi si nasconde, infine si fa da parte, quasi a non voler intervenire troppo sul suono. In Crisis Apparition, invece, voce e chitarra si trovano sullo stesso piano. “The smell of smoke was beaten by the smell of petrichor. The rains washed all the ashes, cleansed the tears and rinsed the pores. Your flames they were majestic, shame they were but smoke and lies”, canta Elliot. E la tensione delle parole è resa anche dal suono di sottofondo, che, cupo, tenebroso e apparentemente debole, esplode con la frase finale: “You’re cursed with disappointment now until the day you die”. La voce rimbomba sulla parola “die”, mentre il rumore impercettibile delle fiamme ha il compito di chiudere il brano.
Tuttavia, dopo la tempesta esce sempre il sole, o, come direbbe Matt Elliot, The Worst Is Over. Una lunga serie di “perhaps the worst is over, over now, over forever” conclude l’album Farewell to All We Know. All’ultimo brano Elliot affida il compito di lasciare un messaggio corto, semplice, ma estremamente profondo. Il peggio è passato, per sempre. Continuiamo a ballare, un po’ più spensierati, meno appesantiti, colmi di riconoscenza nei confronti di chi ci ha aiutato a rimanere in piedi, continuando la nostra danza. “The worst is over”, urlano chitarra e voce, la quale, sul finale, ritorna sussurrata. E, poi, il silenzio.
Dieci brani, dieci danze. Un disco in continuo movimento. Ogni traccia si collega alle altre, grazie ad un unico filo invisibile che unisce corpi, voci, suoni, sensazioni e moti del cuore. Impossibile non muoversi, con l’immaginazione prima di tutto. Tutti i brani smuovono le parti più profonde dell’animo, rievocando luoghi, situazioni o sentimenti già scoperti e, forse, accantonati.
Ancora una volta, merito di Matt Elliot è quello di aver ricreato lo stile che oramai gli appartiene, riuscendo a fondere sobrietà, limpidezza ed eleganza con atmosfere malinconiche e, al tempo stesso, estremamente vive. E ciascuno di noi, ogni tanto, sente la necessità di lasciar fare, di lasciarsi portare via, altrove, impregnati di quella malinconia che solamente certi testi riescono a rievocare.
E, dunque, occhi chiusi e menti aperte. Che abbia inizio la danza.

Tracklist:
01. What Once Was Hope
02. Farewell to All we Know
03. The Day After That
04. Guidance is Internal
05. Bye Now
06. Hating the Player, Hating the Game
07. Can’t Find Undo
08. Aboulia
09. Crisis Apparition
10. The Worst is Over