R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

L’ethio jazz è vero jazz? Potrebbe essere, forse sì, forse no, forse ma poco importa, meglio ascoltare, come sarebbe meglio bere un bicchiere di vino prima di curarsi di cosa ci sia scritto sull’etichetta. Certo se poi si vuole fare una bella figura, bisogna ricordare che l’ethio jazz mette insieme al jazz anche groove, rock, rap, hip-hop, funk, musica tradizionale africana e magari anche dell’altro. Ma ora che lo sappiamo, sembra persino inutile saperlo, poiché è sempre l’atto dell’ascolto a decretare se la musica valga o valga poco. Qualcuno dice che si tratti delle emozioni che trasmette; sono d’accordo solo se ci si intende sul termine di “emozioni”, che non possono essere solo quelle istintuali, ma piuttosto quel complesso di input, formati da echi della memoria, evocazioni, pensieri strutturati e anche ragionamenti, se vogliamo.

Mulatu Astatke e gli australiani Black Jesus Experience di emozioni ne riversano parecchie nel cervello e nel cuore dell’ascoltatore con questo gioiello di etnicità vera che è To Know without Knowing. Certo che il titolo non suffraga gran che la mia tesi, perché si è portati a pensare ad una musica essenzialmente sensoriale. Trovo invece che le assonanze, gli echi, i rimandi della musica del grande musicista etiope siano tali e tanti che i sensi c’entrano solo se filtrati dal cervello. Il lavoro si apre con Mulatu, una confessione sonora, più che una autocelebrazione, con quel filicorno forse caraibico, ma anche un po’ notturno di Ian Dixon e sostenuto da una impalcatura sonora con Mulatu al vibrafono e con il finale su testi di Elf Transporter, un omaggio alla città Natale di Mulatu. Corale e armoniosamente afro-qualcosa, Ambassa Lemdi, arrangiato da una melodia tradizionale, è un inno di gioia per il matrimonio di due giovani. Detto così sembra significare poco, ma quando si pone orecchio e cuore all’ascolto, la magia viene da sé: un incredibile violino (quasi klezmer) mescolato alle voci, un pianoforte del tutto occidentale nel suo incedere, una sezione ritmica sofisticata. Tutti elementi che, rimescolati, si ritrovano anche in Kulun Mankwaleshi, canzone  tradizionale etiope,  cantata in occasione di feste matrimoniali in una scala musicale anch’essa unicamente etiope che si chiama “anchi-hoye”. Magnifico lavoro world music questo album, dove non c’è posto solo per l’Africa, ma anche per i popoli nativi australiani; Living On Stolen Land, grido di dolore causato dalla perdita della terra sottratta loro dagli occidentali, con tratti dolci come in una ballata e tratti acidi come in un rap o prorompenti come un pezzo rock. Non mancano epifanie di spiritualismo puro come, per esempio in Blue Light, viaggio quasi “rappato” verso l’al di là, scritto per per ricordare la morte di Jeannie, cara amica di Mulatu. E via così di sorpresa in sorpresa fino a Mascaram Setaba, (letteralmente “Quando arriva settembre”), latina e passionale, amabile e orecchiabile, una celebrazione della rinascita (settembre infatti è sempre un po’ un “ricominciamento”). Per concludere questo straordinario lavoro e per non farci mancare niente, ma proprio niente, ecco A Chance To Give blues-rap con Peter Harper al sax, MC Elf Transporter e Robbie Belchamber alla chitarra, ispirato alla gioia del dare ed esplicitamente concepito per la street-music. Che dire? Un lavoro che raccoglie trasversalmente tanti stili e stilemi e non ne sposa mai definitivamente nessuno, un capolavoro di originalità, sensibilità ed intelligenza musicale.

Tracklist:
01. Mulatu
02. Ambassa Lemdi
03. Kulun Mankwaleshi
04. Living On Stolen Land
05. To Know Without Knowing
06. Lijay
07. Blue Light
08. Mascaram Setaba
09. A Chance To Give