R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

Pyramid è il nuovo disco dell’ottetto norvegese Jaga Jazzist in uscita il 6 agosto 2020 per la Brainfeeder di Los Angeles curata da Flying Lotus. A distanza di ben cinque anni dall’ultimo lavoro “Starfire” (Ninja June, 2015) i Jaga Jazzist immergono questo nono album nella profondità di un mare magnum in cui convergono influenze post-rock, jazz e psichedeliche.
Il jazz beat norvegese e sperimentale risente di una miriade di ispirazioni musicali e rifugge da qualunque catalogazione e da ogni forma di contenimento. L’originale ensamble che ruota attorno all’estro compositivo di Lars Horntveth (fondatore del complesso) e che convoglia in un unico centro creativo musicisti dalle radici jazz, elettroniche, acustiche, rock e ambient, ha creato un suono cosmico, in linea con la nuova etichetta. L’istrionismo di Pyramid strizza l’occhio ai predecessori che spaziano dalla band jazz degli anni ’80 Out To Lunch e il guru del sintetizzatore norvegese Ståle Storløkken, ai contemporanei Tame Impala, Todd Terje e Jon Hopkins.

La compagine norvegese non è semplicemente portatrice di un jazz moderno, in quanto capace in maniera del tutto bizzarra e irriverente di violente virate in direzione prog e post-rock, puntando lo sguardo in maniera insistente alla synth music in mezzo a innumerevoli tip digitali.
Gli otto vichinghi, cinque dei quali sono gli stessi dalla nascita della band (i tre fratelli Lars, Martin e Line Horntveth insieme a Even Ormestad e Andreas Mjøs) fanno musica fin dalla metà degli anni ’90 e hanno ispirato la vibrante scena musicale norvegese con non pochi riconoscimenti.
L’approccio per la realizzazione del nuovo lavoro, seppur caratterizzato da quel curioso spirito sperimentale, è stato diretto ed immediato; sono bastate infatti solo due settimane per realizzarlo, a differenza del disco precedente per il quale ci sono voluti due anni.
Per Pyramid, primo album autoprodotto, i componenti si sono ritirati in uno studio nella vicina Svezia e hanno composto per 12 ore al giorno. “La cosa più importante è che non volevamo analizzare eccessivamente ogni idea musicale” afferma il cofondatore e batterista Martin Horntveth, volevamo seguire la prima e originale idea e mantenerne la freschezza”. Per una band che non ha mai optato per un unico stile, la continuità sta nella sua costante e unanime volontà di evolversi, sperimentare e improvvisare.
Il disco include solo quattro tracce per circa 40 minuti di ascolto. Il singolo Spiral Era, uno spiral beat di otto minuti, è un viaggio da sogno che evoca molteplici riferimenti tra jazz a forma libera, musica synth anni ’80, vaporwave e persino una goccia di funk. La complessità di vari elementi quali una batteria incalzante, una chitarra scintillante, sintetizzatori ariosi, vocalizzazione armonizzata e molto altro, viene confezionata in una esperienza sorprendentemente coesiva.
Un cenno alla psichedelia cosmica si infiltra in gran parte dell’album, che è pieno di buone melodie.
Tra suggestioni elettro-esistenziali e cinematografiche con lunghe composizioni di estasi nordiche incastonate su tenui linee melodiche, il disco è il risultato di una grande maestria compositiva.
Con questo album concettuale risulta ancor più evidente che il collettivo norvegese sente forte il desiderio di evolversi e sperimentare, non foss’altro che per evitare il rischio della prevedibilità, cruccio che affligge da sempre le band longeve. In questo caso sembra che proprio l’azzardata sperimentazione e la fusione di generi totalmente diversi (che pur a volte tentano una precaria convivenza) conferiscano una evidente credibilità a questo ensamble straordinariamente indipendente.

Tracklist:
01. Tomita
02. Spyral Era
03. The Shrine
04. Apex