R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Nel 2005 ascoltai per la prima volta I’m wide awake, it’s morning. Scoprii quel disco per caso, e mi innamorai della voce di Conor Oberst. Un colpo di fulmine. Non avevo mai ascoltato folk, ma quelle canzoni, tutte, a distanza di 15 anni ancora mi fanno bruciare gli occhi a causa delle lacrime trattenute. Questo perché Conor Oberst ha un dono particolare, che è quello di raccontare esperienze terribili, ma quasi come se fossero canzoni della buonanotte.

Down in the weeds, where the world once was per me si lega direttamente alla prima canzone di quel disco del 2005 At the bottom of everything: quando tocchi il fondo, devi trovare qualcosa che ti dia la forza di risalire. Per continuare e farsi forza. “I think about how much people need – what they need right now is to feel like there’s something to look forward to. We have to hold on. We have to hold on.”

L’intro del nuovo lavoro di Conor, pubblicato 9 anni dopo The people’s key e dopo la morte del fratello Matt e la separazione dalla moglie Corina Figueroa-Escamilla è quasi un manifesto, sia personale che di questo strano 2020. Come in tutte le sue produzioni, anche in Down the weeds spicca fin da subito la grazia dei testi di Oberst, così personali e apocalittici, malinconici ma sempre con quella voglia di ricominciare, di ritrovarsi e andare avanti.

Stairwell song racconta della fine dell’amore con la moglie, di come il loro amore non è stato mai messo in discussione, e di come un giorno semplicemente lei ha fatto i bagagli e se n’è andata. “You like cinematic endings”: una frase semplice, ma che riassume in così poche parole la storia di una intera vita. Lei torna, come un fantasma, in quasi tutte le altre canzoni, da Hot car in the sun a Comet song. Ma forse, quello che fa più male, è la voce di Corina che parla in Pageturners Rag, dando il benvenuto sul palco ai “vostri peggiori incubi”.

Tilt-a whirl è dedicata invece a un altro fantasma, quello del fratello: una canzone tragica, piena di pathos, eppure così meravigliosamente agrodolce. Nel 2017, dopo queste vicende personali, Conor è caduto in depressione e ha pensato spesso al suicidio come via di fuga, ma qui invece immagina di teletrasportarsi di nuovo in Nebraska, con il fratello, per tornare agli anni felici e spensierati dell’infanzia. Di morte, dell’impossibilità di trovare una risposta, si parla anche in Calais to Dover, dedicata a Simon Wring, manager della band.

Si percepisce un senso di urgenza, la voglia di liberarsi dal peso insostenibile della vita che solo la musica può curare: e qui arriva Forced convalescence. Una canzone che forse racchiude la vera crescita, dove non si ha più paura del futuro, ma dove la sofferenza, se ci sarà, sarà solo una propria responsabilità. La consapevolezza di essere pronti a ogni possibilità, anche grazie al dolore passato, scaturisce in un sentimento d’amore universale travolgente.

Quindi, Down in the weeds è un disco triste? Tragico? Doloroso? Sì, come lo era I’m wide awake, it’s morning, come lo sono quasi tutti i brani composti da Oberst, ma qui sta la sua magia, la bellezza della tragedia da cui si esce più forti, e con la voglia ancora di amare, di guardare avanti. Di tenere duro.

TRACKLIST
01. At The Bottom Of Everything
02. We Are Nowhere And It’s Now
03. Old Soul Song (For The New World Order)
04. Lua
05. Train Under Water
06. First Day of My Life
07. Another Travelin’ Song
08. Landlocked Blues
09. Poison Oak
10. Road To Joy