L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

C’è aria di desolazione o forse me la immagino io. All’entrata del Teatro della Triennale, sede di gran parte degli eventi del JazzMi, tutti sorridono contenti, lo staff si rivolge al pubblico con cortesia e disponibilità, e i movimenti sono lenti e pacati. Persino all’interno, quando il concerto è in pieno svolgimento, il clima appare più teso e concentrato del solito: quasi nessuno fa commenti tra un pezzo e l’altro, pochissimi parlano sopra i pezzi e, se proprio lo fanno, gli interventi sono brevi e quasi sussurrati. Le misure di sicurezza sono rispettate al millesimo: dalle mascherine rigorosamente indossate anche da seduti, al distanziamento, all’igienizzazione delle mani, tutto funziona perfettamente.
Eppure, non so come e non so perché, si avverte quest’aria da fine del mondo, quasi da ultimo giorno, come fossimo sulla soglia di una dimensione in procinto di svanire. In effetti mentre entriamo in sala siamo tutti tecnicamente appesi a un filo, anche se in realtà sappiamo già benissimo che cosa accadrà. Il nuovo Dpcm non è ancora ufficiale ma ormai le anticipazioni dei giornali contano più della realtà dei fatti, per una volta possiamo fidarci: locali e teatri dovranno chiudere dalle 18, per i concerti ormai è finita.

Ci abbiamo creduto per qualche mese, che si potesse riprendere, siamo andati a vedere gli artisti dove si poteva, alle condizioni che ci hanno imposto. Abbiamo collaborato, siamo stati al gioco, abbiamo deciso di trattare con serietà alcuni aspetti palesemente surreali. È andata male. Ma in questo momento non tocca a noi fare riflessioni, perché c’è in giro troppa gente autorevole che parla e perché, nonostante la tentazione di dichiarare di aver capito tutto, le cose sono ancora parecchio complesse e ambivalenti, meglio lasciarle dove stanno. È l’ultimo concerto dell’anno, quasi sicuramente. Al momento non è neppure sul piatto ipotizzare una ripartenza, se e quando ci sarà. Un giorno, forse, ci guarderemo indietro e realizzeremo che abbiamo condannato a morte una società per nulla di più che una irrazionale paura di morire. Al momento però, è meglio godersi quest’ultima serata.

Strana band, i C’mon Tigre. Sono un duo ma hanno sempre collaborato con vari musicisti sin dal primo disco e anche stasera sul palco saranno in sei. Sappiamo che vengono da Ancona, città portuale che hanno sempre ritenuto essere il punto d’origine della contaminazione sonora e culturale che hanno messo al centro della loro musica. Eppure, questo è l’unico dato biografico di cui siamo in possesso: le loro facce sono pubbliche, sulle foto promozionali si mostrano senza problemi e anche sul palco, al netto della scarsa illuminazione, non si celano agli sguardi ma non ci faranno mai sapere come si chiamano. Strano modo di gestire la propria immagine in un’epoca in cui l’immagine è tutto.
Racines, il loro secondo album, quello che ne ha meglio definito le coordinate sonore e ne ha rivelato tutto il potenziale, trasformandoli da una realtà di ultra nicchia ad un act dalla reputazione autorevole a livello italiano (sebbene la proposta decisamente ostica non abbia fatto aumentare esponenzialmente i consensi), è uscito da quasi due anni ed è stato metabolizzato a dovere. Il concerto di stasera lo ripropone nuovamente al pubblico, con l’aggiunta di una ricca parte visiva curata da Gianluigi Toccafondo. Il celebre illustratore è un amico storico del gruppo e aveva già lavorato con loro per Fédération Tunisienne De Football, tratta dal loro esordio del 2014.
L’impatto è notevole: la band suona dietro a schermi a retroilluminazione che proiettano i visual, alcuni dei quali realizzati appositamente. C’è una variazione graduale nel rapporto tra musica e immagini: in alcune canzoni vediamo il gruppo suonare e il fulcro dell’attenzione sta nel godersi l’esibizione, in altre le animazioni si sovrappongono ad intermittenza, mentre in altre ancora i sei elementi scompaiono del tutto lasciando il posto alla narrazione, che diviene così autentica protagonista.
Lo stile di Toccafondo è inconfondibile e le continue evoluzioni dei disegni evocano atmosfere ora erotiche, ora oniriche, ora di straniamento metropolitano, passando per le storie di calcio da strada di Fédération Tunisienne De Football, fino al tributo al celebre adagio di Pasolini “Essere vivi o essere morti è la stessa cosa”, che conclude lo show con un certo inquietante e profetico avvertimento.
Dal canto suo, il gruppo fila che è una meraviglia, con la sua miscela di Jazz, Funk, Afro Beat, Clubbing e una marea di altre cose, in un fluire libero di suggestioni, musica che si muove spaziando in ogni direzione, dove un inizio tenebroso, quasi crooning, si tramuta in una Jam vivace e indiavolata, dove la classe non si traduce mai in mero virtuosismo. Parafrasando una loro vecchia intervista, quello che fanno sul palco è il risultato dell’”unire i puntini in un disegno perfetto, almeno a livello mentale”. Chitarra, tastiera e batteria si uniscono ai Synth, ai Sample elettronici e ai fiati, rendendo ancor più unica questa commistione sonora. “Guide To Poison Tasting”, “Gran Torino”, “Underground Lovers”, “Quantum of The Air”, “Behold The Man” si susseguono una dopo l’altra e complici anche le immagini, si rimane letteralmente ipnotizzati, scossi solo dagli applausi che arrivano puntuali ed entusiasti tra un pezzo e l’altro.
Non è un concerto per tutti e non è sempre facile seguire la traccia di ciò che accade. Il risultato, per chi accetta di farsi coinvolgere, è però sorprendente. Se questo sarà davvero l’ultimo concerto dell’anno, allora sarà stato uno dei migliori. Preserviamo i C’mon Tigre perché sono un’eccellenza autentica. E tanti auguri al JazzMi per questo stop forzato. Che possano rimettersi presto in pista e tornare ancora più forti per la prossima edizione.