I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È uscito il nuovo album degli Yo Yo Mundi, La rivoluzione del battito di ciglia. Uno scrigno del tesoro in cui sono custoditi i valori delle piccole cose, movimenti millimetrici che possono fare la differenza, piccoli battiti per muovere l’energia della trasformazione. Ci sono emozioni ma anche valori forti che si diramano tra le note, le lotte e le difese, ma non hanno rabbie, piuttosto coscienze umane che regalano diverse istantanee.
È l’emergere di una forte e resistente umanità e un umano coraggio nell’intravedere speranza. Ogni capitolo di questo lavoro stimola l’immaginazione e il pensiero che ci accoglie nella musica. Ecco le risposte di Paolo Archetti Maestri (voce e chitarre del gruppo) su tutte le curiosità che hanno animato il mio ascolto.

Bentornati Yoyo! L’album apre con “Ovunque si nasconda” che è stato anche il singolo di presentazione e suona come un brindisi pulsante di vita. Sono citati De André, Fenoglio, Pazienza. Qual è il patrimonio umano e culturale che vi hanno lasciato?
Un giorno insieme agli altri Yoyo, in un’occasione di festa, brindai “Alla felicità” e poiché gli altri, col bicchiere alzato, mi guardarono con un’aria un po’ feroce e molto interrogativa, aggiunsi subito: “Ovunque si nasconda”. Da allora non mi tolsi più dalla testa l’idea di far diventare quella frase il ritornello di una canzone che fosse una dedica collettiva, infatti ogni frase è stata scelta per ringraziare qualcuno che ha colorato di bellezza la nostra vita, siano essi amici o personaggi più o meno celebri, per brindare ad ognuno di loro. De André, Fenoglio e Pazienza sono tre nomi importanti per la nostra crescita umana e culturale, non li abbiamo scelti a caso, ma nella canzone sono nomi simbolici, tengono per mano centinaia di altri esseri umani straordinari ed eccellenti che hanno contribuito a muovere il nostro pensiero e a fare bello il nostro percorso artistico.

L’aspetto speranzoso e di gioia è reso anche graficamente dall’art work della copertina e dalla grafica del video. Ivano A. Antonazzo, l’artista che l’ha curata, vi segue da tempo; qual è stata l’idea di base che volevate esprimere visivamente?
Non era facile rendere visivamente un concetto, che è quasi un ossimoro, come La rivoluzione del battito di ciglia, ma Ivano è un grande artista e la sintonia con lui si affina ad ogni lavoro, sempre di più. Volevamo uno scoppio di colori e lui lo ha inventato per noi, quel disegno per la cover ha avuto un notevole successo che abbiamo saggiato anche grazie alla vendita di numerosissime t-shirt. Per quanto riguarda il clip del primo singolo, siamo stati, gioco forza, costretti a rinunciare all’idea di un video con musicisti in presenza per via delle chiusure e del distanziamento causa virus. E dovendo virare su un video di animazione abbiamo pensato che ci sarebbe piaciuto realizzarlo col testo ben in evidenza e con rimandi all’estetica degli anni ’70, anni di rivoluzioni e di battiti di ciglia. Si è rivelata una scelta assai efficace, l’emergenza talvolta aguzza l’ingegno!

Non è la prima volta che lo sport, il suo valore e la sua emozione prende spazio nei vostri testi, (es. “Feccia Vallona” e “Chi si ricorda di Gigi Meroni?”). La seconda traccia dell’album è nuovo brano dedicato al campione di salto in alto Dick Fosbury che con la sua tecnica ha coniato uno stile. Portando la Scozia nel cuore, non ho potuto non emozionarmi per le cornamuse, chi le suona?
Oh, sì adoro le metafore sportive, questo è il racconto di una parabola davvero rivoluzionaria! Facendo zapping, bloccato in casa da un problema fisico, mi sono imbattuto in un documentario che raccontava le gesta del saltatore in alto americano Dick Fosbury, che durante le Olimpiadi di Mexico City del 1968 lasciò il mondo a bocca aperta con una tecnica inedita che gli valse titolo olimpico e record del mondo – nacque così lo stile Fosbury che sostituì il salto ventrale che fino ad allora era l’unico praticato -. Lui, simpaticissimo, durante quell’intervista raccontò che la sua tecnica non era frutto di alcun studio scientifico, ma che da ragazzino, stanco di buttare giù l’asticella e di perdere le gare, aveva iniziato a cercare una soluzione per risolvere il problema, l’occasione per svoltare fu magica e si manifestò quando un giorno, andando a pesca con il padre, vide il pesce allamato che cercava di liberarsi inarcandosi sulla schiena – l’immagine plastica spesso riprodotta nel trofei di pesca! – e capì che quello sarebbe stato il “suo” salto, la soluzione del suo problema. Poi concluse dicendo: “sì, ho fatto un volo eccezionale, solo l’anno dopo, nel 1969, qualcuno osò saltare più in alto di me, raggiungendo la luna!” Una storia straordinaria, che andava narrata con un canto che sale in alto. Al flicorno, stupendo, c’è Giorgio Li Calzi che ci fa sognare quel volo e alle cornamuse, Simone Lombardo, che genera un suono che è l’ideale tributo a quell’impresa gloriosa.

Chi vi ha accompagnato musicalmente per questo nuovo disco?
Oltre a noi Yo Yo Mundi (ndr Paolo Enrico Archetti Maestri alle chitarre e alla voce solista, Eugenio Merico alla batteria, Andrea Cavalieri al basso elettrico e contrabbasso, Chiara Giacobbe, violino, voce e arrangiamento d’archi), ci sono sia gli Yoyo ad honorem – che sono i nostri stretti collaboratori -: Daniela Tusa alla voce, Dario Mecca Aleina alle tastiere e alle percussioni (ma anche coproduttore artistico del disco insieme a Paolo), Simone Lombardo alla cornamusa, alla ghironda, ai flauti e Andrea Calvo al pianoforte e sia gli Yoyo storici che regalano un loro cammeo all’opera e cioè Fabio Martino alla fisarmonica e Fabrizio Barale alla chitarra. Gli ospiti sono Marino Severini alla voce, il già citato Giorgio Li Calzi al flicorno, Maurizio Camardi al duduk e al sassofono, Alan Brunetta alla marimba e alle percussioni, Gianluca Magnani alla ocarina bassa, Gianluca Vaccarino alla chitarra elettrica, Donatella Figus alla voce e, rullo di tamburi, la giovanissima Alice Cavalieri ai cori (ebbene sì, si tratta del luminoso esordio per la figlia di Andrea!).

Anche la terra è un aspetto su cui ponete spesso lo sguardo, Nel 2011 avete dedicato un album “Munfrâ” alla cultura del Monferrato (arrivato al secondo posto delle targhe Tenco come miglior album in dialetto). Terra da godere e da difendere che in questo nuovo lavoro la troviamo ne “Il paradiso degli acini d’uva” con aspetti poetici del vino, ma anche “Valle che resiste” con toni combat folk. Il duetto è con Marino Severini dei Gang, storica band militante nata negli anni ’80. C’è stato anche un apporto musicale al brano o solo vocale? 
Sì, ne “Il paradiso degli acini d’uva” c’è il Monferrato, ci sono i fianchi morbidi delle sue colline, c’è il vento imbastardito dal profumo di mare, ci sono vigne così lunghe da arrivare fino al cielo. È un vero e proprio inno dedicato al vino, ma in particolare all’ebbrezza, quella sensazione indescrivibile che abbiamo provato a sintetizzare in questi versi: “a cavallo di un tappo volante nel paradiso degli acini d’uva, sarei capace di sfiorare le stelle come una piuma sulla pelle”. Mentre VCR, che, non a caso, è un tributo alle  sonorità dei nostri esordi, è un brano dedicato alle valli e alle comunità che resistono alle prevaricazioni, alle vessazioni, alle imposizioni del potere di turno, sia esso politico e\o economico. Ovviamente c’è un affettuoso riferimento alle lotte delle nostre zone, quelle più lontane come la Val Susa che Resiste, quelle più vicine dei No Tav del Terzo Valico e del Comitato Contro la Discarica di Sezzadio, capiamo bene le loro ragioni e le loro preoccupazioni e siamo vicini alle loro istanze. In questa ballata realizzato con il contributo di Marino Severini, cantiamo il sogno di una pacifica rivolta che rovesci lo stato delle cose, nel rispetto della tutela della salute e del ambiente. Marino ha cantato alla sua maniera, con la sua voce stupenda ed evocativa, la nostra canzone, con una partecipazione tale che è un po’ come se l’avesse scritta insieme a noi. È la magia che scaturisce degli intrecci, non solo artistici, tra fratelli, tra compagni.  

A proposito di suoni, in tutti questi anni la vostra musica ha avuto una trasformazione pur tenendo il suo imprinting di stile molto riconoscibile. Come descrivete il cambiamento musicale degli YoYo da “La diserzione degli animali del circo” vostro primo album in studio, ad ora?
Non so descriverti nei minimi particolari la nostra evoluzione, ma so per certo che c’è stata, perché non siamo mai stati uguali a noi stessi, non abbiamo realizzato canzoni col copia e incolla e non ci siamo mai autocitati in modo esagerato o fatto dischi simili l’uno all’altro! Siamo molto attenti alla cura della nostra cifra stilistica, dai testi fino alle scelte sonore, dagli arrangiamenti fino alle collaborazioni che ci aiutano a colorare la nostra musica. Però forse possiamo svelarti il segreto che forse rende sempre nuova e sorprendente la nostra musica: mai smettere di essere curiosi, mai smettere di volersi migliorare, mai smettere di imparare da chi ne sa più di te, da chi ci mette, come te, passione ed emozione. E poi, in onore del nostro nome, ci piace sempre metterci in gioco anche perché negli Yoyo c’è ancora tanta voglia di giocare con la musica, musica suonata per davvero, con le mani, con il fiato, con l’emozione. Anche queste sono le rivoluzioni del battito di ciglia che proponiamo, in un mondo in cui di musica se ne produce tanta ma se ne suona poca. Dove i suoni preconfezionate sostituiscono il naturale e l’originalità. Ci piace dire che noi e gli altri gruppi della Sciopero Records (ndr l’etichetta che curano direttamente gli YYM), facciamo musica biologica e solidale! Di sicuro non vediamo l’ora di portare queste canzoni dal vivo – speriamo accada presto, vorrà dire che abbiamo lasciato questo incubo dietro le spalle – per vedere la reazione del nostro pubblico! Per questo album, Dario Mecca Aleina, il nostro ingegnere del suono, che insieme a me ha curato la produzione artistica, abbiamo provato a smontare letteralmente le nuove canzoni, ricostruendole in modo assai diverso da come erano nate, trasformandole per farle suonare più immediate, più dirette, più leggere. E poi, una volta in studio, ancora una volta noi Yoyo, sull’ala di questo rinnovato entusiasmo, abbiamo cercato di superarci e di migliorarci, ma questa volta, più di sempre, abbiamo dato una svolta notevole alla nostra cifra stilistica. Così, alla fine, è scaturito un suono, inedito per noi, che sta incontrando davvero tantissimi favori. Infatti abbiamo ricevuto un’infinità di complimenti, sia da parte della critica, sia dai nostri fans, per le canzoni, per i contenuti, ma anche per il modo in cui abbiamo costruito gli arrangiamenti di quel “grappolo di acini d’uva” che sono i brani de La rivoluzione del battito di ciglia.

C’è un bel dispiegarsi di voci femminili, di fiati ne “ll silenzio che si sente”, immagini di macerie di guerra ma nel dramma nel sangue, dei campi calpestati, c’è spazio al sogno. Mi ha fatto sorridere la contraddizione di invitare ad ascoltare il silenzio utilizzando la parola, che richiede un suono! Ho percepito diversi “opposti” di questo tipo che si incontrano in questo album, ce ne parlate?
Sì è vero c’è la bella e limpida voce della nostra violinista Chiara Giacobbe, in quel brano, guida un coro a più voci ideale per stemperare la drammaticità del tema trattato, volevamo fosse un dipinto “vero”, ma che ci fosse nel suono – e nell’armonia in tono maggiore – anche molta speranza. Il ritornello, poi, è tutto giocato sull’idea di sentire il silenzio che si sente. Perché anche il silenzio in mezzo alle note è musica. Noi musicisti siamo abituati a sentirlo, a interpretarlo, a farlo suonare. In questo mondo dove tutto è poco musicale, in mezzo ai rumori, al brusio, al vociare indistinto, ai suoni artefatti, ci sembrava perfetto individuare in quel silenzio che molti non sentono (e troppi non vogliono sentire!), i drammi e le urgenze di chi soffre. Nella narrazione di questo disco molte volte si gioca sugli “opposti”, come segnali tu, ma è nel titolo che c’è l’ossimoro più potente! Le parole hanno diversi significati, le parole sono scatole che dovremmo aprire più spesso per scoprire ogni segreto, ogni sfumatura, ogni accezione. Nella nostra epoca di folli semplificazioni questo è un patrimonio di bellezza e di condivisione che purtroppo stiamo perdendo e che andrebbe difeso come una specie in via di estinzione.

In “Evidenti tracce di felicità” la presenza di voci femminili si consolida come una presenza importante. Anche in “Ninna nanna del filo” una voce femminile accompagna Paolo, così come nei cori di “Lettera alla notte” e nei vocalizzi nella parte esplosiva finale di “Umbratile”. Cos’ha significato globalmente la quota rosa così presente anche in questo ultimo progetto?
È vero c’è una significativa presenza di voci femminili oltre a Chiara che canta nel “Il silenzio che si sente”, c’è la voce di Daniela Tusa, che è ormai una Yoyo a tutti gli effetti essendo l’attrice che lavora con noi da anni e in diversi spettacoli. Daniela canta sia in “Fosbury” e sia ne “Il respiro dell’universo”, ma soprattutto è la dolcissima voce protagonista della “Ninna Nanna del Filo”. Poi ci sono voce e soprattutto i vocalizzi di Donatella Figus – “Lettera alla notte”, “VCR” e nel finale di “Umbratile” – e infine, in qualche coro, come sottolineato prima, c’è la voce della giovanissima Alice Cavalieri.

“La rivoluzione del battito di ciglia” è una rivoluzione col sorriso, ma ferma e consapevole. Lontani da voi gli slogan facili, ma ben delineate le scelte che fate. Per realizzare questo lavoro avete deciso il sostegno del crowdfunding e di non pubblicare per i primi tre mesi dall’uscita l’album sulle piattaforme streaming, per incentivare l’acquisto fisico dei dischi. È anche una restituzione di fiducia a tutte le persone che hanno sostenuto il progetto! In un momento storico in cui le energie musicali vengono spesso depauperate nella diffusione della musica, è un bel paletto per ricordarne il valore artistico che ci sta dietro. Qual è la vostra lettura di come viene “maneggiata” la musica in questi ultimi anni?
La parola rivoluzione così piena di energia e di voglia di cambiamento declinata insieme al battito di ciglia, atto naturale, spontaneo e delicato. Una rivoluzione gentile che potrebbe cambiare il mondo nel segno del rispetto e della tutela dell’ambiente, del pianeta, delle differenti culture e dei diritti delle persone. La rivoluzione del battito di ciglia cade in un momento storico assai particolare e assai difficile: cerchiamo risposte che non troviamo, risposte alle nostre domande di felicità e diritto all’esistenza sostenibile che la politica non ci restituisce. Un’epoca con troppo odio e contrapposizioni assurde che solo con una risposta tanto determinata, quanto gentile, potrà essere trasformata in futuro. Lo dobbiamo ai nostri figli, nipoti e pronipoti. Sai cosa penso, per provare a rispondere alla seconda parte della tua domanda? Che alla fine dei conti il web si è rivelato una grande truffa, ci hanno preso per il naso con una promessa non mantenuta di libertà, infatti ormai sempre di più, siamo tutti, più o meno, prigionieri del web, che è diventato il tempio della solitudine e del tempo buttato via. La nostra scelta di non pubblicare in streaming per tre mesi è solo una piccola provocazione, però abbiamo scoperto che siamo tra i primi a fare una cosa di questo genere, perché molti nostri colleghi preferiscono esserci, cedono al ricatto della finta – e inutile – visibilità, si tratta di una scelta fatta sia per tutelare i nostri coproduttori, sia per provare a dire no, a queste multinazionali voraci (che tra l’altro pare non paghino neppure le tasse in Italia!). Non ci piace e non è giusto che si appropri della nostra musica riempiendola di pubblicità, senza chiedere il permesso, senza dividere in modo equo gli utili. Questo atto della nostra rivoluzione, sarà solo un battito di ciglia, ma visto quanto e quanti si stanno lamentando per questa scelta controcorrente, sta generando un bel colpo di vento. Poi, è certo, bisognerà trovare un modo collettivo per togliere la testa da questo cappio. 

C’è stato un bel regalo un paio di mesi fa, hai proposto su You Tube un brano inedito, “Scrivo”. C’è sempre uno sguardo universale nelle cose che proponete, qual è il segreto per tenere sempre la mente “sveglia”?
Non smettere mai di sognare. E pensare alle canzoni non come un sfogo o un’esigenza di apparire, non come un qualcosa che deve piacere o stupire, ma sia come pratica di costruzione, sia per restituirle al mondo. Infatti, le nostre canzoni, una volta composte e\o registrate diventano vive solo ed esclusivamente quando le restituiamo al tempo, alle storie e alle persone che le hanno rese possibili. Senza gli altri la musica muore. Nei nostri racconti, ma anche nei nostri suoni, c’è la sintesi di quello che ci emoziona, che ci ha fatto sognare, che ci incuriosisce, ma c’è anche spazio per quelle voci che ci chiedono di fare da megafono a urgenze e allarmi. In “Scrivo”, che è una canzone un po’ sfortunata perché non ha trovato posto in ben tre dischi (ma si può ascoltare su You Tube), sono ben descritte alcune di queste suggestioni e di questi concetti.

Ogni volta che guardo i vostri vecchi video è come guardare un po’ le foto di famiglia, riconoscere dei momenti passati insieme, pensare “sembra ieri” e invece sono ventisei anni dal primo disco e ben trentuno dal vostro primo concerto (era il 4 marzo del 1989). Grazie Yoyo per la strada percorsa insieme! 
Grazie a te, Joshin, per questa intervista che alla fine si è rivelata davvero una piacevole chiacchierata, tuoi Paolo, Eugenio, Andrea, Chiara e Daniela, tutti insieme riuniti sotto il giocoso nome di Yo Yo Mundi!

 

Photo © Ivano A. Antonazzo