R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

La prima volta che li ho ascoltati in radio quasi cadevo giù dalla sedia tanta era la potenza del suono, ho subito pensato: “questi sì che spaccano!”; avevo poi scoperto che il duo, nato a Brighton nel 2011 e composto da Mike Kerr e Ben Tratcher, si sarebbe esibito di lì a poco all’Alcatraz di Milano per un prezzo ridicolo, così mi ero affrettata ad acquistare il biglietto e avevo iniziato a cercare informazioni in rete. Poco noti allora in Italia, all’estero avevano già riscosso un buon successo di pubblico e critica, grazie alla partecipazione a diversi festival, aprendo anche per gruppi famosi, come gli Arctic Monkeys e i Foo Fighters, tanto da attirare le attenzioni di sua maestà Jimmy Page, che si era speso in lunghi elogi su diverse riviste di settore. Vi dicevo della potenza del suono, con una distorsione portata ai massimi livelli e una sezione ritmica al cardiopalmo: non immaginate la mia sorpresa (e non solo la mia) quando la sera del concerto ho scoperto che quel sound così rude non proveniva da una sei corde, ma da un normalissimo basso Gretsch Junior Jett, acquistabile su qualsiasi store on line per poco meno di 400 euro, settato con un fuzz, un octaver e un qualsiasi ampli. Un vero colpo di genio per Mike Kerr e socio, in grado di assimilare i fondamenti del classic rock e di rielaborarli in una chiave del tutto fresca e incendiaria, sia nell’omonimo album di debutto del 2014, che nel successivo How Did We Get So Dark? del 2017. Quando è stata annunciata l’uscita del terzo album, Typhoons, il 30 aprile 2021, quindi ci si aspettava qualcosa sulla falsa riga dei precedenti, e, invece, ecco la svolta che non mi sarei mai aspettata: la virata verso l’elettronica.

Se nel lavoro del 2017 il duo si chiedeva come fosse arrivato a essere così “oscuro”, Typhoons vuole essere il raggio di luce che illumina il buio: frutto di un percorso interiore, che ha visto Kerr uscire dal tunnel della dipendenza da alcool e droghe, l’album tratta infatti tematiche molto personali ed è quasi interamente autoprodotto, eccezion fatta per i brani Boilermaker, che vede alla regia Josh Homme dei QOSA, di cui si sente fortemente la presenza, e Who Needs Friends con Paul Epworth. La lavorazione era già iniziata nel 2019, con un paio di tracce eseguite dal vivo in giro per l’Europa, ma la registrazione vera e propria era partita nel 2020. Pubblicato da Black Mammooth Records e Warner Music, Typhoons si presenta con una copertina futuristicamente accattivante, in versione cd, vinile, normale o autografato, e musicassetta, meno di 40 minuti per undici tracce in totale. Apre Trouble’s Coming, suono acido e dancereccio, come per i Muse di ultimo corso, che vi farà battere il piede per tutto il tempo; il leit motiv si ripete andando avanti: nella successiva Oblivion fanno la comparsa synth e cori, con una voce compressa alla Jack White. In terza posizione la titletrack, con quel ritornello orecchiabile e il solito riff ipnotico a cui ormai ci hanno abituato; il suono si fa poi cupo in Who Needs Friends, più fedele alla produzione passata, ma arricchito di intriganti cori sul finale e accompagnato da un video altrettanto magnetico, da evitare se soffrite di epilessia.

I trascorsi da tastierista di Mike negli Hunting The Minotaur si fanno sentire in Million & One, con un beat elettronico quasi ossessivo, mentre in Limbo finalmente Ben può scatenarsi con le sue bacchette, frapponendosi al botta e risposta tra la voce principale e i cori, con le tastiere in crescendo sul finale. L’unico pezzo che non mi convince è Either You Want It, specie messo prima di Boilermaker, ispirato dalla recente esperienza di disintossicazione di Mike, che cerca di farsi strada nel turbinio di pensieri mentre contempla il fondo del bicchiere. I successivi due brani, Mad Visions e Hold On, hanno davvero un bel groove, tanto da sembrare quasi un continuum, mentre la chiusura, affidata a All We Have is Now, versione piano e voce, dà un tocco di atmosfera onirica.

Cosa dire? Typhoons è sicuramente un album coraggioso: nell’anno in cui abbiamo perso i Daft Punk c’è ancora qualcuno che osa mettersi in gioco, mescolando rock, psichedelia ed elettronica, pur con il rischio calcolato di un lieve calo di tensione: come vi dicevo Either You Want It non mi entusiasma granché e sicuramente preferisco i primi due lavori a questo, che resta comunque un buon album. Sono curiosa di vedere se dal vivo sarà in grado di trasmettere quell’energia che è diventata il marchio di fabbrica del duo di Brighton e se, per il prosieguo, continueranno su questa strada o se torneranno su sentieri più battuti e sicuri.

Tracklist:
01. Trouble’s Coming
02. Oblivion
03. Typhoons
04. Who Needs Friends
05. Million & One
06. Limbo
07. Either You Want It
08. Boilermaker
09. Mad Visions
10. Hold On
11. All We Have Is Now