R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è qualcosa di misteriosamente ermetico, nella musica di Chelsea Carmichael. Con tradizioni familiari giamaicane ma inglese di nascita, originaria di Warrington, città posta a nord-ovest dell’sola britannica, la sassofonista Carmichael arriva ad incidere il suo primo album con l’aiuto di Shabaka Hutchings, già affermato musicista jazz londinese. Hutchings, rimasto colpito dalla personalità della Carmichael, l’ha invitata a registrare per la propria neonata etichetta Native Rebel Records e il risultato di questa collaborazione è The River Doesn’t Like Strangers. Ermetismo, dicevo. Non certo a livello sonoro, data la vasta disponibilità di suoni “naturali” – da menzionare le percussioni di Eddie Hick – ed altri più effettati, questi ultimi soprattutto per l’intervento della chitarra elettrica di Dave Okumu. Il profilo enigmatico di questa musica sta nel fatto che sembra orientarsi contemporaneamente in varie direzioni diverse, da momenti quasi paesaggistici con suoni lunghi e pacati fino a frangenti free ma anche includendo parentesi funkeggiati di provenienza caraibica caratterizzate da suoni tribal-dance che arrivano a lambire l’area pop-rock – mi sono tornati alla mente persino gli sfortunati Morphine dei ’90. C’è anche un po’ di Giamaica, tra le righe, proposta con discrezione, e certe suggestioni africane nello stile ad esempio di Fela Kuti e Tinariwen. L’eterogeneità di queste influenze sono in parte attribuibili alla variegata mescolanza di elementi linguistici e tradizionali che offre attualmente una città cosmopolita com’è Londra. La considerazione fondamentale è comunque come questa musica appaia molto vitale, sia quando si semplifica in strutture lineari vicino al reggae-rock e sia quando prende più convintamente la strada segnata dal jazz. Una ventata d’eccitazione psicofisica la scuote lungo gli appassionanti – ma alle volte anche distaccati – interventi di sax. Un basso dub – ad opera di Tom Herbert – in ossequio alle radici culturali della Carmichael – fa vibrare il ventre e completa la formazione a quartetto.

Dall’insieme dei brani che ascoltiamo in questo The river… se ne ricava una miscela che ha qualcosa di stregonesco, una giaculatoria magica che evoca spiriti di Natura e ricordi di tradizioni etniche, esorcismi rituali in cui la sacerdotessa Carmichael, attraverso il suo sax tenore, chiama a sé entità taumaturgiche come fosse uno sciamano. Lo stile della sassofonista varia a seconda dell’orientamento che prende la sua musica ma grosso modo mi sembra di cogliere qualche istanza da Don Cherry – anche se su strumenti differenti – e da Pharoah Sanders, fino a giungere ad evocare lo spettro di Albert Ayler in qualche momento più visionario.

L’apertura di questo disco si affida a There’s a place (It’s not here), una sorta di introduzione alla ricerca di una visione dall’alto generalizzata, forse la speranza di raggiungere quel posto ideale della mente in cui interpretare la realtà così come è effettivamente e non solo come appare. Brano modale, strutturato su un bordone probabilmente ricavato dall’intervento della chitarra. Il sax si dilata in alcune note prolungate, quasi declamatorie, su cui intervengono suoni elettronici e scanditi tom di batteria. All we know si snoda anch’esso su lunghe sequenze modali di base, basso insistente, batteria dance e vaporizzazioni elettroniche sullo sfondo ad opera della chitarra di Okumu. Il brano è ipnotico, leggermente claustrofobico, con il sax che scavalca il ritmo costruendo melodie inizialmente orecchiabili dal sapore caraibico per poi concedersi le proprie improvvisazioni manifestandosi in una timbrica solida e pastosa. C’è anche un lungo spazio per la chitarra con un assolo sui generis, assolutamente peculiare per originalità. Bone and Soil veleggia tra le onde di una intrigante pop-dance con un assolo del basso di Herbert assai discreto e rispettoso del tono leggero della composizione. È con Myriad che i tratti più tradizionalmente africani fanno la loro comparsa e le suggestioni afro-beat s’impongono almeno inizialmente soprattutto nella forma ritmica. Quando il tempo si fa più congestionato il sax della Carmichael si lancia in corse spensierate sui prati del free. Da segnalare il gran lavoro delle percussioni. Una situazione simile la si ascolta nel brano seguente, There is You and You dove inizialmente è la coppia sax-batteria che si espone all’ascolto, con tutti i lampi e le meteore di un’improvvisazione lanciata nella serrata contiguità di un rapporto a due. In un secondo tempo intervengono gli altri due elementi, con la chitarra che sovrappone il tema del sax. Il basso si fa più cupo, la pulsazione di base è tribale, ossessiva e su questa trama la chitarra si getta in un assolo stridente, pieno di calibrata rumorosità.

The Healer è un curioso ¾ frutto della sapida mescolanza tra ritmi di calypso e antichi respiri di terra d’Africa, la Mater genetica e culturale della popolazione nera dell’America tutta. In cattedra la ritmica basso e soprattutto batteria con un florilegio percussivo di suoni e battiti a sostenere il tema del sax e la lunghissima escursione chitarristica divisa in due parti. La prima inizia quasi timidamente al minuto 03.30 circa, suono pulito e scale pentatoniche all’inizio, poi compaiono soluzioni più complesse, vi sono anche delle sovra incisioni con effetti a rendere più completo il suono globale. Verso il minuto 05.50 Okumu ci butta dentro un po’ di distorsioni e comincia a lasciarsi andare più o meno per altri due minuti fino a quando il sax riprende il tema iniziale e il brano arriva, sempre con il suo tono bello robusto, alla fine. Con Noor abbiamo la sorpresa di un walking bass in un pezzo che comincia come il naturale prosieguo della traccia precedente ma che poi sconfina in qualcosa che assomiglia più ad un post bebop allucinato e un po’ acido. Abbiamo però un assaggio della capacità tecnica della Carmichael prima della sua consacrazione nella title-track The river doesn’t like strangers. Ancora una volta un lungo brano modale – il rimanere ancorati ad un’unica scala permette un rilassamento dei pensieri e una serie di solismi difficilmente riproponibili in una traccia tonale. Dondolata nel solito ritmo complesso, sovrapposto di elementi latino-africani, la Carmichael ci offre uno squarcio impressionante delle sue possibilità strumentali, calibrando il fiato in fraseggi raccolti, portandosi progressivamente e lentamente verso un’impronta più free. Eccellente anche la timbrica che a tratti fa pensare, quando vengono toccate note medio-basse, persino ad un sax baritono. Anche la chitarra padroneggia la sua linea musicale dedita all’improvvisazione con fantasia, fuori da schemi facili, in un insieme sonoro in cui può essere complicato trovare giuste paternità e riferimenti, anche se a me viene in mente il nome di Nels Cline. L’album conclude la sua passerella con Hiaro / Hadali, una malinconica meditazione finale interpretata in modo molto partecipato dal sax con un tema delicato, quasi un moderno standard, in una timbrica che paradossalmente, rispetto a tutto quanto ascoltato, mi raccorda al sax di un Surman o meglio ancora a quello di Garbarek. Al termine dell’ascolto ritorna la sensazione che ho descritto all’inizio. C’è un enigma, sul fondo di questa musica.

Nelle trame ritmiche stratificate tra memorie caraibiche e ancestrali di un lontano legame temporale con l’Africa nasce una musica come questa che è quasi il prodotto accidentale e non previsto di una ricerca alchemica. La Carmichael si è trovata nelle mani forse non l’agognato lapis philosophorum ma una creazione irradiante, una forma storicamente ben riconducibile ma inafferrabile nella sua attualità, come un’affascinante scultura dissepolta la cui collocazione sfugga ad ogni catalogazione, lasciandosi ammirare solo per quello che effettivamente è.

Tracklist:
01. There Is A Place (It’s Not Here)
02. All We Know
03. Bone And Soil
04. Myriad
05. There Is You And You
06. The Healer
07. Noor
08. The River Doesn’t Like Strangers
09. Hiaro/Hadali