R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un lavoro piuttosto enigmatico, questo Seances di Trevor Dunn Trio Convulsant + Folie a Quatre. Non tanto dal punto di vista strettamente musicale, perché dimostra chiaramente il fascino di un suono selvatico e non facilmente classificabile, quanto per la progettualità che è alla base di questo concept album stralunato, con vari riferimenti in parte di carattere cronachistico e in parte esoterico. Le note dell’elegantissimo booklet che accompagnano il disco sono osservazioni dell’Autore e fanno riferimento ad un movimento, storicamente accertato, di cristiani eretici presenti nella Francia del’700, i Convulsivanti di Saint- Medard. Attorno alla tomba del loro diacono avvennero fenomeni che oggi definiremmo, con un certo scetticismo razionalista, isterie collettive. Crisi comiziali generalizzate, fenomeni di levitazione, coprofagie, vomiti lattiginosi, insomma un campionario di esibizionismi estremi che avrebbero fatto felice un apprendista esorcista. Del resto l’irrazionalismo è una componente ben radicata nella psiche umana, prova ne sono le sue numerose manifestazioni nel corso dei secoli, dai cortei dionisiaci alle sedute medianiche, dai rituali vodoo alle apparizioni mariane fino ai tarantolati e alle possessioni demoniache. Come se la nostra coscienza avvertisse il bisogno, occasionalmente, di lasciarsi andare alla deriva, di perdere i connotati del limite, di entrare in dimensioni nuove, oltre le barriere delle normali percezioni sensoriali. Le esperienze psichedeliche degli anni ’60 hanno lasciato molte testimonianze di come le varie sostanze psicoattive abbiano provato a forzare i cardini delle porte della cosiddetta normalità. Tutto questo pare aver stimolato la curiosità creativa dell’americano Trevor Dunn, bassista elettrico e contrabbassista cinquantaquattrenne dalle indubbie doti tecniche e compositive, qui impegnato in un particolare sodalizio tra strumentazione a trio – basso, chitarra e batteria – e quartetto cameristico con archi, flauti e clarinetti. Eppure Dunn non proviene direttamente dal jazz bensì dagli altipiani del rock più sperimentale, quello che s’incrocia con così tanti elementi differenti tanto da diventare quasi impossibile inquadrarlo in uno schema definibile. Alcuni gruppi con cui suona, Mr.Bungle e i Fantòmas, condividendone la leadership con Mike Patton dei Faith No More, viaggiano su binari eclettici, dal pop rock al metal, ma è la lunga esperienza con John Zorn che dura da almeno vent’anni che lo battezza come jazzista “sui generis” – dato che Zorn, con il suo eclettismo, non può essere facilmente incasellato in alcuna categoria predeterminata. Così lo stesso Dunn, in questo Seances, terza uscita in trio, si muove da un estremo sperimentalismo fino a momenti rock-jazz- progressive d’indubbia presa emotiva, attestandosi su una linea di fuoco quanto mai ondulata e mulinando idee a getto continuo.

Il progetto di fondere insieme un quartetto acustico con il propellente elettrico del suo trio proviene, a detta dello stesso Dunn, da un album ispiratore pubblicato nel 1962 di Paul Desmond, il famoso Desmond Blue, nel quale il sassofonista braccio destro di Dave Brubeck ripropose alcuni standard più un paio di brani di sua composizione, facendosi accompagnare da un’intera orchestra con tanto di archi e fiati e con il supporto aggiunto di Jim Hall alla chitarra. È comunque fuor di dubbio che la storia dei Convulsivanti abbia colpito l’immaginazione di Dunn ben in profondità, dato che la musica risultante mostra spesso dei toni sinistri, arricchendosi di un misterioso magnetismo non privo di odori d’incenso. La scrittura e l’improvvisazione s’intercalano senza sforzo ma chi cerca nella musica dei momenti rasserenanti troverà in questo album esattamente l’opposto, un senso generalizzato di fascinosa – o fastidiosa, a seconda dei casi – inquietudine stimolato dall’ideale riflessione dell’Autore in questo suo accostarsi e misurarsi con eventi ritenuti inspiegabili, come quelli appunto descritti in precedenza in terra di Francia. Insieme al basso di Dunn, il trio Convulsant vede nel proprio organico la chitarrista Mary Halvorson e il batterista Ches Smith. Il quartetto Folie a Quatre è invece formato da Carla Kihlstedt alla viola ed al violino, Oscar Noriega ai clarini, Mariel Roberts al violoncello e Anna Webber ai flauti.

Secours Meurtriers, titolo del primo brano, è già un primo segnale d’inquietudine. La traduzione dal francese potrebbe essere quello di “sollievo o soccorso omicida”, qualcosa che mi ha ricordato la figura dell’accabadora sarda. Eppure questo brano ha un inizio quasi leggiadro, con qualche trillo di flauto a scansionare l’aria attorno a sé. Pochi accordi di chitarra senza effetti, una semplice linea d’accompagnamento violinistico. Poi parte una botta di suono con una serie di ritmi intercalati tra loro, la chitarra via via più rabbiosa e note acute di violino. Su tutti il lavoro ciclopico del batterista, un vero e proprio “convulsivante”, che continua ad innescare ritmi e cambi di passo senza cedimenti. A metà brano appare un intervento di flauti che tende ad alleggerire un po’ l’atmosfera ma è solo una parentesi. Di lì a poco avviene un serrato dialogo tra chitarra ed esplosiva batteria, con un finale hard di buona combinazione del trio con accompagnamento violinistico. Saint-Medard si allinea in un binario inizialmente scorrevole con il violino e la chitarra che svolgono all’unisono una scrittura melodica di una certa complessità. Il ritmo balza da una roccia all’altra come un ungulato procedendo da una parte improvvisata e rumorista verso una serie di effetti e proposizioni di corde di chitarra e di violino. Tutto cambia di nuovo, si torna verso una situazione jazz-rock più digeribile, con la comparsa del clarino basso, dei flauti, degli archi a formare comunque un insieme ben organizzato. Restore All Things riprende qualche buona idea da un precedente test di fusione del trio con un quartetto d’archi avvenuto nel 2015. L’esperimento non aveva soddisfatto Dunn, che tuttavia ha pensato di preservare quelli che riteneva validi spunti per riproporli in questo contesto. Il brano parte moderato, con la solita eccellente propulsione ritmica di Smith. Buona anche la linea di basso a costruire una trama su cui s’intercalano chitarra e archi. Restiamo in pieno clima jazz e verso metà brano avviene una sorta di sospensione, con il basso che insiste su un’unica nota di sostegno sulla quale effetti chitarristici, flauti e percussioni si concedono suoni liberi, quasi timidi. Con la ripresa autorevole della batteria si rientra in ambito più propriamente jazzistico, chiudendosi il tutto su qualche morbido arpeggio di chitarra.

1733 è un brano d’improvvisazione collettiva il cui abbrivio è un ostinato di note basse di violoncello su cui si sovrappongono più o meno progressivamente tutti gli strumenti a disposizione. Emerge la chitarra avanguardista della Halvorson che si fa strada tra i convulsi spasimi della batteria e gli strusci sulle corde degli archi, per realizzare a metà brano una nebbia sonora dove appaiono e scompaiono, alternandosi, i diversi musicisti. Echi di chitarra distorta, clarino che insegue i suoi ombrosi disegni e batteria che dopo un po’ di silenzio ritorna a farsi sentire, accompagnata da una rumorosa graticola di archi. L’onda di suoni sale e scende come una marea lavica, le orbite strumentali si allineano e disallineano cercando, nella parte conclusiva, una certa stabilità. The Asylum’s Guilt si fonda su una serie di note intervallate di basso da una quinta giusta. La melodia che ne viene è decisamente inquietante, resa tale anche dagli sfregamenti degli archi che compartecipano a quella che sembra, d’acchito, un soundtrack di un film horror. Finalmente si avverte più chiaramente il suono del clarino che anche se si guarda bene dal rischiarare la composizione riesce ad evidenziarsi meglio rispetto agli altri strumenti. Da questa serie di collages enigmatici non se ne esce, nonostante un bell’assolo pulito di chitarra ed un altrettanto melodico intervento di violino. Se Dunn voleva rendere l’idea dell’argomento d’un oscura crepa mentale riguardo alla storia dei Convulsivanti di Saint-Medard, devo dire che c’è riuscito in pieno. Escathology, nonostante l’inizio che sembra sfiorare la musica dodecafonica da camera del primo novecento, con un dialogo tra clarino e un arco – forse il violoncello – finisce per lambire un altro territorio, quello del bebop più parkeriano con l’intervento autorevole del flauto e la sezione ritmica che accompagna secondo necessità. Tutto però si sfilaccia temporaneamente in qualcosa d’altro, con alcune rullate di batteria, flauto, basso e qualche nervosa pennata di chitarra prima di riprendere, in modo forse un po’ meno serrato, lo schema bebop iniziale. Durerà poco, col clarino in libertà fino ad arrivare ad una chitarra con delay e distorsione. Direi, insomma, che l’imprevedibilità è una condizione costante in questa musica e soprattutto in questo brano. Gran finale con alcuni strumenti in sincrono, particolarmente la chitarra e il flauto, il che mi fa pensare ad una partitura scritta, pur complessa, proprio in fase di chiusura. Thaumaturge ci presenta Dunn al contrabbasso, inizialmente in solitudine, da cui emergono quasi timidamente ed in successione gli altri strumenti. La batteria e lo stesso contrabbasso tracciano una ritmica moderata, quasi per ammorbidire e rendere – relativamente – più rasserenante la chiosa dell’album. Bella la linea di violoncello, finalmente con una melodia tonale e riconoscibile, carica di una propria umbratile tristezza.

Bisognerebbe cercare, nei limiti del possibile, di mantenere separati gli avvenimenti storici e le speculazioni riflessive su quegli oscuri avvenimenti accaduti tre secoli fa, dalla prospettiva musicale che Dunn ha proposto in questo album. Non si tratta di musica molto semplice da gestire, immagino anche dal punto di vista creativo oltre che da quello dell’ascoltatore. Però l’Autore dimostra non solo una grossa competenza musicale ma anche un grande coraggio nelle sue proposte, certo non facili, che scorrono in Seances senza concessioni a nessun intervento di pacificazione sonora o di captatio benevolentiae verso il pubblico.

Tracklist:
01. Secours Meurtriers (7:25)
02. Saint-Médard (5:55)
03. Restore All Things (6:53)
04. 1733 (9:08)
05. The Asylum’s Guilt (7:02)
06. Eschatology (6:07)
07. Thaumaturge (4:57)

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