R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
Ne è passata di acqua sotto i ponti. Sei anni dopo Spirit, la band di Basildon esce oggi con la quindicesima fatica discografica. Memento Mori, questo il nuovo capitolo dell’avventura, si presenta come un viaggio sonoro ‘pesante’ sin dal titolo. La fatidica frase “ricordati che devi morire”, potrebbe portarci a sorridere (a noi italiani più degli altri perché la faremmo ricondurre al film di Troisi e Benigni “Non ci resta che piangere”), o a viverla con molta più leggerezza, se non fosse che nel frattempo è accaduto di tutto. I lavori dell’album, come confermato da Martin Gore, sono iniziati durante la pandemia e ciò ha influenzato la scrittura e le tematiche affrontate. C’è però un certo mood che pervade tutta l’opera ed è scontato far ricondurre quest’atmosfera alla scomparsa di Andrew Fletcher avvenuta l’anno scorso. Esserci nell’assenza è un po’ quel che accade quando hai significato qualcosa per qualcuno e hai fatto la differenza nella sua vita.

Da giorni, ascoltando questo disco m’interrogo sulle parole di Dave Gahan e nel voler specificare a tutti i costi che da un po’ di tempo a questa parte Fletcher non partecipasse più ai lavori in studio e anzi, che tutto sia migliorato da quando il nuovo rapporto di amicizia e fiducia, cementificato tra gli ultimi due membri rimasti nella band, abbia prodotto il suo allontanamento forzato. Ascolto, penso e ci rimugino sopra per giorni, fino a quando, riascoltando meglio Ghost Again, il nuovo singolo, mi soffermo sulle immagini del bellissimo video girato sempre dal genio e sodale Anton Corbijn. L’omaggio al celebre film “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman è evidente e la famosa partita con la morte rappresentata, che ognuno di noi gioca e che sa in principio di non vincere, non può essere solo un caso, ma è un richiamo al pensiero di un amico andato. Fletcher era un amico-collega di band e non ci si può indignare per ciò che ha detto Gahan, perché stiamo parlando di gente che si conosce da almeno quarant’anni e che durante tourneé, pause studio, ferie o momenti condivisi nel tour bus, hanno parlato di tutto. Donne, alcool, sesso, droga, problemi personali, persone scomparse e, in tutto questo, la morte è solo un altro argomento e il viaggio di una persona che hai amato, detestato e con la quale ti sei chiarito più e più volte. Penso quindi occorra parlare di musica e prendere Memento Mori per ciò che è. A proposito del già citato primo singolo, ciò che sorprende è notare come la voce di Dave non dia segni di cedimento e si presenti ancora una volta perfetta; d’altro canto, credo abbiano ascoltato molta musica durante l’isolamento, soprattutto proveniente dalla loro Perfida Albione e questo abbia influito nel risultato finale. Ghost Again mi ricorda infatti, alla lontana i Gene, una band brit pop da tempo dimenticata ma che può vantare un sound raffinato come pochi. Si tratta della traccia più pop, se così si può definire, di un disco che ha invece molto da dire a livello di elettronica, a cominciare da My Cosmos Is Mine, lunare, lenta e che ti avvolge in una coperta nera per darti il benvenuto (si fa per dire), a un’opera profonda. Wagging Tongue, decisamente più solare (anche qui, si fa per dire), nasce dalla collaborazione tra Gahan e Gore, i quali dialogano e si comprendono come non mai prima d’ora. C’è tutto il Depeche Mode sound concentrato in tre minuti e mezzo. A seguire la già citata Ghost Again, prima traccia di un quartetto di canzoni nato dalla collaborazione con Richard Butler, voce e leader dei Psychedelic Furs. Don’t Say You Love Me mette in risalto le mai troppo lodate doti canore di Gahan, ma c’è poco altro; si tratta infatti di un pezzo che non avrebbe di certo sfigurato in uno dei suoi dischi solisti nei quali vengono accolti collaboratori su collaboratori. Un po’ poco per un disco della loro band Madre. Meglio la successiva My Favourite Stranger, dove le spire di una creatura oscura avvolgono l’ascoltatore. Nel frattempo, la voce ci cattura e ci tiene incollati a un sottobosco costituito da un’elettronica più spinta e un tappeto quasi industrial che ci riporta a certe atmosfere care ai Nine Inch Nails. In Soul with Me, ecco giungere la voce inconfondibile di Martin Gore. Come da tradizione, in ogni disco dei Nostri sono presenti uno o più contributi diretti dell’artefice inconfondibile del sound targato Depeche Mode.

Un tappeto malinconico di sintetizzatori apre le danze per una prova intensa di Martin, il quale, da crooner navigato intrattiene la platea di fantasmi presenti nella sala da ballo dell’Overlook Hotel di Kubrickiana memoria. A seguire l’ultimo contributo di Richard Butler, in Caroline’s Monkey, una traccia che in apertura ricorda Dream On, primo singolo estratto da Exciter, album uscito nel 2001 e che in un certo senso ha segnato il nuovo corso della band. Sembra quasi di sentire l’eco di quel “Can you feel a little love?“, questo per lo meno finché non entra il ritornello e ci risveglia dal caldo torpore del passato. La ‘Scimmia di Caroline’ è ovviamente la stessa ben descritta da William S. Burroughs nel suo “La scimmia sulla schiena”; nella canzone infatti si parla di dipendenza e di sogni infranti (Caroline perde attraverso i buchi nella sua pelle la sua promessa di dolcezza, il perdono e tutto il resto. La scimmia di Caroline le tuba nell’orecchio e la guida come un demone attraverso le sue lacrime). A seguire Before We Drown, un pezzo coscritto da Gahan e il suo seguito di fidati collaboratori Peter Gordeno e Christian Eigner. È giunto il momento, anche se il disco non è ancora finito, di tirare delle somme. Questa canzone è la migliore del disco e ha al suo interno tutti gli stilemi del suono di una band intramontabile. Forse troppo e ora provo a spiegarmi meglio. All’alba del quindicesimo disco è ormai chiaro che i Depeche Mode stiano entrando in una fase che in passato hanno affrontato anche i Pink Floyd. A un certo punto queste grandi band hanno necessità di esplorare e tentare strade differenti e, nel caso specifico, abbiamo Dave Gahan che forte di esperienze soliste più o meno riuscite, pressa per poter avere più credito a livello compositivo. D’altro canto, Fletcher e Gore sembravano subire un momento di stanca che inevitabilmente li ha portati a cedere il passo per non ripetersi acconsentendo all’innesto di nuovi collaboratori portati direttamente dal frontman. Il paradosso è che queste nuove forze hanno talmente apprezzato e studiato la band, da essere ormai in grado di replicare il suono, portando così un contributo che nulla aggiunge e nulla toglie al gruppo originale. Accade infatti qualcosa di meglio solo quando i ruoli sono più chiari, come nel trittico successivo, nel quale Gore si occupa delle macchine e Gahan offre, al solito, interpretazioni magistrali. People Are Good, Always You e Never Let Me Go, seppur non aggiungano molto ai fasti del passato, ribadiscono il concetto che certi equilibri non vanno toccati ma occorre solo sedersi e ripensare assieme a quali strade in futuro li porteranno a un rinnovo e alla definizione di un nuovo corso della band. Speak to Me, con il contributo del solito Eigner, dei produttori James Ford e dell’italianissima Marta Salogni, chiude in maniera solenne ed equilibrata un disco di transizione che prova a fornirci le coordinate del futuro suono dei Depeche Mode.
E a tirare le somme getto una provocazione che pesa quanto questo Memento Mori: e se invece di tutti questi collaboratori Gore e Gahan non provassero a richiamare Alan Wilder? Costui ha fatto la differenza in tempi non sospetti e ha contribuito a forgiare dischi quali Black Celebration, Violator e Songs of Faith and Devotion. E se ci riprovassero di nuovo? Nel frattempo, tornando al disco, lo apprezzerete sicuramente. È un prodotto di qualità e a queste latitudini difficilmente si sbaglia, ma andare a fondo di sé stessi per ritrovare le proprie radici e cambiare il passo è come svegliarsi una mattina e decidere di smettere di sopravvivere e tornare a vivere.
Tracklist:
01. My Cosmos Is Mine (5:17)
02. Wagging Tongue (3:25)
03. Ghosts Again (3:59)
04. Don’t Say You Love Me (3:48)
05. My Favourite Stranger (3:57)
06. Soul With Me (4:15)
07. Caroline’s Monkey (4:17)
08. Before We Drown (4:05)
09. People Are Good (4:24)
10. Always You (4:19)
11. Never Let Me Go (4:04)
12. Speak To Me (4:36)
Photo © Anton Corbijn




![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)

Rispondi