R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Quando atterrate a Keflavik, l’aeroporto situato ad ovest di Reykjavik, la capitale islandese, troverete ad accogliervi il Nido di Jet, una scultura di Magnús Tómasson, che rappresenta, la schiusa di un guscio e quindi la nascita. Sembra un’ala quella che esce dall’uovo di metallo e potrebbe rappresentare un nuovo velivolo, dato che ci troviamo al di fuori dell’edificio del terminal, ma anche l’arto di un piccolo volatile maldestro che si affaccia timidamente alla vita. In questa cartolina potreste anche notare nello sfondo, l’Arcobaleno, un’opera dell’artista Rúrí e che probabilmente ha ispirato questa ottava e nuova fatica dei Sigur Rós. Átta, che in islandese significa proprio il numero 8, esce quasi a sorpresa a dieci anni di distanza dal suo predecessore Kveikur e mostra una copertina ambigua ma caratterizzata da una grande forza evocativa: un cielo azzurro e in primo piano un arcobaleno che brucia. Sembra quasi uno scherzo perché la mente non riesce ad associarla alle parole negative evocate dal cantante e leader della band Jón Birgisson detto Jónsi e dal sodale bassista Georg Hólm, unici membri originali rimasti in formazione. Se è pur vero che l’attualità è contraddistinta da pandemie, guerre, indifferenza vita nel metaverso o metavita nel verso, o mezza vita, occorre sempre guardare il lato positivo che in questo senso è rappresentato dal rientro in pianta stabile del tastierista e polistrumentista Kjartan Sveinsson.

Riassumiamo. La band islandese, dopo i capolavori iniziali costituiti dal trittico di uscite Ágætis byrjun del 1999, ( ) del 2002 e Takk… del 2005, forse in preda ad una voglia di stravolgere il proprio humus, si è un po’ smarrita e per strada ha perso, prima il tastierista Kjartan Sveinsson (che non compare nei crediti del precedente disco) e in seguito il batterista Orri Páll Dýrason (il quale si è dimesso da membro della band per difendersi da gravi accuse e per non far pesare la sua situazione all’interno del gruppo).
L’anno 2023 segna pertanto una nuova ripartenza segnata da un ritorno in grande stile a un suono più vicino a quello delle origini. I Sigur Rós oggi ritornano al passato con piccole ma sostanziali differenze. Innanzitutto vengono lasciate indietro l’elettronica che aveva contraddistinto l’episodio precedente e la batteria epica a cura dello stesso Dýrason. Il ritmo risulta quindi più ovattato e nascosto dalla stratificazione creata dalle chitarre, il basso e un muro sonoro costituito da tastiere, fiati e parti orchestrali.

Ad eccezione di Fall, nona traccia del disco, è infatti presente la London Contemporary Orchestra. Glóð ci accoglie in punta di piedi e a piccoli passi ci riporta nel mondo dei folletti islandesi, dove vocalizzi al contrario si scontrano con tastiere e chitarre distorte mentre la parte oschestrale crea il crescendo, proprio come un uovo che si schiude e consente alla creatura di prendere coraggio e affacciarsi al mondo. Blóðberg, il primo singolo estratto è la canzone scelta come apripista e si apre in sordina mentre Jónsi con tutta calma torna con la sua voce a ridisegnare i confini del suo mondo, così che, come in una sorta di Fantàsia (come la terra mitica de La Storia Infinita di Michael Ende), li può modificare e stravolgere a piacimento per costruire il nido di questo nuovo essere di luce. Blóðberg significa letteralmente ‘Roccia di sangue’ e questo tema è stato ben descritto dal co-produttore Paul Corley, il quale, descrivendo il video promozionale ha dichiarato: “Riguardo al futuro mi sento il più nichilista possibile. Siamo impotenti rispetto alle nostre stupidità. La musica di Blóðberg è diventata una colonna sonora dei miei pensieri miserabili, dando loro bellezza come solo la musica può fare“. E in effetti la bellezza si percepisce sin dal primo ascolto e prosegue con la successiva Skel.

Klettur e l’ultimo pezzo denominato 8, sono invece due tracce nelle quali il legame col passato è più evidente, soprattutto con l’era Takk…, dove tromboni, trombe, tuba e violino tornano ad invadere il patchwork e contribuiscono a rendere le due canzoni, se possibile, ancora più luminose. L’incedere è il medesimo anche se in Klettur il lavoro è condensato, mentre in 8 è decisamente più dilatato e la base diventa nel finale siderale e quasi impercettibile per consentire un’unione ciclica con la traccia di apertura. Non ho le prove ma credo che l’effetto sia voluto per creare un effetto di nascita, morte e rinascita dell’opera. Mór è pura orchestrazione nella quale il cantante si libra in volo e crea con la sua voce dei dolci saliscendi. Andrá (che significa Respirare), apre l’ipotetica seconda metà del disco e, per chi scrive è l’apice e Rubicone dell’opera. Una volta varcato il confine, l’essere di luce è ormai pronto a spiccare il volo e si sente sospinto da un vento favorevole librandosi su paesaggi incontaminati riscaldato da una tenue luce solare mentre apprezza il mondo che lo circonda. A seguire Gold, nella quale se possibile è ancora più evidente il bagno di luce mentre gli archi ci accompagnano in questo viaggio fino a scomparire e lasciare il posto a Ylur, la quale ripropone il copione già visto in Gold e forse per questo motivo non riesce ad essere apprezzata a pieno. Prima dei titoli di coda posti dalla già citata 8, ecco raggiungerci Fall, la canzone più intima del disco, quella in grado di mettere a nudo la creatura ormai cresciuta. E in questa cornice, davanti ai propri difetti, nella maturità comprende di poter uscire da qualsiasi situazione in pace con sé stessa.

Átta sa di qualcosa di familiare e porta con sé profumi e sapori che riaccendono la memoria. Non si tratta però di qualcosa di già sentito, piuttosto l’inizio di una nuova era, dove un’aroma ricercata si fa strada tra i nostri sensi dopo aver respirato per anni l’essenza della cenere di arcobaleno.

Tracklist:
01. Glóð (03:39)
02. Blóðberg (07:16)
03. Skel (04:58)
04. Klettur (06:31)
05. Mór (05:47)
06. Andrá (04:07)
07. Gold (05:13)
08. Ylur (05:55)
09. Fall (03:27)
10. 8 (09:41)


Photo © Tim Dunk



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