R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dall’esplosione delle supernovae disseminate in un cosmo illimitato, derivano i gas e tutti gli elementi chimici che vanno a disperdersi nello Spazio. Si ipotizza, quindi, che anche il nostro pianeta e i suoi organismi si siano originati in seguito all’assemblaggio casuale da parte delle molecole provenienti, miliardi di anni fa, da una di quelle stelle. L’immagine apocalittica che ci hanno regalato i cosmologi e gli astronomi non spaventa e nemmeno ammutolisce – tutt’altro – il Brian McCarthy Nonet, una robusta formazione strumentale che definire di pertinenza esclusiva nell’ambito jazz vorrebbe dire costringerla in un limite piuttosto ristretto. I nove elementi, compreso il sax contralto del leader McCarthy, non suonano solo jazz ma vera e propria musica moderna, molto vicina alla memoria dell’impronta orchestrale lasciata da un Gil Evans, dimostrando un’energia controllata e ben diretta secondo una lucida e coerente progettualità. Stimolati e suggestionati dalle riflessioni sulla continuità della vita, la visione di un cosmo inteso come un eterno avvicendarsi di luce e di esplosioni – che ha sostituito le obsolete credenze in un Ordine buio ed immutabile – ha portato quindi McCarthy e soci a pensare di realizzare questo nuovo album After/Life. Lo slash tra i due termini sembra alludere ad una Vita che non ha nemmeno più un dopo o un prima ma che s’innesta in un continuo ciclo di annichilimenti e rinascite. Proprio come nella concezione della Natura intesa dagli antichi greci, quella Physis che possiede nella radice del verbo Phyein – generare, nascere, germogliare – il fine coerente e persistente contenuto nel suo stesso significato. Dalla musica di McCarthy non bisogna aspettarsi niente di caotico – nonostante il ruolo giocato da questo termine nell’evoluzione cosmica – e nemmeno caligini sonore particolarmente pressanti. La potenza espressiva di un gruppo di nove strumentisti non copre né cancella nulla delle singole peculiarità ma anzi, ne valorizza le qualità raggiungendo comunque una perfetta visione equilibrata dell’insieme. Tutto questo non dovrebbe suscitare sorpresa alcuna, avendo l’esordio di questo ensemble, nel validissimo The Better Angels of Our Nature del 2017, convinto molti – me compreso – delle eccezionali qualità della musica organizzata dal sassofonista del Vermont. L’architettura di questa piccola orchestra sorretta da ben sei fiati è frutto di una oculata gestione delle strutture, di una sintassi intesa alla formulazione di un’ipotesi di nuovo jazz contemporaneo, senza sovraccarichi atonali né derivazioni free ma seguendo sempre una strada quasi rigorosamente armonica e consonante.

La lunga suite in tre movimenti che si espande nella seconda parte dell’album dimostra di possedere una sensualità calda e pastosa, come ai tempi di Ellington, pur essendo impostata su criteri più contemporanei. E i paragoni con il Duca e con il già citato Evans non vi sembrino esagerati, perché se c’è infatti un gruppo con cui certi raffronti possono tranquillamente reggere questa è proprio il Brian McCarthy Nonet. La formazione di cui ci stiamo occupando – curiosamente nove elementi come i nove pianeti del nostro sistema solare – si realizza attorno a Brian Mc Charthy, contraltista e sopranista, a mio parere uno tra i migliori sassofoni attualmente sulla scena internazionale, anche se non ha finora realizzato numerose pubblicazioni. Oltre al già nominato e precedente album del 2017 pubblicato col suo nonetto, dobbiamo citare l’esordio in quartetto Brian McCarthy Quartet (2011), This Just In con un quintetto (2013) e Codex (2017). Accanto al leader troviamo i sette ottavi degli elementi presenti nel precedente Better Angels… con l’eccezione del batterista Zac Harmon, sostituito ora da Jared Schonig. Alla tromba e al flicorno c’è Bill Mobley, ai sax tenori Daniel Ian Smith e Stantawn Kendrick, al trombone Cameron Mc Manus, al sax baritono Andrew Gutauskas, al contrabbasso Matt Aronoff e al piano Justin Kauflin.

L’album si apre con Nebula, introdotta dalla nota di un Mi basso ottenuta dall’insistito sfregamento dell’archetto sul contrabbasso. Sembra la vibrazione cupa e iniziale di Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss, lo zero metafisico che precede la sintesi della Materia. Una tenebra che viene cullata da qualche nota di piano e qualche lampo di luce prodotto dai piatti della batteria. Poi il crescendo, con l’inizio vero e proprio che si presenta nel brano a seguire, The Beginning. Questo pezzo si annuncia con una sequenza insistita dei fiati e la ritmica scansionata da una serie ripetuta di accordi di piano. Nei temi, bellissimi, portati dai fiati, s’incunea il contrabbasso, con la batteria che seleziona i suoi ritmi con decisione e delicatezza. Mentre i fiati si rincorrono e si rispondono l’un l’altro, con i loro suoni che si spartiscono progressivamente la scena, compare il sax di McCarthy. Una moderata irruenza, ben controllata, con quei suoi fraseggi che scorrono limpidi, senza accavallarsi gli uni sugli altri, dimostrando sicurezza e chiarezza d’idee. Mentre la batteria continua a setacciare il ritmo e i gruppi di ance entrano ed escono dal cerchio magico che si è venuto a creare, toccherà al sax tenore di Smith portare in alto la tensione e spingerla al suo massimo, incrementando velocità ed energia propulsiva. Il brano rallenta, diventa quasi una ballad ed è il pianoforte, ora, a cantare il suo magistero esecutivo. In un secondo tempo tutto torna a velocizzarsi e si vira verso atmosfere be-bop, sempre con il piano in evidenza. La ripresa dei fiati è un vero spettacolo d’insieme, una perfetta sintesi di scrittura dominata dalla fantasia e dalla sapienza orchestrale. Non posso fare a meno di pensare di trovarmi di fronte ad una grande band di jazzisti e ad una musica che non ci è dato tutti i giorni di ascoltare e di godere com’è appunto questa. Flux inizia con un lungo soliloquio dei fiati, una melodia complessa ma rigorosamente tonale con il sax baritono che contrappunta gli altri sax e la tromba. Attenzione! Qui non c’è quasi nulla d’improvvisato. Si tratta invece di una scrittura raffinata, una partitura precisa e validamente armonizzata come spesso ne compaiono lungo il decorso dell’album. Quando le ance cessano il loro discorso, il piano s’incentra in un ostinato che s’appoggia sulla trama delicata ma puntuale del contrabbasso e della batteria. Altro intervento di McCarthy che procede con quel suo stile fatto di note staccate, ben riconoscibili le une dalle altre. L’assolo di sax è prolungato, ovviamente questa volta improvvisato, con un notevole incastro tra pianoforte e ritmica, fino al punto in cui lentamente, come il sorgere di un nuovo giorno, re-intervengono i fiati nel loro insieme. La ripresa dell’ostinato di piano sopra accennato prelude all’ultima fase di questo flusso di materia sonora. Brano magnifico, splendidamente suonato ed orchestrato in tutte le sue parti.

Kepler’s Law si organizza ellitticamente intorno ad un solo iniziale di contrabbasso a cui s’affianca la tromba in solitudine con un bel tema melodico che viene ben presto riproposto dall’intervento degli altri fiati. Ci troviamo ora in una sorta d’interregno, un sistema orbitante attorno ai pianeti di Mingus, di Ellington, di Gil Evans. Anche fosse solo estrapolato dal contesto, questo pezzo si reggerebbe benissimo in autonomia, essendo in fondo quasi una ballad pianoless magnificata dall’impasto degli strumenti a fiato. Si entra ora nella vera e propria After/Life Suite con il Movement I. Non abbiamo ancora finito di stupirci perché questo brano è forse il migliore in assoluto dell’intera raccolta. È swing, signori, puro swing come non se ne ascoltava da anni. Se vogliamo, si tratta di una traccia molto rilassata. Quasi venisse certificato il passaggio dalla convulsione gassosa della Creazione all’organizzazione della Materia fin nei suoi pletorici dettagli. Ma forse l’intento di McCarthy, più semplicemente, racchiude in sé solo il desiderio di strutturare un pezzo che abbia la massima eleganza e che possa suonare moderno senza ombrose dissonanze. L’assolo di sax – forse il baritono – ne precede un secondo di flicorno per poi ripescare, nelle tranquille acque gestite da qualche accennata onda pianistica, il tema swingante, assolutamente irresistibile. Voliamo sempre alti con il Movement II che vede spegnersi lo swing ed accendersi una fase più meditativa e raccolta in cui su pochi ma significativi accordi di piano, la tromba e il sax si alternano ciascuno in un assolo che finisce poi per fondersi con l’intervento degli altri fiati. Ancora una volta, come già accennato all’inizio di questa recensione, il collettivo non smorza il singolo nelle sue escursioni ma ne valorizza la presenza e l’inventiva. Nella seconda parte del brano è la volta di un duetto tra il pianoforte, elegante come sempre, che si apparta in un dialogo tranquillo col contrabbasso. Possiamo qui ascoltare la perizia tecnica del pianismo di Kauflin che si lancia in un assolo a terminare tra le braccia dei fiati, pian piano assorbendosi nella loro sonorità. Un colpo secco sul cerchio di un tamburo promuove l’avvio di Movement III, quasi un blues dalle risonanze alla Brandford Marsalis, con tanto di contrabbasso a inventarsi una trama stretta su cui piano, tromba e contralto a cui s’aggiungerà un sax tenore, improvvisano i loro interventi. Da notare lo splendido – e non è un’esagerazione – contrappunto di sax baritono. Il contorno orchestrale, eclettico e variopinto, dimostra un’ingegnosità armonica rara, con il trombone che trova i suoi spazi tra le trame strette lasciate a disposizione. Lucy, l’ultimo brano della sequenza, ha una storia curiosa alle spalle. Questo nome era stato dato ad una missione spaziale N.A.S.A del 2021 ma a sua volta Lucy era anche il termine con cui si designò, nel 1974, la scoperta in Etiopia dei resti di australopiteco molto ben conservato. I paleontologi, dopo aver certificato il sesso dei resti fossilizzati, le diedero il nome Lucy, ispirandosi ad una delle canzoni più gettonate nell’accampamento degli studiosi, cioè Lucy in the Sky with Diamonds… Così qualcosa accomuna la ricerca spaziale sulla genesi del nostro sistema solare e l’altra indagine sull’origine del genere umano. Il brano è molto accomodante, un blues swingante come migliore epitome di un lavoro memorabile pari a questo.

Non è un astronomo, McCarthy, ma forse è un oceanografo esperto nella mappatura di continenti sommersi. Le orchestrazioni dei suoi brani, l’equilibrio di una fluida e buona scrittura, sono argomenti che vengono oggigiorno trattati con meno frequenza, vuoi perché le formazioni più numerose godono forse di meno ascolti rispetto al passato, oppure perché il lavoro di arrangiamento richiede uno sforzo molto più complesso che una serie di libere improvvisazione su tema. La musica porta i segni di una filiazione dalle piccole, medie orchestre di ieri e approfitta del turbamento profondamente universale che da sempre ha interessato l’umanità. Da dove proveniamo e dove andremo? La Scienza prova a dare una certa risposta, l’Arte ne offre altre. McCarthy & C. interpretano a modo loro la vertigine della contemplazione cosmica, utilizzando gli strumenti armonici di sempre e riuscendo ad assemblare uno dei più bei lavori di jazz e dintorni che mi sia capitato di ascoltare in questi ultimi anni.

Tracklist:
01. Nebula (03:08)
02. The Beginning (15:09)
03. Flux (12:10)
04. Kepler’s Law (05:11)
05. After|life Movement I (12:42)
06. After|life Movement II (08:01)
07. After|life Movement III (06:55)
08. Lucy (04:54)

Photo © Ashton J. Herrewyn

 

 

 

 


 

One response to “Brian McCarthy Nonet – After Life (Truth Revolution Recording Colective, 2023)”

  1. […] cosmologicamente simile, come quello di Brian McCarthy, After Life, la cui recensione troverete qui. Ovviamente è del tutto plausibile aspettarsi una musica impegnativa, da ascoltare con pazienza e […]

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere