R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’osservazione che più di ogni altra viene nell’immediato, parlando della Penguin Cafè, è paragonarla alla passata Penguin Cafè Orchestra dei suoi fondatori, in particolare il britannico chitarrista Simon Jeffes e la violoncellista Helen Liebmann, che tennero a battesimo il gruppo tra il 1972 e il 1973. Purtroppo non si scappa da questi raffronti, volenti o nolenti, vuoi perché la Penguin Cafè, nata dieci anni dopo la fine della band originaria, è ora guidata dal figlio di Simon – morto nel 1997 – il pianista e polistrumentista Arthur Jeffes, e anche perché le tematiche che questo gruppo sostiene vogliono dimostrarsi, almeno teoricamente, in continuità con quelle proposte dall’Orchestra. Ma secondo le recenti dichiarazioni dell’attuale leader della band, una certa differenza, particolarmente in questo ultimo disco – Rain Before Seven – si sarebbe dovuta evidenziare nell’atmosfera genericamente più serena e sollevata rispetto ai toni fondamentalmente malinconici lasciati in eredità dalla formazione storica precedente e comunque presenti da A Matter of Life (2011) in poi. A dire la verità, a tutt’oggi, non mi è sembrato di notare un sostanziale mutamento né di stile né d’intenzione. Piuttosto ho l’impressione che questo album, pur straboccante della solita grazia indiscussa che accompagna da sempre i lavori della dinastia pinguina, sia un passetto indietro rispetto alla riedizione rimasterizzata di A Matter of LIfe che mi ha rinfrescato la memoria a dieci anni dalla sua primitiva pubblicazione. Quelle musiche essenziali, spesso costruite su cadenze molto semplici che poi germogliavano in suoni ramificati e inaspettati e che sono stati spesso un classico biglietto da visita soprattutto dell’originale Orchestra, ora slittano in territori più vicini alla New Age e hanno perso un poco di quella magia e di quell’effetto sorpresa presenti un tempo. Certo, oggi come oggi vi sono componenti ritmiche ed elettroniche più accentuate ma forse quel clima un po’ carbonaro, da cafè chantant sospeso nel tempo, l’aria aristocratica e snob di un gruppo sostanzialmente acustico votato all’immaginazione e fiero di non appartenere a nessun genere precostituito, probabilmente si è un po’ sbiadito.

Resta però, e questa fortunatamente pare essere una costante ereditaria, la capacità di stemperare le emozioni, di rendere l’allegria e la tristezza quasi tangenti tra loro, di modo che non sia mai netto il limite tra un mood emotivo e il suo opposto. Una caratteristica quasi unica, questa, di sfumare le emozioni in un mondo dove invece si tenta sempre di forzarle e renderle delineate e appariscenti fino all’autentica pornografia. ll titolo apparentemente strano di questo ultimo album, Rain Before Seven è parte di un proverbio a carattere meteorologico che nella sua interezza suona così “…rain before seven, fine before eleven”, più o meno come il nostro “…rosso di sera ecc...” . I fondamentali di questo disco sono probabilmente stati progettati, almeno a grandi linee, durante l’isolamento pandemico che obbligò Jeffes nella sua casa in Toscana condivisa con la madre Emily Young, una tra le più importanti scultrici inglesi nonché moglie ed ex collaboratrice dello scomparso Simon – dipinse lei tutte le copertine dei dischi dell’Orchestra (n.d.r.). Proprio in questo ultimo lavoro, Jeffes mette in risalto la sua natura di polistrumentista affiancando al classico pianoforte l’ukulele, il synth, il balafon – uno xilofono che viene dalla tradizione sub-sahariana – il dulcitone, tastiera di origine scozzese dal suono debole e soave e il quatro, che è una chitarra con una particolare accordatura e che serve essenzialmente come strumento ritmico. Insieme a Jeffes nell’album suonano Clementine Brown e Oli Langford ai violini, Rebecca Waterworth al violoncello, Andy Waterworth al contrabbasso, Avvon Chambers alle percussioni e Alessandro Stefana alla lap steel guitar.
Si apre la musica con Welcome to London che descrive sul filo sottile dell’ironia il ritorno post pandemico dell’Autore in Inghilterra. Un tappeto percussivo costante in cui si avverte la presenza del balafon suonato da Jeffes, sostiene un tema per archi dall’ampio respiro, direi…liberatorio. Inaspettatamente nella seconda parte compare una chiara citazione di Morricone a L’uomo dell’Armonica da C’era una volta il West (1968). Il secondo brano, Temporary Shelter From the Storm è un delizioso bozzetto, immediato nella sua ordinaria eccentricità, costruito su una coppia di accordi in rivolto a distanza di un tono, con l’arpeggio strutturale del piano, archi e il balafon a dargli un valore esotico assortito che rimanda alla luce del sud mediterraneo. Non so se nelle intenzioni della Penguin ci fosse l’idea di costruire un pezzo gioioso ma certo è che una costante brezza crepuscolare lo attraversa da cima a fondo e proprio un brano come questo è in grado di avvicinarsi maggiormente al vecchio spirito dell’Orchestra. In Re Budd è dedicata allo scomparso compositore Harold Budd ed è un brano costruito su una cadenza plagale tra il IV e il I grado armonico. Anche questa traccia ha un’ossatura elementare, reiterata, con un piano verticale preparato che vi disegna sopra una semplice melodia e il balafon a impreziosire il tutto con un candido ricamo aggiuntivo in stile sudamericano. Nonostante la dedica, la musica si snoda attraverso un clima allegro ma non troppo, in virtù di quella capacità di mitigare i sentimenti che abbiamo visto essere propria nell’intera storia della Penguin. Second Variety si sposta verso una dimensione new-age e questa volta l’atmosfera si fa più malinconica. Anche in questo caso la componente armonica è piuttosto lineare e si ascolta la melodica suonata e bene da Jeffes. Galahad è un’altra dedica post-mortem, questa volta al cane con cui Jeffes ha condiviso sedici anni di vita. Il violino iniziale intona una melodia molto triste ma presto l’arpeggio di piano ricorda visibilmente le corse di Galahad nei prati, annusando quel senso dell’aria che solo gli animali conoscono e che gli umani spesso dimenticano. L’intreccio tra gli archi si fa via via più interessante e la componente ritmica rimarca la sequenza della corsa che pare confondersi con un battito di cuore. In questo caso non si fa parsimonia di note né di sentimenti ma Jeffes è attento a muoversi su quella linea di confine che separa una semplice reminescienza dalla melassa della ridondanza emotiva.
Might Be Something è strutturalmente uno dei brani più interessanti e si delinea attraverso un arpeggio di pianoforte rinforzato dalle note del contrabbasso. L’intervento degli archi immette una traccia di romanticismo nel brano e quando la loro presenza si affievolisce, resta il trio piano-contrabbasso-batteria che osa persino un poco di jazz. Bello l’incrocio tra il violoncello e gli altri archi che impostano una vera e propria musica da camera. Non un capolavoro, certo, ma un insieme di buone intenzioni che fanno onore alla creatività dell’ensemble. È la volta di No One Really Lives…, probabilmente una riflessione sugli abbandoni e sulle lontananze, definitive o temporanee che siano. Il brano soffre di un accompagnamento d’archi troppo pesante e affiora un po’ di retorica e di verbosità negli arrangiamenti per cui l’incedere maschera eccessivamente la bella linea melodica dal sapor di barocco veneziano. Find Your Feet è il punto meno alto dell’intero album. Un brano che poppeggia un po’ qui e un po’ là ma che se non fosse stato inserito in scaletta non avrebbe creato comunque forti rimpianti. Lamborghini 754 è un vecchio trattore in uso nella campagna toscana di proprietà dei Jeffes. La stravaganza latente della Penguin si trasmette geneticamente, dato che in questa dedica è contenuta una maggiore riflessione malinconica che in quasi tutti gli altri brani. Evidentemente qui funziona una dinamica da oggetto transizionale, per cui sono le cose appartenute ai luoghi e alle persone che con il loro potere evocativo spesso ci fanno ricordare volti e affetti perduti. Un po’ come un orologio da polso, una spilla, un vecchio quaderno, oggetti comuni portati dalla risacca… Un brano molto vicino all’antica produzione dell’Orchestra, quasi più per ideazione che non per la pura realizzazione musicale. Goldfinch Yodel vuole chiudere in allegra levità, come una danza irlandese tra violini incalzanti e percussioni cadenzate. Ma quello che apparentemente sembra una chiosa spensierata si dimostra, coi suoi momenti di ritorno e il suo finale in progressivo spegnimento, più che un momento gioioso a prescindere, un attimo di serenità nonostante tutto. Un po’ come quelle code dei film felliniani, dove i drammi si diluiscono spesso in speranzosi quanto mesti sorrisi.
A tirar le somme di questo Rain Before Seven si rischia forse di apparire un po’ troppo conservatori. Anche la copertina dell’album, con quelle ombre di pinguini monocolori, sembrano essere così distanti dai surreali animali colorati di un tempo, in pose umane e in contesti ambientali naif. Evidentemente questi pinguini qualche piuma l’hanno persa col cambio di stagione, anche se i territori visitati sono sempre quelli acustici che conosciamo ed abbiamo imparato ad apprezzare fin dalla loro apparizione cinquant’anni fa. Jeffes avrebbe tutto il diritto e la conseguente libertà di cambiare rotta quando lo ritenesse opportuno ma il desiderio di continuità della tradizione paterna sembra evidentemente più forte di ogni velleità innovativa. Eppure, ragionando con freddezza e dopo numerosi ascolti, mi sembra che questa formazione resti in equilibrio sul filo del rasoio, incerta sul continuare a percorrere l’antica strada o intraprendere percorsi complementari ma almeno più originali nella forma.
Tracklist:
01. Welcome to London (4:49)
02. Temporary Shelter from the Storm (4:56)
03. In Re Budd (4:23)
04. Second Variety (3:54)
05. Galahad (6:11)
06. Might Be Something (6:30)
07. No One Really Leaves… (4:55)
08. Find Your Feet (4:18)
09. Lamborghini 754 (4:24)
10. Goldfinch Yodel (4:50)
Photo © Alex Kozobolis






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