R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non dovrebbe sembrarvi nuovo il nome del sassofonista e flautista Michael Blake. Questo musicista canadese cinquantanovenne ha infatti condiviso con i newyorkesi Lounge Lizards fondati da John Lurie e Arto Lindsay almeno dieci anni di carriera, collocandosi all’interno del gruppo come sopranista durante il decennio ’89-’99. Probabilmente in quel periodo così creativo Blake deve aver affinato le sue arti compositive perché la sua carriera da solista inizia ufficialmente nel ’97 con la pubblicazione del suo primo album, Kingdom of Champa dedicato all’omonima regione vietnamita. Seguiranno tredici album come titolare assoluto e altri quattro in condivisione, ad esempio con Ben Allison, Frank Kimbrough, Lonnie Smith e altri ancora. Il suo ultimo lavoro è questo Dance of the Mystic Bliss (= danza delle mistica beatitudine), dal titolo evocativo ma che rischia di essere fuorviante. Non si tratta di un album che abbia propositi metafisici, per quanto l’Arte si possa collocare, in un modo o nell’altro, in un territorio di confine tra Materia e Spirito – sempre che sia lecito tenere separati questi due concetti. Blake opera invece su un terreno costituito da una solida base di musicisti, un nuovo assemblaggio che ha chiamato Chroma Nova, formato da tre brasiliani che sono Rogerio Boccato alle percussioni, Mauro Refosco alle percussioni e alla marimba e Guilherme Monteiro alla chitarra elettrica, oltre a Skye Steele al violino, alla rabeca – o violino portoghese – Chris Hoffman al violoncello e Michael Bates al basso. Blake passa con disinvoltura dal sax tenore al soprano e anche al flauto che, ci tiene vezzosamente lui stesso a precisare, è un comune strumento cheap da studio, lo stesso su cui imparò ad approcciarsi, ispirandosi in parte a Youssef Lateef. Ma il vero amore dichiarato dello strumentista canadese è proprio per la musica brasiliana, come racconta al giornalista Morgan Enos in un’intervista rilasciata per la rivista London Jazz News il 29 maggio di quest’anno. L’album così realizzato – come molti altri è stato concepito in periodo pandemico – è dedicato alla madre di Blake che fu ballerina professionista, e nonostante sia un omaggio postumo, questo disco non naviga su rotte malinconiche.

L’apporto dei musicisti latini, pur non essendo culturalmente soverchiante, mantiene atmosfere luminose dettate da ritmi più esuberanti che introversi, muovendosi in diverse direzioni geografiche. Ci si distende tra Sudamerica, Africa, USA, Penisola Balcanica ed Europa occidentale con stratificazioni in strutture musicali piuttosto complesse, sebbene non così problematiche da decifrare. Questa musica, comunque, non è facilmente consumabile ma al contrario esige attenzione nel saper leggere tridimensionalmente le numerose ed eterogenee dinamiche che possiede. Immaginiamo quindi di contemplare un grande mosaico policromo, in cui tutte le componenti siano di colore diverso ma che tendano ad integrarsi, al fine, in una forma compiuta e armoniosa.

Merle the Pearl è il brano d’apertura dedicato proprio alla madre Merle. Potremmo dire che effettivamente la musica danzi sulle proprie note, con un accompagnamento realizzato dalla chitarra su cui si innestano gradatamente le percussioni e poi il pizzicato dei violini a costituire la base su cui si muove un tema gioioso e delicato, con forti influenze popolari medio-orientali. Il sax non si espone troppo, ricalcando il tema insieme ai violini e raccordando le parti con qualche fraseggio ben articolato. Un brano accattivante, nel suo complesso, che lascia adito ad un momento introspettivo dal minuto 01 e 27” e che si prolunga per qualche secondo avanti la ripresa del tema portante. Verso il finale, Blake opta per un piccolo assolo prima che il ballo si chiuda definitivamente. Le Coeur du Jardin ha l’andamento ondeggiante di una musica che profuma di notti nel deserto, con Blake che canta la visione delle stelle al sax soprano. Percussioni gentili accompagnano una melodia lirica e inafferrabile, fin quando in un secondo tempo Refosco alla marimba e Steele al violino catturano l’attenzione, avventurandosi, quest’ultimo, in un piacevole excursus solistico. Sarà poi la volta di Blake a volare in alto con un assolo che si libra nello spazio. E qui non posso fare altro che segnalare le qualità tecniche ed espressive di questo sassofonista. Blake non suona cascate di note ma infila una serie di passaggi ammiccanti, restando nell’ambito di una elegante sobrietà stilistica. Tra i brani migliori dell’album, con il finale affidato alla marimba. Little Demons muta decisamente registro. Come in un sabba stregonesco, il tema iniziale si regola giocando all’interno di un intervallo di un’ottava, dove in una complessa trama di sovrapposizioni ritmiche si evoca il demone del be-bop, tenuto comunque a bada dal sax tenore di Blake. Il sassofonista è abile a non farsi distrarre più di tanto nella costruzione dei suoi fraseggi che portano l’impressione delle pentatoniche blues, suggestione rafforzata dalla comparsa della chitarra elettrica. Il brano, a questo punto, cambia direzione per intraprendere il sentiero del jazz-rock con la chitarra, cattiva al punto giusto, di Monteiro. In sovraincisione, Blake aggiunge due sax rinforzando il riff finale. Love Finally Arrives inizia imprevedibilmente con una sovra-incisione di due violini che dialogano strettamente col tenore di Blake. Questa dialettica strumentale continua adagiandosi su un accompagnamento di chitarra, basso e percussioni, basato su pochi accordi che tendono a ripresentarsi in maniera quasi pop se non fosse per le sferzate di sax che tengono lontano ogni rischio di banalizzazione. Tuttavia la forma-accompagnamento così reiterante costituisce una specie di messa a terra per questo brano che, volendolo leggere a volo d’uccello, avrebbe potuto anche adattarsi alle sorti di una buona love-song – alla Sting, tanto per capirci. In Topanga Burns la sorpresa consiste inizialmente nel trovarsi di fronte ad una danza dagli accenti balcanici per poi piegare, con una chitarra fortemente distorta unita all’apporto del sax soprano, quasi in un pezzo a metà tra un rock pesante ed una deviazione free. Mi sembra di cogliere in Blake, in questo frangente, i segnali più evidenti di uno dei suoi mentori, cioè David Liebman.

Sagra, nonostante all’inizio sembri una musica processionale, si trasforma in un’altra atmosfera danzante dai toni un po’ mediterranei e un po’ celtici, ma l’amalgama che si crea attraverso vari continenti tra cui quello brasiliano e africano ed è un po’ il marchio di fabbrica di questo album. Gli elementi percussivi, i violini, la festosità allegra del sax, tutto rimanda ad un cross-over di tradizioni attraverso varie impronte vitalistiche all’insegna di una voglia esuberante di balli e danze. Poco importa, a questo punto, la provenienza culturale perché tutto si mescola in una combinazione all’insegna dell’ottimismo e del buonumore. Quando è la volta di Prune Pluck Pangloss compare il flauto che prelude a un momento caraibico, ben condotto dalle percussioni variopinte e rimarcato dal tema impostato dal tenore di Blake. Poi il brano diventa un substrato sudamericano, una specie di bossa rinfrancata dalla chitarra e naturalmente dal sax. Ricompare anche qui il flauto sovra-inciso per brevi momenti facendo sconfinare la traccia in un’oasi di serenità dai colori accesi, salvo poi, usando la timbrica di Roland Kirk, iniettare momenti intertestuali più drammatici in cui sax e chitarra viaggiano all’unisono drammatizzando un poco il clima nel finale. Ma se vogliamo capire per bene l’opera di Blake al flauto dobbiamo ascoltare la seguente The Meadows. Blake fa ondeggiare alcune note sognanti che planano sull’accompagnamento degli archi. Dopo questa introduzione procede il momento migliore in cui sugli archi anche pizzicati e con la chitarra che scandisce le sue corde sullo sfondo, il flauto si concede degli improvvisati voli aerei. Il basso poderoso e caldo, con Monteiro che mostra tutta la sua classe in un assolo convincente, prelude all’ulteriore intervento di flauto. La melodia che ne risulta dall’insieme di tutti gli strumenti costituisce, a mio parere, il momento più alto dell’album. Weeds si allarga con toni misteriosi e un po’ cupi, il basso di Bates ne sancisce il clima inquietante. Il tema si allunga tra le note di violoncello, di chitarra e di sax che procedono sottobraccio fino a quando Monteiro distorce i suoi suoni prima di affrontare un assolo quasi spettrale. L’improvvisazione sancisce un liberi tutti che circa a metà brano sembra protendere per una svolta free. Ma è ancora il contrabbasso a decidere curve e movimenti del pezzo, impostando atmosfere mingusiane ed ellingtoniane in un finale molto interessante in cui ricompare il tenore di Blake, mentre sul fondo gli archi s’allargano in un solido panorama armonico. Si chiude con Cleopatra in cui il sax risuona in una foschia di effetti sonori. Sembra quasi una rilettura personale di Stravinski e dell’incipit della sua Sagra della Primavera se non fosse che poi Blake melodizza una musica rarefatta, fredda e vagamente luttuosa. Lo seguono soprattutto la chitarra, il contrabbasso e la perenne presenza delle percussioni.

Blake non è una personalità musicale enigmatica, tuttavia un album come questo possiede un metatesto da interpretare, perché la sua grammatica che spesso nasconde e allude ad altro, avrebbe fatto la felicità di uno studioso come Bateson. Il linguaggio di superficie si scompone in sotto-sintagmi e non sempre questi ultimi sono così immediati da comprendere. Tuttavia la forma con cui questa musica viene presentata è sempre godibile, magari non sempre subitaneamente assimilata ma comunque costantemente aperta al piacere dell’ascolto.

Tracklist:
01. Merle the Pearl
02. Le Coeur du Jardin (The Heart of the Garden)
03. Little Demons
04. Love Finally Arrives
05. Topanga Burns
06. Sagra
07. Prune Pluck Pangloss
08. The Meadows
09. Weeds
10. Cleopatra

Photo © (2) Marc Santos

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