L I V E – R E P O R T
Articolo di Margherita Cattaneo
“Ergonomic for the rest of my days, I’d rather melt, melt, melt, melt, melt, melt, melt away”.
Gli Squid sono una band inglese di Brighton, parte della scena che ruota attorno al pub The Windmill di Brixton. Con chiare radici post-punk, non evitano di addentrarsi in sonorità più sperimentali e melodiche, con ritmiche complesse e manipolazioni interessanti che regalano alla loro musica costanti spunti innovativi.
Arrivo alla Santeria Toscana di Milano, dove mi ritrovo con amici conosciuti a vari concerti. Entriamo, ci piazziamo come solito sottopalco e iniziamo ad aspettare. In apertura a queste date europee vi è Naima Bock, scelta azzardata che purtroppo non viene molto apprezzata dal pubblico. Una voce forte e adornata da molti vocalizzi, folk inglese che sarebbe stato più azzeccato su un palco piccolo e intimo, con persone magari non in trepidazione di scatenarsi su dei ritmi post-punk. Concluso il suo set Naima Bock ringrazia comunque il pubblico, che seppur non incantato non ha disprezzato la performance, e scende dal palco.
Arriva il momento. Sale sul palco Laurie Nankiwell che scalda la tromba, seguito poi dal resto della band: Arthur Leadbetter, Louis Borlase, Anton Pearson e Ollie Judge. Si posizionano ai loro ormai affermati posti, aggiustano un attimo gli strumenti e da quella che sembra una tipica jam iniziale iniziano ad uscire le note dell’introduzione di Swing (In A Dream), brano che oltre ad aprire questo concerto apre anche il loro ultimo album O’ Monolith. In un tempo trasportante di 7/8, Judge attacca con il testo della canzone. Ancora mi chiedo come faccia a cantare e suonare la batteria contemporaneamente, considerati i tempi scomodi in cui gli Squid tendono a mettere i loro brani. Ma lui continua, con quel sorrisetto demoniaco che ritornerà spesso nel corso della serata, incapsulante dei sentimenti destabilizzanti e talvolta angoscianti presenti nella loro discografia.

Il secondo brano è If You Had Seen The Bulls Swimming Attempts You Would Have Stayed Away, che mette in buona luce le qualità timbriche della band, più lento ma comunque instabile, con una piacevole tromba distinta che finisce per essere risucchiata nella saturazione strumentale sul culmine finale della canzone. Siamo solo al secondo pezzo ma già le mie orecchie sono state conquistate da questi ragazzi, dal modo in cui il materiale sonoro udibile nelle registrazioni in studio assuma ancor più vitalità e singolarità dal vivo.
La tripletta iniziale da O’ Monolith si conclude con Undergrowth, singolo che ricordo con simpatia siccome il suo rilascio è stato accompagnato da un videogioco online. Un po’ rimpiango di non poter udire uno dei momenti che preferisco nell’album, ovvero il passaggio finale di Siphon Song da cui scaturisce organicamente l’introduzione di Undergrowth, ma l’arrivo del ritornello mi fa subito dimenticare ciò grazie alle urla di Ollie e a quelle della gente.
Il momento in cui il concerto assume una marcia in più scaturisce dai brani tratti dal primo album Bright Green Field: è durante GSK e Narrator che il pubblico finalmente si lascia andare all’atteso pogo. Questo il modo in cui gli Squid più punk vengono meglio sentiti, scontrandosi con altre persone urlando insieme il testo della canzone. I brani di Bright Green Field sono il fiore all’occhiello della band, un appagante equilibrio di intelaiature melodiche e strumentali tra le quali si posano invece la più spinta batteria e l’incisiva voce di Judge. Questa dualità tra sonorità più elettroniche e attitudini punk è una qualità che continua a mantenere alto il coinvolgimento del pubblico: se un attimo devi urlare e saltare, quello dopo sei richiamato all’ascolto.
È una serata dalle mille facce: sapevo già potessero esaltare il pubblico con la loro grinta, ma non mi aspettavo di assistere ad una tale cura dei dettagli sonori, delle minime manipolazioni che ognuno dei ragazzi apporta al proprio strumento. Sì, bello pogare con loro, ma anche ascoltare il violoncello elettrico di Leadbetter che si intreccia con la pedaliera di Pearson, la voce squillante di Judge accostata alla morbidezza della tromba di Nankiwell, osservare la comunicazione tra i componenti della band mentre cambiano diversi strumenti tra un brano e l’altro per dare vita ad un intreccio di suoni meticoloso ma con aria sbarazzina che rende l’impressione che sul palco ci sia una vera e propria fabbrica di suoni.
La serata volge alla sua fine con altri brani tratti dal primo album, per poi concludere sulla ritmata The Blades che regala al pubblico l’ultima occasione di urlare, ma con un finale invece distorto e minimale, dove Judge si alza dalla batteria muovendosi come un funambolo davanti ad essa, portando così tutti noi in una dimensione surreale e ipnotizzante, catapultati in un altro mondo vicino a quello onirico in cui tra poco entreremo una volta rientrati a casa. È così che ci lasciano, in stato adorante, ricordandoci di passare a comprare le loro magliette.
Scaletta:
- Swing (in a Dream)
- If You Had Seen the Bull’s Swimming Attempts You Would Have Stayed Away
- Undergrowth
- Leccy Jam
- G.S.K.
- Narrator
- After the Flash
- Devil’s Den
- Peel St.
- Documentary Filmmaker
- Pamphlets
- The Blades
(foto dal web)




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