R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Sulla rivista London Jazz News, il recensore AJ Dehany si pone un’interessante domanda riguardo all’ultimo album del saxofonista e flautista britannico Ed Cawthorne – alias Tenderlonious – You Know I Care, lavoro intitolato come un vecchio brano di Duke Pearson del 1966. La domanda in questione verte sull’argomento che costituisce il succo espressivo di questo album. Infatti You Know I Care segue una strada completamente diversa dalle precedenti sette produzioni, rinunciando a quei segnali di modernismo che spesso Tenderlonious, anche con la sua band Ruby Rushton, aveva fatto intendere di voler seguire. E allora cosa può accadere quando la contemporaneità e la tradizione mirano a fondersi in un tutt’uno? Direi che la risposta a questo interrogativo viene tranquillamente evasa da Tenderlonious che infatti propone una serie di brani già editati dai grandi nomi del jazz mantenendo integro lo scheletro delle composizioni originali e limitandosi ad agire solo sulle articolazioni tra le parti, modificando le interrelazioni e i relativi aggiustamenti tra gli elementi strumentali. L’Autore procede con estremo rispetto, a volte anche eccessivo, riguardo allo spirito primitivo dei pezzi qui riproposti. Accostando gli originali con le versioni interpretate da Tenderlonious, ci accorgiamo infatti di forti analogie, a tal punto che più di un esperimento integrativo tra modernismo e tradizione, come alludeva Dehaney, penso si possa parlare di un vero e proprio omaggio ai grandi jazzisti del passato. Non c’è sfacciataggine o presunzione alcuna da parte dell’Autore inglese ma traspare altresì quasi un senso di devozione mista a gratitudine. Del resto la compostezza formale con cui i brani vengono eseguiti suggerisce l’approccio di per sé umile e volenteroso di Tenderlonious, tanto che l’operazione si dimostra perfettamente compiuta. Il risultato finale è un album suonato da dio, con una proposta così piacevole che la tentazione di riascoltare questa musica ad libitum ci suggerisce una serie reiterata di ascolti come non capita spesso.

I riferimenti più diretti di Tenderlonious qui celebrati sono personaggi come Jackie McLean, il già citato Duke Pearson, Clifford Jordan, Wayne Shorter, insomma una selezione di artisti Blue Note che hanno costituito il nucleo magmatico del jazz di allora e di quello che ne sarebbe susseguito. Se c’è inoltre un merito ulteriore, attorno alla progettazione di questo album, è quello di far conoscere alle giovani generazioni di jazzofili quali siano state le reali basi della musica che corre oggigiorno, quale spirito abbia guidato i musicisti tra i ’60 e i ’70 a comporre quelle note significative della loro epoca, proiettandone l’influenza anche su quella futura. Tenderlonious, da parte sua, è un ormai raro esempio di autodidatta – ce ne sono rimasti pochi, oggigiorno – al sax e al flauto. Intraprendente a tal punto da fondare una propria casa discografica, la 22a Music, l’artista britannico proviene da una serie di esperienze varie pubblicate attraverso la sua etichetta, alcune delle quali assai interessanti come l’esordio del 2018 con The Shakedown o il bellissimo album Ragas from Lahore del 2020. Il suo eclettismo creativo l’ha portato a sperimentare fusioni tra funk, hip-hop, raga indiani, ambient ed elettronica ma You Know I Care è decisamente unico nella sua discografia, tra l’altro affrontato per la prima volta col sax contralto, oltre che ovviamente con il flauto. I compagni di viaggio di Tenderlonious in questa avventura sono il sorprendente pianista e vibrafonista Hamish Balfour, il bassista Pete Martin e il batterista Tim Carnegie.
On the Nile, brano di apertura, risponde alla paternità del trombettista Charles Tolliver che lo scrisse nel 1965 ma che fu inciso per la prima volta dal contraltista Jackie McLean in Jacknife, un doppio album editato solo dieci anni dopo nel 1975. Accanto a McLean suonava anche lo stesso Tolliver alla tromba, dividendosi le tracce con un altro grande trombettista come Lee Morgan. Tuttavia Tolliver lo incise a propria volta in un suo disco da titolare, The Ringer, nel 1969. Considerato uno dei brani più suggestivi della produzione di Tolliver, esso si sviluppa in forma modale su una sequenza liquida di accordi pianistici. Tenderlonious suona chiaro e pulito, offrendo nel suo assolo qualche scintilla di orientalismo e distendendosi su un ritmo dondolante di 6/8. La visione orizzontale paesaggistica suggerita dal lento navigare sul grande fiume egiziano viene sottolineata da Balfour con quelle note disposte senza fretta sulla tastiera che evocano spazi di largo respiro. Carnegie chiude il cerchio con un assolo di batteria, robusto ma non invasivo, fino alla ripresa del tema enunciato dal sax. Brano perfetto, miglior biglietto da visita non avrebbe potuto esser scelto. Segue Maimoun, traccia scritta dal pianista Stanley Cowell e pubblicata sull’album per piano solo Musa-Ancestral Streams del 1974.Ovviamente la versione di Tenderlonious si rifà a quella del tenorsassofonista Clifford Jordan che la pubblicò nel doppio album Glass Bead Games, sempre nel ’74, dove al piano si alternava lo stesso Cowell con Cedar Walton. La rispettosa visione personale del sassofonista inglese altera leggermente l’introduzione pianistica, qui più elaborata ed esplorativa e consente il riff molto groovy di basso elettrico portato da Pete Martin. Il sax inizia quasi sottovoce per acquisire via via più spazio, costruendosi con note allungate sull’eleganza del tema originale che diventa quasi una bossa ben gestita dall’ottimo interplay tra basso e batteria. Il piano di Balfour si fa sentire con quel suo modo aggraziato e leggero che mi ricorda, in parte, l’approccio di Cedar Walton. Al minuto 05 e 54”” il brano sembra terminare ma in realtà è solo uno stop temporaneo per poi riprendere l’espressivo tema iniziale. Una traccia intrigante di piacevolezza, in definitiva, con un basso che mantiene un potente centro gravitazionale attorno a cui ruota il resto degli altri strumenti. Infant Eyes è un classico brano di Wayne Shorter che proviene dall’iconico Speak no Evil del 1965. Diciamo subito che se l’originale era molto accorato e passionale per mezzo del sax tenore del compositore, qui Tenderlonious compie un miracolo interpretativo. Sostituendo il sax con la carezzevole malinconia ottenuta dal flauto, in qualche modo si va oltre l’intenzione di Shorter, come se la bellezza di questi occhi descritti nel titolo si rivelasse nella sua totalità. In poche parole, il musicista britannico sposta l’asse emotivo verso una aerea vacuità, una sensazione tra lo stupore e la tenerezza. Per ottenere la massima espressività Tenderlonious insiste molto sulle note prolungate e appoggiandosi solo al piano magnifico di Balfour – che non teme certo i raffronti con il pianista di Shorter, il grande Herbie Hancock – trasforma un brano jazz in qualcosa d’altro, un’immagine musicale che si pone tra Debussy e Ravel. Magnifico, è il primo aggettivo che mi sale alle labbra.

Ma non è finita. Si resta nell’ambito di una perturbante bellezza con la ballata seguente, Poor Eric, dedicata ad Eric Dolphy. Composta dal pianista Larry Willis fu incisa da Jackie McLean nel 1966 con lo stesso Willis al pianoforte nell’album Right Now. Anche questa versione che ne dà Tenderlonious è notevole e se non avessi timore di una scomunica papale direi che è addirittura migliore di quella proposta da McLean. Il tema è esposto con grande partecipazione, con vibrazioni d’ancia interessanti ed un gran controllo di fiato. Almeno fino alla parentesi improvvisativa dove il sax dimostra tutto quello che sa fare, tutto e di più, utilizzando i codici giusti per i suoi fraseggi, con la ritmica che si mantiene soffusa e il piano che da solo volteggia coi suoi accordi aperti attorno alle volute dello strumento di Cawthorne. L’assolo di Balfour, brillantissimo – quanto mi piace questo pianista (!) – trascina la ballata in un accenno di swing che ritorna ad essere ballad in prossimità della fine. Che dire? Una sorpresa dietro l’altra…John Coltrane è in questo caso il nome di un brano composto da Bill Lee – il padre del regista Spike – nel 1974 e ovviamente dedicato al geniale sassofonista del North Carolina. Il pezzo compare nel doppio Lp di Clifford Jordan Glass Bead Games dello stesso anno. Possiamo dire che qui stiamo ascoltando l’omaggio…dell’omaggio in una versione più scarna, rispetto all’originale, ma con delle chiare allusioni al celeberrimo standard My Favourite Things, sia per l’andamento ritmico e per un certo accompagnamento pianistico che ricorda McCoy Tyner. Basso, batteria e piano preparano il substrato ritmico-armonico su cui prende il largo il sax ma qui il basso se la sbriga prima accorciando l’introduzione ed inoltre manca il coro cantato che compariva circa a metà nella versione di Jordan. Anche qui il sax si supera ed il brano brilla della sonorità perentoria tracciata dallo strumento di Tenderlonious. Balfour è meno percussivo, sul piano, rispetto a Tyner e a Cowell che accompagnava Jordan, ma in compenso dimostra un carattere eccezionalmente armonico ed un amore per la melodia che non nasconde nell’assolo. You Know I Care è di Duke Pearson e proviene all’album Honeyburns del 1966. Tra tutti, questo mi sembra il brano più vicino all’originale, con il flauto di Les Spann qui ripreso egregiamente da Tenderlonious che ne conserva anche la timbrica e Balfour che suona melodico e lieve proprio come Pearson.
Vero è che quest’album possiede qualche fregola romantica ma credo che il tutto derivi dall’amore e dalla passione con cui Cawthorne affronta questa serie di dediche agli eroi del passato. La messa a fuoco che Tenderlonious & C operano sui brani selezionati si avvale esplicitamente di un criterio di sobrietà, per cui si dimostra la bravura dei singoli senza confusione dei ruoli e tenendo sempre ben presente i temi, così come sono stati originariamente creati. Un gran bel lavoro sulla dimensione anamnestica del jazz, utile anche per fare il punto, ogni tanto, sull’evoluzione storica di questa musica.
Tracklist:
01. On the Nile (6:57)
02. Maimoun (8:29)
03. Infant Eyes (5:29)
04. Poor Eric (7:32)
05. John Coltrane (7:48)
06. You Know I Care (6:05)






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