R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Alf Carlsson è una sorta di girovago tra i generi musicali che soddisfa la propria wanderlust limitandosi, al momento, in un vagabondaggio attraverso varie direzioni stilistiche e provando a raccontarci tutto questo itinere con la sua chitarra. Il musicista svedese è in effetti cresciuto, come molti, all’ombra del rock e del metal, fino a quando un giorno i suoi genitori non lo hanno condotto ad assistere ad un concerto di musica tradizionale. Dev’essere scattato qualcosa nella testa di Carlsson perché da allora, oltre al rock, nuovi pensieri hanno cominciato ad abitargli la mente. Jazz e folk hanno accompagnato i suoi passi fino al diploma al Royal College di Stoccolma, nel 2016. Da lì in poi è stato tutto un riconnettere le varie istanze della sua preparazione musicale e tutte le diverse influenze in uno stile multiforme ed eclettico, mobile quanto basta per non essere facilmente identificato con una precisa etichetta. Nonostante Lights, che è l’album di cui ci occupiamo in quest’occasione, venga considerato il suo debutto come titolare, in realtà Carlsson ha un’altra esperienza discografica sulle spalle, condivisa con il trombettista cecoslovacco Jiri Kotaca con cui pubblicò il bel Journey nel 2019 – non perdete l’occasione di dargli un ascolto, dato che l’album è facilmente reperibile sulle piattaforme di streaming. Insieme a Carlsson, in questo suo Lights, troviamo Samuel Lofdahl al contrabbasso, Anton Dromberg al pianoforte e Hannes Sigfridsson alla batteria. Il quartetto, com’è facile immaginare date le premesse, suona una musica duttile, un planetario di satelliti che rivoluziona attorno ai corpi celesti del rock, del jazz moderno, del folk e persino della new-age, in alcuni momenti. Si tratta quasi sempre di musica tonale, con qualche salto provvisorio nei climi modali della tradizione ma comunque ben fruibile nella sua globalità.

La band è molto ben equilibrata, non ci sono personalità soverchianti e ciascuno mantiene garantiti gli spazi espressivi degli altri. Altro discorso sarebbe quello d’individuare, per questo musicista, una certa riconoscibilità stilistica, dato che l’eclettismo musicale possiede spesso una faccia nascosta, cioè quella della carenza di una personalità forte e ben individuabile. Ma se questo fosse un problema per Carlsson significherebbe che i tre quarti di tutti i musicisti esistenti, soprattutto nell’ambito del jazz, potrebbero avere gli stessi sintomi… Inoltre, aspetto importante e niente affatto trascurabile, è ricordare che Lights è la prima prova da titolare assoluto di questo chitarrista e come esordio – o quasi – si dimostra comunque un ottimo lavoro a tutti gli effetti.

L’album si apre con la rielaborazione di un traditional come Gråtlåten (The Crying Tune). Un accordo in maggiore di chitarra diventa il bordone su cui si snoderà pian piano la prassi della melodia popolare. L’arpeggio di chitarra e la comparsa del piano preludono al vero e proprio tema suonato all’unisono dai due strumenti e ripetuto varie volte. L’arrangiamento è ben progettato con una studiata parte ritmica ed una serie di stacchi che spesso utilizzavano i gruppi folk-rock britannici nel perfezionare i loro traditional. Poi il diretto tributo al folclore si diluisce in ambito jazz dove la chitarra di Carlsson offre un saggio delle sue notevoli capacità tecniche. Nell’ultima parte del brano si assiste al ritorno della tematica fondamentale e poi ad una specie di fusione tra il polo tradizionale e quello più moderno, spingendo sull’acceleratore della ritmica con un buon lavoro di rifinitura di contrabbasso e batteria. Si prosegue con la rilettura dei brani legati alla tradizione e questa volta tocca a Brudpolska Från Rättvik (Wedding sonf from Rattvik) – Rattvik è una cittadina della Svezia centrale, con poco meno di cinquemila abitanti. Questa volta il tema viene introdotto in solitudine dalla chitarra di Carlsson sostenuta dagli accordi del piano e da una nota di bordone prodotta forse da una tastiera elettronica. Dopo uno stacco sospensivo teso tra una coppia di accordi il tutto viene riproposto e filtrato nei termini di una jazz ballad molto lenta e rarefatta, con tanto di brushing da parte del batterista. Il tema riappare e ritorna a mascherarsi in parte all’interno dell’unisono di chitarra e piano, che poi si trasformerà in un parziale contrappunto tra i due strumenti. Il carattere della ballad resta anche – e soprattutto – quando parte l’assolo ponderato e soppesato di Dromberg al piano, non esente da ricordi classici, che cammina elegantemente tra varie tonalità. Sembra un po’ forzato, comunque, il passaggio tra l’ultimo accordo di piano e la tonalità d’impianto basilare del brano stesso, sulla quale si riannoda il filo tematico operato dalla chitarra. Usciamo dai riferimenti tradizionali con Chinook dove nel primo minuto si ascolta una bella introduzione di piano. Poi si affianca la chitarra con il solito momento dell’unisono che prosegue per buona parte del brano. Quando la chitarra resta, si fa per dire, più autonoma, Carlsson imbastisce un assolo espressivo con note inizialmente molto selezionate, per poi, all’aumentare della parte ritmica, sbizzarrirsi di più con scale e passaggi classicamente jazzistici e contemporanei. Non si può non rimarcare il lavoro del batterista Sigfridsson, soprattutto per il modo di frammentare i tempi e di regolare velocità e dinamismo alla composizione. Tocca ora al pianista imbastire un bell’assolo, molto personale ed esente dai comuni clichè del be-bop. Dromberg possiede un aplomb tutto peculiare e l’apprezzamento al suo modo di suonare, per quello che mi riguarda direttamente, cresce mano a mano che continuo ad ascoltarlo. Ancora un po’ di unisono tra lo stesso piano e la chitarra, poi alcuni stacchi – molto amati dalla band, probabilmente per arricchire in senso dinamico il pezzo – e chiusura quasi jazz-rock alla Billy Cobham nel finale. The Epiphany sembra inizialmente un brano pop-rock di quelli lenti con tanto di introduzione cadenzata della batteria. Poi l’innesto di accordi e passaggi di armonie un po’ insolite cercano di spostare l’asse espressivo più marcatamente verso il jazz. Ma è soprattutto l’assolo del contrabbassista Lofdahl, attento e misurato, che ci ricorda da quale lato della riva ci troviamo. Mi sembra però che questo brano sia più debole, rispetto ai precedenti, nonostante gli sforzi strumentali prima del citato Lofdahl e poi dello stesso Carlsson proprio sul finale.

Travels ci traghetta, riprendendo la metafora di cui sopra, dall’altra parte del fiume, con i suoi accordi distorti di chitarra e l’induzione energetica tipicamente rock. Stiamo in una regione collocata fra Mark Knopfler e un George Benson munito di fuzz ma devo dire che il brano è molto accattivante e nel suo complesso – non sembri un paradosso – uno tra i meglio riusciti al di là della linea preferenzialmente jazzy scelta da Carlsson per l’economia dell’intero album. La traccia fiorisce infatti spontanea e gradevole e lascia nella memoria un piacevole profumo di immediatezza. Con The Search si rientra nei ranghi e si annunciano effetti di chitarra, delay, echi e Carlsson che si gestisce in solitudine per la prima metà del pezzo, dimostrando di avere il gusto di conversare sommessamente anche con sé stesso. Poi compaiono con delicatezza le spazzole della batteria e il brano prende una piega vagamente ambient senza però mai scadere nello scontato. Mentre il contrabbasso pensa ad ancorare il pezzo ad una realtà crepuscolare e rarefatta, il piano, sorprendente come al solito, si muove in bilico tra impronta romantica e ricerca personale, spesso con messa in atto di note inaspettate. Finale melodico e con arpeggi di piano sotto l’assolo di Carlsson. 21st Century Blues ha un titolo fuorviante, nel senso che non dobbiamo aspettarci il classico blues in dodici battute. Si tratta di un brano che pare in un primo assetto in mid-tempo introdotto da un breve passaggio di contrabbasso che scivola verso l’apporto ritmico in compagnia della batteria, a cui si affianca con discrezione. Carlsson imposta un iniziale assolo fluido, senza badare troppo all’aspetto tecnico ma puntando maggiormente su quello espressivo e ritmico. Anche il piano segue la direttiva dell’assolo di Carlsson, concedendosi il minimo sindacale per quello che riguarda l’impronta tecnica e regalandoci grappoli di note ad hoc. Poi la chitarra si riprende il brano e questa volta la mano del musicista non si trattiene più di tanto, rimanendo però attenta a uno stile espressivo vicino a Scofield, veloce, intrigante e pulito. La ritmica aumenta d’intensità e dinamica e c’è il dovuto spazio per il batterista Sigfriddson di cui ho già in precedenza tessuto le meritate lodi. In definitiva questo blues non blues è forse quanto di meglio l’album riesca ad esprimere, con la sua proposta sonora molto personalizzata che scorre senza intoppi su un movimentato fondale ritmico. Sull’ultimo Where’s the Party At, brano molto simpatico e dal tiro gradevolmente veloce, incombe però l’ombra di Pat Metheny, al cui fraseggio timbrico il clima di questo pezzo sembra riferirsi.

Carlsson esibisce quasi con nonchalance – come pure gli altri elementi della band – il proprio elevato livello tecnico sul quale non insiste mai in modo ossessivo. La sua prima opera non mostra certo un carattere elitario, preferendo restare nell’ottica di una gradevolezza complessiva, dimostrando di essere in grado di operare sintesi adeguate tra diversi generi. Restiamo comunque in attesa di un più preciso percorso stilistico che lo renda, in futuro, maggiormente individuabile tra la pletora di chitarristi jazz attualmente sulla scena.

Tracklist:
01. Gråtlåten (The Crying Tune) (5:54)
02. Brudpolska Från Rättvik (Wedding sonf from Rattvik) (6:04)
03. Chinook (7:08)
04. The Epiphany (6:03)
05. Travels (3:37)
06. The Search (6:52)
07. 21st Century Blues (8:49)
08. Where’s The Party At? (4:44)

 

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